radici

Radici è una mostra di opere degli artisti: Gloria Campriani, Andrea Dami, Mario Girolami e Astrid Hjort legate a un tema caro a Giovanni Michelucci: il rapporto uomo-natura, che ha caratterizzato il suo lavoro di costruttore (e che sono esposte al Centro di Documentazione nel Comune di Pistoia, insieme ai numerosi lavori michelucciani). Alberi, ragnatele, nervature di conchiglie sono una parte degli appunti grafici di Michelucci pronti per essere trasformati in pilastri, travi e coperture. Infatti per Michelucci vivere la natura non significava abbandonare la città, ma piuttosto abitarla e modellarla.

La natura, per l'architetto pistoiese, non è un riferimento formale da guardare e imitare, ma un processo di trasformazione continua da comprendere ed entro cui inserirsi ed è da tale atteggiamento che deriva l’interesse per i sistemi di relazioni, più che per gli elementi costituenti, e fra questi i più interessanti divengono quelli marginali, fragili, diversi, nei quali è possibile intuire precocemente le variazioni di sistema. “Natura come metodo” ha scritto Roberto Agnoletti. Insomma nell’opera e nel pensiero progettuale elaborati da Michelucci, nel suo viaggio lungo un secolo (Pistoia 1891 - Fiesole 1990), il tema centrale è rappresentato dal rapporto tra mondo naturale e trasformazioni antropiche, rapporto spesso conflittuale, ma foriero di riflessioni metodologiche e filosofiche. Questi spunti di riflessione hanno coagulato l’interesse dei quattro artisti visivi che, oltre a rendere omaggio all’illustre concittadino, hanno cercato di verificare l’attualità della metodologia michelucciana confrontandosi operativamente. Dal rapporto dialogico fra nuove opere visive e la documentazione grafica della progettualità di Giovanni Michelucci scaturiranno ulteriori stimoli di studio e di riflessione.

“Il titolo Radici è stato scelto perché fosse chiaro, da subito -scrive Siliano Simoncini sul catalogo- il rapportarsi con il messaggio lasciato da Giovanni Michelucci e con la sua poetica, presentando opere in grado di dialogare con l’esistente. Come i disegni di progetto di Michelucci sono radicati alla terra, alla natura, alla sua Toscana, addirittura da presentarsi come forze primigenie scaturite da capovolgimenti tettonici, così le opere di Gloria Campriani, Andrea Dami, Mario Girolami e Astrid Hjort intendono rapportarsi a questo messaggio, ritenendo la periodicizzazione della natura il riferimento costante. Dunque non un esplicito richiamo stilistico alla morfologia delle architetture di Michelucci, né tanto meno al suo imperioso linguaggio grafico; piuttosto un’operazione di tipo concettuale che in maniera didascalica affronta le problematiche con intenti metaforici.
Per i quattro artisti il tema della natura, proposto dall’architetto pistoiese, è pretesto per dialogare intimamente con la problematica ecologica, con il disincanto attuale, con la disattenzione dell’uomo odierno nei confronti della “storia” scritta dalla natura.
L’arte al servizio dell’impegno civile, l’arte come etica... questo intendono gli artisti. Le loro opere esigono dal fruitore una riflessione attenta e partecipe, ovvero, quasi gli “impongono” di fare delle scelte precise, di impegnarsi affinché anche il suo più piccolo contributo possa influire sul destino del mondo”. Simoncini chiude il suo pensiero con questa frase piena di speranza: «Chi ha fiducia nell’uomo non può fare a meno di credere che ciò sia possibile».

Gloria Campriani
    Curve
    Metamorfosi

Un rudimentale intrecciarsi di “fili” dalla cui orditura emergono rami naturali.
È la terra che, dopo essere stata distrutta dall’opera dell’uomo, sta rinascendo? Oppure è ciò che rimane dopo il vilipendio subito? L’interrogativo è aperto in questo lavoro espressionista di nuova matrice, scrive Siliano Simocini nel catalogo.

