
A Pistoia si è inaugurato il palazzo Puccini, restaurato dagli Istituti Raggruppati - Azienda pubblica di servizi alla persona
e, per l’occasione, cosa ci poteva essere di meglio che
presentarlo al pubblico anche attraverso una mostra d’arte, i cui
lavori parlassero del suo proprietario?
A Pistoia chi non conosce Niccolò Puccini e il palazzo dove
nacque? È lì, in via del Can Bianco; ha una facciata in
stile rinascimentale e nasce da un assemblaggio di più edifici,
esistenti fin dal XV secolo per volontà di Giuseppe Puccini,
medico del granduca Ferdinando II de’ Medici, che li
acquistò intorno agli anni ’70 del 1600. L’aspetto
attuale si deve ad un rifacimento voluto da Domenico Puccini intorno al
1780 e qui suo figlio Giuseppe, sposato con Maddalena Brunozzi,
abitò dal 1785. Erano i genitori di Niccolò, che qui
nacque nel 1799.
Il palazzo fu abbandonato dai Puccini nel 1836, suddiviso in quartieri
e destinato a scopi benefici per volontà dello stesso
Niccolò. Oggi, alla fine del 2007, anche le decorazioni di Luigi
Meccherini al primo piano e di Ferdinando Marini nei due quartieri del
secondo piano, eseguite tra il 1797 e il 1823, sono state riportate
all’antico splendore. Quindi, dice Dami, come si faceva a
rimanere insensibili alla domanda di proseguire la decorazione anche nel piano terra, con un intervento contemporaneo, per ricordare il filantropo Puccini?
Niccolò era uomo sensibile all’arte, alla cultura,
consapevole dell’importanza che questa ha nella vita di chiunque,
nobile o contadino che sia (e sostenerlo allora…), per cui le
opere d’arte contemporanee, nate guardando la sua vita, sono come
degli appunti ai margini dei fogli su cui è scritta la sua
storia; da qui il titolo della mostra: Note a pie’ di pagina. Le Note
sono quindi delle riflessioni attraverso colori, legni, metalli…
e sono dieci, come le stanze che le ospitano, come dieci sono gli
artisti che hanno lavorato a questo progetto.
Ci sono i nuovi giardini di Amerigo Folchi che richiamano quelli romantici, ma coloratissimi, con il classico Labirinto
da percorrere per ritrovare il senso dei nostri comportamenti. Davanti
ai tre giardini il ricordo di una città grigia che racchiude
pensieri, fatti, uomini di ieri e di oggi. Puccini, allora, non vedeva
Pistoia come una città luminosa e oggi Silvia Percussi la vede ancora grigia.

Il cielo materico di Claudio Frosini, ricco
di riflessioni, è un tramonto o una speranza? C’è,
alla base, una sottile linea di luce: le tenebre la mangeranno
definitivamente o quel segno bianco vincerà
sull’ottusità, sull’ignoranza,
sull’intolleranza?
Mario Girolami ci presenta un albero senza frutti: lui dice che è il suo melo,
la cui ombra, però, è d’oro. C’è un
ideale fosso da oltrepassare per raggiungerla. L’ombra
d’oro è il sapere, la cultura: la nostra vera ricchezza,
che va coltivata se vogliamo che altri meli fioriscano; mentre la luna
argentea di Giordano Pini nelle sue rotazioni
specchianti è omaggio al lavoro duro dei campi da parte dei
contadini, che il nostro Niccolò voleva avvicinare alla cultura;
pensiamo alla Scuola Ponte Napoleone e all’Asilo del Legno Rosso.
C’è anche una microscultura che è la pianta del
Pantheon situato nel giardino romantico di Villa Scornio (
l’abitazione fuori città di Niccolò), con al centro
la spiga della conoscenza. Un omaggio alla Festa delle Spighe, non per la festa in sé, ma per i motivi, gli obiettivi che tale festa aveva allora.


La cultura, il sapere, veicola ancora attraverso i libri (quelli di Niccolò Puccini) e Bruno Benelli ne ha fatto un menhir.
Ci sono i primi libri di scuola; i volumi della biblioteca di famiglia
sui quali apprese l’amore per i classici e la modernità
degli scrittori a lui contemporanei; le carte geografiche
dell’Europa; i carteggi con l’Accademia dei Georgofili e col gruppo dell’Antologia;
la fitta corrispondenza con Gian Pietro Vieusseux e i volumi dei
pensatori che l’editore gli proponeva. Ma la cultura è
fatta di studio e ricerca e ancora studio, ci dice Luciano Barale
attraverso la sua installazione. Questo lavoro è frutto di
fatica, come quella del falegname che taglia, pialla il suo legno, ne
accatasta i ritagli anche fuori della sua bottega che si affaccia sulla
Strada Maestra: un’ulteriore riflessione per noi visitatori.
I libri si tengono nelle librerie delle nostre case; le case stanno nei
quartieri della città, che a sua volta è fatta di
ricordi, di sovrapposizioni di memorie. Il passato è scritto
nelle pagine di quei libri, ma anche nelle foto che teniamo nei
cassetti o sopra il pianoforte, come nelle pietre dei monumenti e nelle
linee architettoniche delle case di Pistoia; ma la città
continua a vivere, a seminare ricordi e i giovani che ora corrono
allegri dietro un pallone, ci avverte Roberto Agnoletti, domani guarderanno e giudicheranno quello che abbiamo fatto, o non fatto, per la città.





