L'uomo prigioniero


Dopo aver cambiato il luogo dell’evento, dal salone dell’Antico Palazzo dei Vescovi al Salone “Galileo Chini” della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia S.p.A., il Dott. Ferrario, coordinatore del progetto “Le Ville Sbertoli e la città”, ha aperto i lavori del percorso partecipativo, dopo aver salutato i presenti anche a nome dell’Assessore del Comune di Pistoia Ginanni. Poi ha invitato l’artista Dami a dare seguito alla sua relazione.

Andrea Dami ha introdotto il tema: “L’uomo prigioniero”, titolo anche dei lavori artistici presentati nell’occasione, parlandoci delle Ville Sbertoli, che sono una parte della storia di Pistoia. «La Villa di mezzogiorno, situata in una posizione panoramica, con il suo caratteristico verone, sembra guardarci, mentre anche noi la vediamo dalla città, avvolta, quasi protetta dal ricordo di “Casa della salute”, come Agostino Sbertoli chiamò prima la vicina Villa Franchini-Taviani e poi Villa Rosati, detta di mezzogiorno, che insieme agli altri quindici edifici, che furono costruiti in tempi successivi, costituiscono, appunto, le Ville Sbertoli. La “Casa della salute” fu aperta nel 1868 e l’attività proseguì anche dopo che a Nino Sbertoli, figlio di Agostino, nel 1920 subentrò un gruppo di privati, per poi passare nel 1950 alla Provincia di Pistoia. Nel 1980 diventerà proprietà della USL.
Oggi, 2009, non soltanto la Villa di mezzogiorno è vuota, ma è da restaurare come molti altri edifici dell’ex complesso ospedaliero, compresi il giardino e il bosco, per cui prima di questo lavoro importante, come saranno importanti le somme necessarie a questa operazione di recupero, mi sembra logico saper cosa dovranno diventare le Ville Sbertoli e il suo parco.


                                               
                                                        Filippo Basetti, Andrea Dami, Luciano Barale


Parlare del futuro del complesso delle Ville Sbertoli è importante, ha detto Dami, senza dimenticare però cosa sono state dal 1868, sia nella storia della medicina, sia nella storia dell’architettura.
L’auspicio è che la discussione avvenga in maniera democratica, anche aperta alla città, e che non succeda come è successo in Inghilterra, dove il principe Carlo ha fatto valere i suoi contatti privati con la famiglia reale del Qatar, intervenendo su una questione affidata ad una commissione municipale, riuscendo “a convincere l’emiro, proprietario del terreno londinese, a rinunciare all’edificio in vetro e acciaio, progettato da Richard Rogers, per una costruzione tradizionale”, violando il «normale processo democratico», come hanno denunciato pubblicamente gli architetti Piano, Foster, Gehry, Herzog.

Vorrei che a questo primo tavolo di lavoro non si parlasse attraverso i numeri, quelli che determinano i possibili guadagni, o le vantaggiose speculazioni, o altro, andando inevitabilmente a interferire o a condizionare l’idea che determinerà il futuro del complesso delle Ville Sbertoli, ma fossero chiamati poeti, pittori, scultori, scrittori, fotografi, registi, perché gli artisti si esprimono attraverso un ragionamento creativo rivolto all’uomo con le sue fragilità e le sue millenarie debolezze . Poi le proposte dovrebbero passare al vaglio di un secondo tavolo di lavoro composto da una commissione di tecnici: architetti, paesaggisti, urbanisti, ecc., per arrivare successivamente alla parte finale e definitiva: la scelta da parte della proprietà e del Comune di Pistoia che ha giustamente promosso questo percorso partecipativo: “Le Ville Sbertoli e la città”