Astrid Hjort
    Occhi
    Sguardi

La natura ci guarda. Ci giudica. Questi lavori acquerellati ci offrono un racconto quasi fiabesco (dice Simoncini), illustrativo del mondo esterno all’uomo; quel mondo naturale narrato dalle nonne e rivissuto da adulti come un sogno ancestrale in grado di consolare le inquietudini quotidiane. Foglie, rami, tronchi, si apparentano in un fluire ininterrotto e ci parlano di un luogo incontaminato al cui interno la presenza arcana di uno sciamano? costituita dal suo occhio vigile e imperioso, si mostra a chiunque per affermare che soltanto attraverso la “cura” e il “rito” si ha il diritto di tutelare quanto il tempo ci ha lasciato in eredità e che va assolutamente preservato.

Mario Girolami
    La casa blu
Un piano segnato da piccoli segni è la base per il modello di un’abitazione in bilico su una possibile strada che l’attraversa. Il ricordo della capanna abitata dall’angelo sognata da Michelucci? Il tutto è sospeso su lunghi rami di albero, che hanno la funzione di zampe -dice Simoncini- però, al contempo, stanno a significare che la natura può e deve essere il sostegno dei sogni, delle speranze dell’uomo.

Andrea Dami da Pistoia
    SEGNI DI FARFALLE: CITTA’, QUARTIERI, PIAZZA
Non lamiere intonate, non lamiere sonanti che è il fare tipico di Dami, con le quali dialogare, ma presenze estetiche da godersi soltanto visivamente -scrive Siliano Simoncini- pensando al progettare architettonico. Un omaggio sia a Michelucci, sia agli urbanisti e ai politici che amministrano le piccole e grandi città. Farfalle di carta e di metallo.
Dei lepidotteri leggeri e delicati che possono provocare “l’effetto farfalla” ipotizzato da Edward Lorenz (autore della teoria del caos), ci tiene a precisare Dami, parlando della CITTA’ (un piano di ferro dipinto) caratterizzato appunto da farfalle di colore verde, una serie di elementi compositivi che danno origine a un perimetro quadrangolare e lo spazio interno è lo spazio intelligente (per citare Byrne), perché crea ordine intorno a sé.
Il segno quadrato è anche il pittogramma della “nuova” città.
Nell’opera QUARTIERI, questi sono evidenziati da quattro superfici quadrate di farfalle grigie (di carta su carta bianca). Al centro farfalle rosse: le piazze, perché ogni quartiere deve avere la sua piazza -dice l’artista- e essere città nella città e non più “isola”.
Il terzo lavoro è PIAZZA (farfalle colorate su carta bianca) perché è in quello spazio geometrico che può avvenire l’incontro, la socializzazione, l’interscambio sia culturale, sia economico. La piazza, quindi, deve essere il cuore pulsante del quartiere che la circonda e non è un’alternativa al parco, o al giardino pubblico attrezzato; deve ritornare ad essere lo snodo, l’interfaccia tra il costruito: il pieno e le strade: il vuoto.
I colori delle farfalle sono le nostre diversità (culturali, religiose, storiche) che arricchiscono gli altri e noi stessi, stando seduti su comode panchine, o attorno a sculture e fontane, o sotto la luce di un semplice lampione.

L’artista Andrea Dami da Pistoia ci ha dato la chiave di lettura dei suoi lavori per questo progetto “Radici”:
«Osservando i disegni di Michelucci (esposti al Centro di Documentazione di Pistoia), o entrando negli edifici da lui progettati, si coglie l’importanza che l’architetto dà alla materia e, attraverso questa, alla storia del luogo. Due sono i punti d’osservazione da cui partire, ci dice Michelucci, e da non tenere separati: uno è il luogo, il paesaggio con i suoi dislivelli naturali, i grandi o piccoli fiumi, gli alberi, gli animali, o le antiche mura della città; l’altro è l’uomo, con i suoi bisogni primari e, aggiungo io, anche con i suoi sogni, per realizzare quell’involucro di cui ha bisogno, che dovrà essere inserito o dentro un quartiere esistente con la sua storia, o nella natura che ha una storia ancora più lunga. Insomma un guscio di pietra, di legno o di cemento utile per svolgere i suoi momenti di lavoro, di studio, di cura, di gioco, di riposo, di spiritualità, di socializzazione, senza dimenticare che altri uomini vivono intorno a lui, ai quali deve dare il suo contributo sociale perché, a sua volta, da quelli dipenderà la sua crescita.
L’uomo è un mammifero e non può fare a meno dei suoi simili, come non può fare a meno della natura che lo circonda, perché da essa dipende. Natura e uomo sono un tutt’uno e fanno parte di un ecosistema complesso; insomma sono un punto fermo intorno al quale tutto deve ruotare. È un punto zero, come il primo punto che mettiamo sul foglio di carta per iniziare a rappresentare un’idea tridimensionale che volteggia nella nostra mente. Il disegno della “pianta” del nostro progetto, tracciato sul Piano Orizzontale dell’ideale diedro di proiezione ortogonale, è un insieme di linee generate da una continuità di punti, il cui punto zero ne è l’origine e dovrà avere delle radici, come quelle dell’albero, che non sono visibili all’occhio umano, ma che affondano nel terreno per nutrirsi. Il nostro punto zero dovrà, con le sue “radici”, estrarre nutrimento dalla memoria e tenere gli apici vegetativi nella storia, perché questa è la premessa per costruire (non in senso figurato) il nostro futuro.
Quindi è chiaro che le radici sono importanti fin da quando si tracciano segni di grafite sia per costruire un grattacielo, sia per stendere del colore, magari con l’aggiunta di lamine di ferro su un supporto rigido; già all’inizio del ‘900 Walter Benjamin aveva capito che la rivoluzione è il salto della tigre nel passato, non è la fuga in avanti. Si viene colonizzati, ricorda il regista Jean-Marie Straub (autore di Una volta al Louvre, Leone speciale alla Mostra del Cinema di Venezia 2006 per l’innovazione del linguaggio cinematografico), se ci lasciamo alle spalle il passato -la memoria- e l’Italia è un paese smemorato dal dopoguerra a oggi, insomma profondamente colonizzato dalla cultura capitalista americana. Anche lui è convinto che bisogna ripartire da zero, guardando indietro per andare avanti.
Dagli alberi dipendiamo tutti noi, non soltanto per i loro frutti, ma soprattutto per il prezioso ossigeno che rilasciano nell’aria. Sono materia di studio per scienziati naturalisti e chimici perché elementi primari per la nostra esistenza. Ecco perché l’albero è importante nei disegni michelucciani, un’icona che, oltre ad essere motivo di studio estetico per le sue forme, è motivo d’indagine per la sua struttura geometrica, per i rapporti dei pesi, delle tensioni, degli equilibri.