Tornando alla Villa di mezzogiorno, ha proseguito Andrea Dami, come tutte le cose esposte ai raggi del sole, dall’altra parte mostrerà l’ombra e la sua proiezione, come sono in ombra alcune stanze di quell’edificio storico, com’è in ombra anche quel corridoio di servizio, interrato, che univa due case, e che risale ai primi del ‘900. C’è una similitudine con la vita, il cui cammino noi pensiamo di compiere in piena luce, ma sappiamo anche che all’improvviso si può sprofondare in quel tunnel buio che è la malattia. Moltissime persone sono state colpite da depressione che poi si è aggravata e chissà quante altre verranno aggredite da malattie che hanno a che fare con il sistema cerebrale: uomini che conducono una vita normale: lavoro e famiglia, che si dedicano solo a quest’ultima; altri che hanno vissuto, magari in modo scellerato, oltre i limiti che la società impone; ma anche piccoli e grandi artisti, la cui creatività era la loro vita. Un nome per tutti: van Gogh, che è rimasto intrappolato in quel tunnel, mentre altri sono riusciti a vedere il sole di mezzogiorno.

Ecco che attraverso sette fotografie, che si sono viste prima di entrare in questo salone, ho voluto fermare questo “cunicolo” imprevisto e imprevedibile, dove non sappiamo cosa troveremo. Quel tunnel delle Ville Sbertoli ci mostra delle lame di luce; anche dietro le porte di un corridoio ci sono degli spiragli luminosi: è la speranza. Ecco perché penso che alcuni passaggi, alcune stanze di questo importante complesso che è la Casa della salute, come la chiamò Agostino Sbertoli, debbano essere conservate e arricchite dai documenti che Andrea Ottanelli ha riordinato, con foto dell’epoca: testimonianze del tempo. Anche questa è storia, storia di vita.



                                                                                                        Fotografie di A. Dami (cm 30x45)







Alla fine del tunnel - ha detto Dami - c’è la luce, la speranza della vita normale, mentre fuori rimangono, ancora oggi, numerosi cancelli chiusi, come quello che ci mostra Luciano Barale, nella sua opera, che ci separa dal prato, dalla vita civile, mentre un piccolo aquilone volteggia in un cielo possibile, legato con il filo dei sogni.




                                      Installazione di L. Barale (cm 230x110)


A proposito di cancelli e muri che nascondono o ci nascondono, o ci impediscono di oltrepassare, Filippo Basetti ed io abbiamo ripercorso un tratto di quel sentiero buio, le cui immagini, insieme alle sensazioni, si sono accavallate senza temporalità, disordinatamente come quando i fogli cadono a terra o sono aggrovigliati da un vento improvviso, per cui disegni e film d’architettura sono diventati la trama e l’ordito di un lavoro visuale che, come una lente d’ingrandimento, vuol riportare l’attenzione su un problema che si chiama abitabilità, qualità della vita, libertà, vivere civile, lavoro, malattia.



                                                                    Un momento della visione del video di Basetti

A proposito del malato nelle funzioni mentali, ha continuato Andrea Dami, definito anche alienato, pazzo, testa vuota, nomi che riguardano l’atteggiamento o il comportamento di chi concepisce cose non vere o irrealizzabili, potremmo dire che la linea tra follia e arte è labile e di questo ci parlerà Enzo Gualtiero Bargiacchi nel suo intervento: Arte e follia.
Parlare di barriere, muri o cancellate  ci ha fatto tornare alla mente un pensiero di Michelucci inerente alla trasparenza delle pareti e all’apertura dell’edificio alla strada, che lo stesso Le Corbusier aveva cercato di realizzare nell’Unità abitativa di Marsiglia. Le cose non sono andate secondo i pensieri dei due architetti, basta vedere le periferie delle nostre città, dove l’uomo michelucciano, ma anche l’uomo-modulor sono rimasti sulla carta, mentre quelli veri stanno vivendo una situazione alienante, non so quanto si possa dire umana, dentro e fuori quelle enormi e ripetitive abitazioni popolari. Sono delle isole e quegli uomini dei naufraghi, dei prigionieri di un sistema politico ed economico.
Questo pensiero riporta alla Casa della salute, sulla sommità del poggio, dalla quale si vede la piana di Pistoia, dove il malato veniva rinchiuso, isolato a causa della malattia diagnosticata, più o meno grave, permanente o momentanea, vissuta come un pericolo e con disonore. Anche per questo le Ville Sbertoli, che hanno ospitato migliaia di persone, meritano rispetto», ha concluso l’artista Andrea Dami, passando la parola a Enzo Gualtiero Bargiacchi, che ha portato l’attenzione su un altro aspetto, non meno importante e sempre legato alla Casa della salute: arte e follia, perché - dice Bargiacchi - «Arte e follia sono espressioni della complessità umana, che possiamo anche considerare marginali, ma che in effetti riconducono esemplarmente ai temi centrali del senso della vita. Sempre si tratta della coscienza, dell’io e delle sue fondamenta inconsce, dalla tensione alla reintegrazione delle due polarità della psiche, dell’eterno problema della vita e della morte e della conseguente ansia esistenziale.