L’albero è un punto di riferimento anche per l’architetto McDonough, il designer giardiniere come lo ha definito Alessadra Mammì, perché il progetto dell’edificio per Abu Dhabi “può fare tutto quello che fa un albero tranne riprodursi… Il suo grattacielo, come un ciliegio, prende la sua energia dalla Terra e dal sole; crea intorno e dentro di sé dei microclimi; ha un sistema idrico interno e una morfologia che si adatta all’ambiente che lo circonda”. McDonough ci dice: «Che il pianeta non ha bisogno di predicatori nostalgici della vita rurale, ma ha bisogno di nuovi designer e di nuovi testi da diffondere nelle scuole del mondo, soprattutto in quelle dei paesi emergenti dalla Cina all’India». Quindi l’albero è anche un problema politico, perché dalle scelte di una collettività dipende anche la sua conservazione o il suo abbattimento; la nostra vita o la nostra scomparsa. Ecco che gli alberi delle foreste disegnati da Michelucci ritornano attuali e noi artisti attraverso colori, segni, parole, suoni lanciamo proposte per progettare una civiltà ideale, capace di fronteggiare le minacce con la forza di un pensiero limpido e con l’invenzione di istituzioni efficaci (come dice: John Casti). Tutto questo passa anche attraverso l’architettura, perché la città è fatta di luoghi murati e le periferie sono invase da edifici pensati più per l’investimento che per la vita dell’uomo. Ecco che siamo tornati al punto zero, che dovrà essere presente anche nei disegni architettonici perché ci aiuterà a trovare la “forma” consona sia alla funzione dell’edificio e al suo inserimento nel tessuto urbano o agricolo, sia al suo abitante.
L’albero michelucciano è ancora un avvertimento.
Continuando a vedere i segni lasciati dalla penna di Michelucci su quelle piccole carte, sottili linee che s’intrecciano, si arruffano, ora si sovrappongono tra loro, ora sono svolazzanti come i pensieri del suo autore, mi sono tornate alla mente alcune parole dell’architetto portoghese Gonçalo Byrne: la ruvidezza, l’acustica, la temperatura, il senso del tempo è quello che deve avere l’architettura e, ancora, le immagini devono dare il senso di protezione, il calore delle pareti o la sacralità di certi materiali. Una cosa mi ha colpito più delle altre, quando dice, che tutti gli edifici nascono dalla terra, per cui dimenticarlo significa creare opere che non tengono conto del contesto, dell’ambiente circostante, della storia e della cultura che permeano un luogo.
Oggi nelle città, anche nella mia, assistiamo ad architetture prive di radici, sono come sospese da terra in una realtà più virtuale che storica; rispondono alla moda del giorno, sembrano comprate al mercato, attraverso riviste-catalogo patinate. Quindi abbiamo e continueremo ad avere città uguali tra loro, siano esse al nord o al sud e non per l’effetto della globalizzazione, ma per incapacità creativa, nel senso artistico del termine, e per mancanza di memoria sia della storia, sia dell’ambiente naturale in cui si trova quella città.
Oltre a edifici uguali, astorici, la viabilità ha mangiato spazi per le relazioni sociali, per cui la piazza, intorno e dentro la quale si svolgeva la vita di una comunità, non esiste più.
La piazza è ormai il luogo di sosta delle nostre auto. La città è cresciuta caoticamente per decisioni prese in emergenza, che è una buona scusa, in quanto giustifica il fatto di non aver avuto il tempo di compiere una lettura attenta dei segni del passato e dell’ambiente, così sono state ottenute autorizzazioni a inserirsi sull’esistente senza offrire una visione chiara sul futuro, su ciò che quella comunità vorrebbe fosse il futuro del luogo in cui abita.
L’antico segno architettonico intelligente della piazza non è stato sostituito da un altro e non mi dite che i luoghi coperti dei grandi supermercati sono le nuove piazze, perché sono solo luoghi di mercato. Bisogna ricostruire le piazze ed è da queste che bisogna ripartire per ridisegnare l’abitato, un microcosmo all’interno della città. Insomma ogni quartiere ha diritto alla sua piazza, al suo centro collettivo aperto che non è fatto solo di prodotti da acquistare».

Giugno 2008
Centro di Documentazione Giovanni Michelucci - Pistoia

 

 
         arte_architettura

Radici è il titolo della mostra d’arte al Centro di Documentazione Giovanni Michelucci, ma è anche il punto di riflessione da cui partire o ripartire sia per disegnare la città nel suo aspetto urbanistico e quindi più ampio, ma anche in quello parcellizzato inerente ai singoli edifici, alle piazze, alle rotonde, ai giardini, alle stesse strade, sia per avviare una discussione sul lavoro di noi artisti, da taluni considerato utile solo ad abbellire la parete sopra il divano, se il dipinto è in scalatura con il divano, o se la scultura entra dentro la nicchia che fa tanto villa antica.
Nel secolo scorso gli artisti uscirono in strada con i loro cavalletti e si misero a dipingere quello che osservavano; oggi l’artista è ancora nella strada e ne continua a registrare lo sviluppo o il degrado e attraverso i molteplici mezzi espressivi “apre” la sua discussione, che non segue le regole dettate dal pensiero politico del momento, o da quello mediatico che ha gli indici d’ascolto più alti, perché l’arte è una lente d’ingrandimento sulla realtà e quindi deve stimolare la riflessione e, perché no, la critica.
Radici è il nostro invito ad una riflessione, attraverso il pensiero di Giovanni Michelucci, sul rapporto uomo-natura che egli ci ha lasciato in maniera chiara, nei suoi disegni e nei suoi veloci appunti di lavoro. Un patrimonio culturale che merita di essere riportato all’attenzione di un pubblico più vasto, proprio per l’attualità delle proposte contenute in quei segni di alberi scheletrici o architetture fronzute e di ali d’angelo viste nel bosco dei sogni d’artista. Per cui era inevitabile allargare il discorso sul “fare” arte oggi, ecco perché ci è sembrato logico chiamare Arte e architettura il convegno di stasera. E poi perché Arte e architettura sono due momenti dello stesso tema, un tema che ci coinvolge tutti, non immediatamente attraverso la “pancia”, ma come combustibile del nostro intelletto, perché arricchisce il nostro sapere e interagisce, poi, sui nostri comportamenti. È vero che le espressioni artistiche pittoriche, grafiche, architettoniche ci coinvolgono anche da un punto di vista prettamente estetico, ma qui si apre una porta girevole, in quanto “bello” o “brutto” sono due termini che hanno una valenza relativa e per noi secondaria.
Questa è stata la premessa fatta dallo scultore Dami, che ha ringraziato, a nome suo e degli artisti, i relatori, l’Assessore alla Cultura del Comune di Pistoia Rosanna Moroni, il Centro di Documentazione Michelucci, le Fondazioni Conservatorio San Giovanni Battista e Luigi Tronci, insieme alle Associazioni Amici di Groppoli e Pistoia un Club per l’Europa, che hanno permesso la realizzazione del libro Radici, curato da Settegiorni Editore di Pistoia.
Ha preso la parola l’arch. Andreini che ha fatto un ritratto di Giovanni Michelucci attraverso i disegni tracciati su quei piccoli fogli, degli appunti di lavoro preziosi, perché possibili costruzioni da abitare da parte di un uomo che vuole vivere in sintonia con la natura. L’angelo di Michelucci è nel bosco, tra i castagni o gli olivi e lui si sentiva olivo tra gli olivi. Diceva: «In ognuno di noi, voglio dire, la natura esiste dentro, prima che fuori, come orientamento indispensabile per il nostro agire. Questa esistenza della natura in noi dovrebbe segnare il vero limite della città, un limite che non è mai di estensione materiale, quanto di intensità di relazioni. Al punto che una grande città può essere un luogo piccolissimo, mentre le cosiddette metropoli contemporanee sono delle periferie infinite... Non necessariamente questo ritorno alla natura, come da più parti si auspica, può essere realizzato in un rapporto immediato con l’ambiente che cancelli d’un colpo abitudini e situazioni che si sono create nella città e nella sua storia, perché in questo caso un ritorno del cittadino alla natura si risolverebbe in un ulteriore elemento di devastazione, bisogna dunque creare situazioni, nella città o tra la città e il territorio, per cui la natura entri nella città come protagonista».