                                                                                                          
                                                                                                                      E. Bargiacchi


Le opere degli artisti e quelle delle persone sofferenti di turbe psichiche ci comunicano qualcosa di importante. Una prima caratteristica uniformante è proprio quella di costituire una forma di comunicazione, comunicazione decisamente peculiare e spinta alle estreme frontiere. Del resto tutto si riduce, in ultima istanza, ad un tessuto di relazioni».

A proposito delle opere del folle (folle è un termine generico e usato per semplicità, dice Bargiacchi) e delle opere dell’artista, non sono che due «particolari forme di comunicazione, che traggono origine dal rapporto con l’inconscio, con le profondità tenebrose della mente e ambedue hanno a che fare con un tentativo di reintegrazione, di superamento, o allentamento della scissione fra la realtà sperimentata al proprio interno e quella vissuta esteriormente». Bohr, in uno scritto dal titolo: Unità della conoscenza, dice che “il senso di arricchimento che l’arte può donarci proviene dal suo potere di richiamare armonie che sfuggono ad ogni analisi sistematica, in quanto l’arte evoca sentimenti che richiamano tutta la nostra condizione umana”. E chi meglio dell’artista Mondrian, ci può aiutare quando si parla dei nostri lati coscienti e inconsci: “l’intero nostro essere è insieme l’uno e l’altro: l’inconscio e il cosciente, l’immutabile e il mutevole nascono infatti e mutano forma in conseguenza della loro azione reciproca. Quest’azione comprende tutta la sofferenza e tutta la felicità della vita: la sofferenza è causata dalla separazione continua, la felicità dal continuo rinascere del mutevole. L’immutabile è al di sopra di tutta la miseria e di tutta la felicità: é l’equilibrio. Attraverso l’immutabile che è in noi ci confondiamo con tutte le cose, mentre il mutevole distrugge il nostro equilibrio, ci limita e ci separa da tutto ciò che è altro da noi. Da questo equilibrio, dall’inconscio, dall’immutabile scaturisce l’arte. Essa raggiunge la sua espressione plastica attraverso il cosciente. L’apparizione dell’arte viene dunque a essere l’espressione plastica dell’inconscio e del cosciente. Tale espressione rivela il rapporto tra l’uno e l’altro: l’espressione muta, ma l’arte rimane immutabile”.
Erich Neumann osserva che “il punto di concepimento dell’opera d’arte corrisponde esattamente al punto di concepimento dell’individualità: entrambi esistono fuori del mondo, fuori dello spazio e del tempo, entrambi devono distendersi creativamente nella spazialità/temporalità  e diventare forma”.