Il prof. Simoncini ha sottolineato il lavoro che i quattro artisti hanno fatto all’interno del Centro-museo. Opere che non interferiscono con quelle del grande architetto pistoiese ma che mettono in risalto l’elemento “natura” che lui amava, mentre il dott. Rosati ci ha voluto ricordare che il museo nasce come struttura di conservazione, poi si trasforma in un luogo da visitare per vedere quei capolavori che gli artisti di tutte le epoche ci hanno lasciato; oggi ancora una trasformazione, il museo diventa “opera” esso stesso, quasi più importante di quello che contiene. Al Centro di Documentazione di Pistoia, un piccolo museo dove sono conservati i disegni di Michelucci, è stata fatta un’operazione interessante perché sono state messe in relazione quelle opere, non il segno ma il loro contenuto, con quelle di Campriani, Dami, Girolami, Hjort, attualizzandole su un momento del nostro vissuto, l’oggi. Non un problema ecologista, ma una riflessione su comportamenti che hanno un rapporto diretto con la natura e quindi con la città, la casa, la strada, l’ospedale, il carcere. Quest’ultimo, luogo chiuso, di detenzione, lontano dalla vita , che lo stesso Michelucci voleva, invece, inserire nella città, nella vita. Magari con una strada che lo attraversasse, un giardino dove gli alberi potessero colloquiare con quelle persone da recuperare certamente, ma non da segregare. Oggi, ci ha detto Rosati, esiste un progetto che in un certo senso si avvicina al pensiero michelucciano: far entrare l’arte contemporanea all’interno del carcere, perché l’arte è “espressione”, in una parola è vita. A proposito di strutture pubbliche, un giorno fu chiesto a Giovanni Michelucci che cosa avrebbe desiderato costruire: “Un ospedale moderno -disse- non soltanto nel senso dell’attrezzatura, ma dove il degente avesse la sensazione di vivere ancora nel cuore della città e di essere un uomo che può rientrare nella vita”. Rosati ritorna sull’operazione Radici perché rompe il concetto di “museo”, lo “apre” verso l’esterno e conclude con una domanda: siamo sicuri che le esperienze artistiche contemporanee abbiano bisogno dei musei, o invece sarebbe più opportuno creare nuovi luoghi espositivi? E con una provocazione: non sarebbe meglio semplificare la lettura delle opere che appartengono al nostro tempo e riportare la complessità in quelle museificate?
L’assessore Moroni ha concluso i lavori di questo pomeriggio caldo e afoso, ricordandoci le parole di Michelucci: «Io sono attaccato alle radici degli alberi. Ecco, proprio, addirittura è così: io sono un olivo, una quercia, un castagno; quando sono in mezzo alla natura, sono in un’unità totale con la natura, non sono in uno stato di contemplazione, ma in uno stato di partecipazione, di comunione perfetta... È la mia nascita che ha determinato questo mio carattere... per me il castagno è un amico, io posso stare un’ora seduto accanto all’albero in un colloquio strettissimo. Così vado spesso nei boschi e sento che non sono mai solo; so di essere una molecola insieme a tantissime altre molecole e l’albero mi sente, reagisce, non c’è dubbio... è un colloquio con l’universo...».