L’opera d’arte, continua Bargiacchi, ha il compito di farci incontrare con noi stessi; si può cogliere l’eternità, sia pur come frammento balenante, ridestando, come dice Ernst Bloch, “la tenebra dell’attimo vissuto nella risonanza dello stupore che ci pervade”. E subito l’eco della parola ‘stupore’ riconduce ad una espressione di Albert Einstein: “la più bella sensazione è il lato misterioso della vita. È il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto; i suoi occhi sono spenti”. Dove è finito oggi lo stupore, ci domanda Enzo Gualtiero Bargiacchi? E cosa distingue le espressioni degli artisti da quelle prodotte da coloro che per comodità abbiamo detto di chiamare folli? «Il tratto discriminante sta proprio nell’intervento dell’io cosciente. L’artista, come il folle, attinge, deliberatamente o meno, dal serbatoio dell’inconscio, ma, oltre a possedere strumenti e tecniche espressive, ha nella fase realizzativa il pieno supporto dell’io cosciente. Nelle espressioni figurative dei folli manca il supporto dell’io cosciente, senza il quale, o nel caso che sia completamente sopraffatto, i risultati sono solo le rappresentazioni delle visioni interiori. Le opere dei folli rivestono un grande interesse di studio e meritano molta attenzione per quello che comunicano. Per molti è l’unica o quantomeno la più importante e vera forma di comunicazione col mondo esterno. Un’attenta, sapiente e consapevole considerazione di quelle espressioni è assolutamente necessaria per penetrare nella mente dei loro autori e quindi per poterli utilmente aiutare».
Cos’è un alienato autentico? -si chiedeva Artaud, nella sua monografia su Van Gogh, scritta nel 1947, poco prima della sua morte- “È un uomo che ha preferito divenir folle, nel senso in cui viene socialmente inteso, piuttosto che venir meno a una certa idea superiore dell’onore umano. Così la società ha soffocato nei manicomi tutti coloro di cui ha voluto sbarazzarsi o da cui ha voluto difendersi”. Artaud rimase internato in vari manicomi fra il 1937 e il 1946, ci dice Bargiacchi: «Subendo sofferenze atroci, camicie di forza, maltrattamenti, elettroshock. Nello stesso periodo il mondo sano di mente, o così considerato, permetteva l’affermarsi del fascismo, del nazismo, i campi di concentramento, i genocidi, i massacri della Seconda Guerra Mondiale, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: una follia difficilmente superabile. O forse mi sbaglio, non tenendo conto di quella contemporanea, di un mondo disumanizzato, plagiato e succube delle lusinghe ingannevoli del mercato che impone uno stile di vita alienante, che, allontanando l’uomo dalle sue più profonde radici, non solo provoca ingiustizia e sofferenza, ma sta rovinosamente mettendo in pericolo le stesse basi della sopravvivenza umana».

Enzo Gualtiero Bargiacchi, giunto alla fine del suo intervento, propone all’attento pubblico sia l’ascolto di un brano (tratto da Quattro pezzi per orchestra del 1959) del compositore Giacinto Scelsi, sia una riflessione, perché Scelsi, ci dice Bargiacchi, «trascorse quattro anni in una casa di cura per malattie mentali in Svizzera, con ben altre attenzioni di quelle riservate ad Artaud. Giudicato inguaribile dai medici, suonava continuamente il pianoforte battendo senza sosta un solo tasto. Eppure proprio questo lavoro sul suono, che riportò alla sua memoria un’ossessione infantile, non solo lo guarì, ma gli permise, pochi anni dopo, di creare una musica straordinariamente nuova ed affascinante, che, inizialmente riservata ad un piccolo numero di specialisti, quasi esclusivamente musicisti, oggi comincia ad avere il meritato riconoscimento, soprattutto in Francia, Svizzera e Germania».





“Questo suono-spazio-tempo
mi ha trasformato.
Forse ora potrò capire di più.
Il significato di tutto questo.
E dove mi trovo.
Sono nell’universo.
No
non c’è universo.
È un’idea degli umani della terra.
Ci sono molti universi
uno dentro l’altro.
Non c’è dentro e fuori
prima o dopo.
Solo gli uomini della terra
credono così.
Tutto è pulsazione
di questo grande suono
ed i suoi raggi cosmici
sono proiettati
fuori e dentro.
Non c’è fuori e dentro.
Il grande suono è ovunque
e crea tutto.
Ma crea anche la vita?*

(*Alcuni versi di Scelsi registrati nella notte fra il 27 e il 28 dicembre 1980)

Pistoia 6 maggio 2009

Musica come terapia 

Villa Rosati, o villa di mezzogiorno dovrebbe ospitare, oltre all’archivio medico con foto dell’epoca e testimonianze del tempo, i lavori grafici e pittorici realizzati dai pazienti dei vari ospedali d’igiene mentale europei; insomma, fare dell’edificio storico delle Ville Sbertoli un luogo di studio, a livello internazionale, sugli elaborati grafici e pittorici eseguiti dalle persone che soffrono di turbe psichiche, per l’importanza che questo tipo di linguaggio riveste nella comunicazione con il mondo esterno. Per cui attraverso lo studio di questi “lavori” e lo scambio di metodologie, di “letture” tra esperti provenienti da vari Paesi del Mondo si potranno comprendere meglio le problematiche di coloro che sono purtroppo “ospiti” nei vari luoghi di cura. 

Foto A. Dami

Durante L’uomo prigioniero fu presentato un brano del musicista compositore Scelzi, perché la musica è l’altra disciplina artistica fondamentale per mettere in “moto”, nel nostro “prigioniero”, un ulteriore canale comunicativo, ovviamente da studiare sia nel messaggio che viene inviato, sia nel modo in cui le note, i suoni acuti o gravi, lunghi o brevi possono entrare in quel “mondo” di sofferenza, per aiutarlo a uscirne. Per cui è importante il “ricorso ad esperienze musicali attive (in cui si produce musica coltivando l’espressione creativa, individuale o di gruppo, in una prospettiva di comunicazione socializzante), oppure passive (in cui predomina l’ascolto e l’assunzione di stimoli ritmico-musicali o più genericamente acustici)”, come ha detto il dott. Loredano M. Lorenzetti (psicopedagogista, architetto, musicista) a proposito di questa disciplina musicoterapica, per la quale è necessario “un processo di ampia ridiscussione della definizione, delle relative metodiche, degli impieghi e delle stesse tecniche”. Continuando con le sue parole: «Queste esperienze sono finalizzate al recupero, alla risocializzazione, all’integrazione sociale di persone (adulti o bambini) affetti da handicap che ne limitino l’esperienza relazionale sociale. L’esercizio e la pratica di questa attività è intesa non soltanto come approfondimento e perfezionamento di un momento esclusivamente tecnico e rieducativo, ma anche -e soprattutto- come ricerca e individuazione di soluzioni che permettano e facilitano un’effettiva integrazione sociale dell’emarginato. In questa occasione la musicoterapia risulta essere uno strumento delle psicoterapie di cui costituisce una parte integrante, talvolta insostituibile, essendo un mezzo di comunicazione non verbale, in grado di concorrere alla determinazione e al successivo consolidamento di particolari forme di relazione interpersonale» (dagli Atti del convegno internazionale “Musica e terapia” organizzato dal Gruppo Studi di Musicoterapia e dall’Istituto per l’Infanzia di Trieste - 1981).

 

Foto A. Dami

Ecco che L’uomo prigioniero ha proposto, in uno spazio delle Ville Sbertoli, un momento di musicoterapia, o MUSICA COME TERAPIA, come abbiamo chiamato questo incontro, per tutti i presenti perché partecipassero, come in realtà hanno fatto, muovendosi tra i due punti “sonori” realizzati dai musicisti-percussionisti Giovanni Canale e Carlos Alberto Perez che, grazie alla loro esperienza, hanno saputo introdurci in questa antica forma di comunicazione. Una performance importante per completare la proposta de L’uomo prigioniero: trasformare la bella villa di mezzogiorno da ex “Casa della salute”, come la chiamò dal 1868 Agostino Sbertoli, in Casa di studio di Art brut e di Musicoterapia. 

Foto G. Canale 

Foto Carlos 




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