25 giugno
Sala Maggiore -Palazzo comunale- Pistoia

Il libro “Radici” può essere richiesto a Settegiorni Editore - Pistoia.

                                                                                                                                 

                                                                                                      

         Radici
         Dall’architettura di Giovanni Michelucci alle opere di Gloria Campriani, Andrea Dami, Mario Girolami
         e Astrid Hjort

         
Michelucci e Aalto: conversazione di Roberto Agnoletti

         
OttobrEuropa 2008 Pistoia un Club per l'Europa



Momento della presentazione (da sinistra) Dami, Ottanelli Presidente Pistoia un Club per l’Europa e Roberto Agnoletti 

(Da sinistra) Campriani e la sua opera “Nido”, Brunetti e Dami, “La casa blu” di Girolami, Michela Ottanelli e Hjort. 


Dami durante la performance musicale sull’opera “Perimetro sonoro” 

Performance musicale 


Momento di visita intorno all’opera “La città: Pistoia” di Girolami 


Visitatori davanti all’opera “Colpo di coda” di Hjort 

Un momento della visione del DVD “Michelucci e Aalto: conversazione di Roberto Agnoletti” 


Visitatori e artisti in “Conversazione” 

Radici, la mostra di Campriani, Dami, Girolami e Hjort, ha lasciato i disegni a china di alberi-pilastri-edifici di Giovanni Michelucci al Centro di Documentazione del Comune di Pistoia per riaprire mercoledi 29 al Museo Marino Marini, Palazzo del Tau, con nuovi lavori di metallo e pietre, di legni e collage di fili di lana per "rapportarsi -come ha detto Siliano Simoncini- con il messaggio lasciato da Giovanni Michelucci e con la sua poetica, presentando opere in grado di dialogare con l’esistente. Come i disegni di progetto di Michelucci sono radicati alla terra, alla natura, alla sua Toscana, addirittura da presentarsi come forze primigenie scaturite da capovolgimenti tettonici, così le opere dei nostri artisti intendono rapportarsi a questo messaggio, ritenendo la periodicizzazione della natura il riferimento costante. Dunque non un esplicito richiamo stilistico alla morfologia delle architetture di Michelucci, né tanto meno al suo imperioso linguaggio grafico; piuttosto un’operazione di tipo concettuale per dialogare intimamente con la problematica ecologica, con il disincanto attuale, con la disattenzione dell’uomo odierno nei confronti della storia scritta dalla natura".
Robero Agnoletti ha scritto sul catalogo, edito da Settegiorni, che l'architettura di Michelucci è qualcosa che va oltre il dato formale, l’architettura che ne deriva non è soltanto metafora della natura, vuol essere essa stessa natura intesa come sedimento di un processo in divenire che segue una legge evolutiva. Nell’opera e nel pensiero progettuale elaborati infaticabilmente da Michelucci, nel suo “viaggio lungo un secolo”, un tema centrale è rappresentato dal rapporto tra mondo naturale e trasformazioni antropiche, rapporto spesso conflittuale, ma foriero di riflessioni metodologiche e filosofiche. Questi sono stati gli spunti, dice Agnoletti, che hanno coagulato l’interesse dei nostri artisti visivi: Campriani, Dami, Girolami e Hjort i quali, più che voler rendere omaggio all’illustre concittadino Michelucci, hanno cercato di verificare l’attualità della metodologia michelucciana confrontandosi operativamente e per questo nell'esposizione al Tau hanno lavorato su un elemento di arredamento come la sedia, che hanno messo insieme a quella di Michelucci. Non un confronto, ha detto Dami, ma per essere con lui e lui con noi in questo "viaggio" che partirà da Pistoia per arrivare tra pochi mesi a Marsiglia.
Questo è Radici, questo è stato anche lo spirito dell’incontro avvenuto in Sala Maggiore del Comune (di Pistoia) con l’arch. Andreini, il dr. Rosati e il prof. Simoncini ed è continuato al Museo Marino Marini con una conversazione di Agnoletti: "Michelucci e Aalto". Il primo perché guardava la natura, il secondo la luce. Due intuizioni, due “elementi” usati per creare suggestioni nell’uomo, tra pietre murate e cemento armato, tenendo conto sia della storia, sia del paesaggio circostante. Dami ha aggiunto: che senso ha edificare una città dal nulla, e cita Luca Molinari (docente di progettazione architettonica alla II Università di Napoli): "È più sostenibile semmai recuperare, ricostruire e mitigare l’impatto ambientale di quello che c’è già, piuttosto che coltivare progetti spettacolari e mettere altro cemento e altre infrastrutture nelle aree ancora libere e integre". Anche l’architetto Mario Cucinella non crede in metropoli fatte solo di meccanismi e tecnologia, senza storia e senza legami con il territorio. La città del futuro è la città delle piazze e delle relazioni sociali, non un luogo dove di punto in bianco si deportano gli abitanti. “Le mie farfalle rosse sono lì a ricordarcelo”.

Al centro “Perimetro sonoro” di Dami 

Nel fondo (da destra) “Quartieri” di Dami, disegni di Michelucci 

“22, un segno” di Dami 

“22, un segno” e “Piazza” di Dami 

“Giungla” (particolare) di Campriani 

“Conversazione”. La prima sedia (da sinistra) di Campriani, segue quella di Hjort. di Dami, di Michelucci e di Girolami 

29 ottobre 2008 
Museo Marino Marini, Palazzo del Tau, Pistoia.                                                                                                            

Radici Racines
Gli artisti per Michelucci: Gloria Campriani, Andrea Dami, Mario Girolami e Astrid Hjort

Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia 

Sala Amerigo Vespucci 

“RADICIRACINES” Sabato 15 gennaio a Marsiglia sembrava primavera, il sole luccicava sull’acqua dell’antico porto, mentre gli alberi delle barche ondeggiavano pigramente. Rimanevano qua e là tracce della recentissima nevicata. Nello spazio espositivo Amerigo Vespucci, dell’istituto Italiano di Cultura, la direttrice Dott.ssa Maria Lella apriva la cerimonia di inaugurazione della mostra “Radici”, alla presenza del Console Dott. Bernardino Mancini, di numerosi appassionati d’arte, artisti e architetti. Il Prof. Andrea Ottanelli, Presidente di Pistoia un Club per l’Europa, ha portato i ringraziamenti del Sindaco Dott. Renzo Berti all’Istituto, alla collettività italiana residente a Marsiglia e ai pistoiesi che da molti anni vivono e lavorano nella città francese: uno per tutti il Prof. Aimo Mucci, che ha voluto questa mostra a Marsiglia e che da anni promuove l’insegnamento della lingua e della cultura italiana e prosegue la ricerca sui problemi sociali e economici dell’Italia e in particolare della Toscana e di Pistoia. Aimo Mucci è anche autore del libro “I forzati della foresta - L’epopea dei carbonai” (Gli Ori, Pistoia, 2006), un racconto frutto della sua esperienza, in quanto la sua famiglia era venuta in Francia proprio per “fare” il carbone. Aimo nel 1932 frequenta le scuole locali, aiutando anche il padre nel duro lavoro di carbonaio. Si laurea. È cittadino francese. Insegnerà nei licei di Nizza e di Marsiglia. Oggi è docente universitario presso l’Università di Toulouse-le-Mirail. Il Prof. Roberto Agnoletti ha tenuto una conferenza sull’opera michelucciana e sul connubio fra i quattro artisti: Gloria Campriani, Andrea Dami, Mario Girolami, Astrid Hjort e Giovanni Michelucci, in quanto li unisce un obiettivo comune: il rispetto della natura. Una mostra d’arte, il cui “segno” artistico è quello di riportare l’attenzione sul pensiero dell’architetto pistoiese, che merita ulteriori approfondimenti sotto tutti i punti di vista, finalità che è stata non solo apprezzata, ma anche condivisa dagli esperti intervenuti all’inaugurazione di Radici. Dopo Marsiglia la mostra si sposterà il 9 aprile a Colle Val d’Elsa, vicino alla costruzione michelucciana di ferro rosso, sede della banca locale. 

                                                                                                                    L'Istituto Italiano di Cultura

                                                                                    Andrea Ottanelli porta i saluti del Sindaco Berti

                                                                                                                                    L'Inaugurazione

                            Console Bernardino Mancini, Direttrice dell'IIC Maria Lella, Scultore Andrea Dami

L'installazione "Conversazione". Nel fondo (a sinistra) l'opera di A. Hjort e al centro quella di M. Girolami

                                                                                                                                L'opera di A. Dami

                                                                    L'opera di G. Campriani (ai lati i disegni di G. Michelucci)

                                                                                                                   La sala Amerigo Vespucci

                                                                                                    Gli artisti e la sedia di Michelucci

                                                                                                                Il Porto antico di Marsiglia

Roots Radici Racines
Gli artisti per Michelucci: Gloria Campriani, Andrea Dami, Mario Girolami e Astrid Hjort
 

Palazzo dei Priori - Colle Val d'Elsa (Alta)

Venerdi 10 aprile si è inaugurata la mostra RADICI nel Palazzo dei Priori, in via del Castello a Colle di Val d’Elsa (Alta) alla presenza dell’Assessore Vito Pavia e del Presidente della Pro Loco Mario Gelli. Hanno preso la parola il Presidente di Pistoia un Club per l’Europa Prof. Andrea Ottanelli e l’Arch. Roberto Agnoletti, che hanno illustrato ai presenti il progetto condiviso dall’associazione culturale per l’internazionalità del lavoro di Giovanni Michelucci, l’edificio di Colle e i lavori degli artisti presenti in mostra che hanno, con le loro opere, riportato l’attenzione sul pensiero michelucciano.


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