La città, Andrea Dami la vorrebbe aperta, senza pregiudizi razziali o di religione, pensando a Gerusalemme, per cui ha chiamato la sua opera la Città del dialogo.
È una scultura sonora, grazie ai suoi quaranta piatti musicali,
per permettere a chi arriva dai quattro punti cardinali di colloquiare
con gli abitanti della città che immagina quadrata, la cui
pianta riflette il suo cielo… di antica memoria, da non
dimenticare; poi ci sono delle farfalle, degli indicatori ecologici per
avvertirci del pericolo a cui andiamo incontro se continuiamo a
distruggere la natura.

Infine l’albero nero, un melo scheletrito dal fuoco, che si avvolge verso l’alto da un letto di mattoni di cenere, è il monito che Luigi Russo Papotto lancia perché cessi la nostra scellerata azione di depauperamento e distruzione dell’ambiente.

I dieci artisti sono stati presentati dal critico Siliano Simoncini
ad un pubblico interessato agli eventi che nascono nella città
di Pistoia, come testimonia la presenza dei due Assessori del Comune
Dott.sse Moroni e Ginanni e subito ha messo in evidenza il messaggio
critico di Note verso gli amministratori della
città perché i lavori di questo gruppo di artisti, che
interagiscono in un rapporto dialettico, hanno, oltre ad una valenza
percettivo-formale, che è valutazione di tipo estetico, un
profondo significato. In loro c’è il senso del
quadro, ha sottolineato Simoncini, e non mi riferisco a quelli appesi
alle pareti, ma ai quadri antichi, perché essi sono allegoria
e non soltanto bellezza estetica, per cui c’è un tipo di
approfondimento culturale profondo che va interpretato e a diversi
gradi.
Note volge lo sguardo sia al passato:
Puccini, detto il “gobbo”, e la sua storia; la storia di
Pistoia stessa; sia al futuro, al nostro futuro: ecco l’aspetto
critico del messaggio ecologico-culturale che è apertura al
dialogo, al confronto aperto e sincero. Note porta in
maniera esplicita questa duplicità di osservazione che si
manifesta fin dalla prima pagina del catalogo. Sotto i nomi degli
artisti c’è una piccola tortora che tira una biga, le cui
redini sono tenute da una farfalla, la particolarità è
che questa decorazione si trova al centro di una delle pareti del primo
piano di questo edificio, ed è sì una decorazione
caratteristica del periodo storico, che ci riporta a quelle ancora
più lontane nel tempo come le ville romane, ma è
anticipazione del tempo, è rivolta al futuro, è moderna,
è dannatamente surreale in una stanza dipinta alla fine del
1700. Questo è lo spirito di queste Note a pie’ di pagina.
Interessante è il percorso, il senso della mostra, che inizia
con un albero e finisce con un albero. L’albero del sapere, della
conoscenza, di Girolami è il legame alla cultura pucciniana
attraverso un linguaggio neo-Pop-Art evocato
da quell’ombra d’oro proiettata. Invece l’ombra
dell’albero di Papotto è destinata ad un futuro visitatore
della Terra. È memoria. Ha usato un linguaggio neo-Espressionista.
Energia, visceralità, esplode dall’opera attraverso quelle
ramificazioni contorte che mi richiamano alla mente, dice Simoncini, le
caratteristiche morfologiche di certi alberi di Dalì: sento in
quest’opera anche un po’ di forza surrealista. Nel totem di libri di Benelli ho colto un realismo magico, o meglio della neo-Metafisica, insomma un’archeologia di dechirichiana memoria; mentre Agnoletti ci presenta un lavoro Minimalista,
dove gli elementi strutturali sono ridotti al minimo, facendo sì
che l’individuo interagisca con lo spazio scandito secondo un modulo:
un palmo per un palmo. Ha segnato le sue memorie e ha invitato a
segnare anche le nostre nella sua città dove ci sono tracce di
paesaggio, di fili d’erba, ancora l’albero, ancora un
avvertimento per i nostri politici e per i nostri comportamenti.




Un’altra opera è costituita da moduli quadrati: è
la città di Dami, che si rapporta con le istituzioni in maniera dialogante, come racconta lo stesso titolo del suo lavoro, una critica civile. È un lavoro d’Arte Interattiva,
che vuole la partecipazione del fruitore; voi entrate nel quadrato
della città e ne fate parte, siete coinvolti, siete però
in un ambiente felice perché c’è ancora la farfalla
che non è simbolo di eleganza o bellezza, ma misuratore
ecologico: ancora un monito. Barale presenta un lavoro che definirei neo-Concettuale,
continua Siliano Simoncini; penso alla targhetta in azzurro come quelle
di porcellana che si mettono agli angoli delle strade, alle strisce
colorate che evocano il lavoro, perché la cultura è
lavoro. Folchi, invece, ci presenta un lavoro quasi da orafo, il cui
insieme genera nella retina dell’occhio una fibrillazione
continua, un effetto di apercezione, di Optical-Art e poi c’è il labirinto
con riferimento al parco di Niccolò Puccini. Anche la Percussi
ci presenta la sua città attraverso dei moduli, delle tavole
imbandite come un lavoro di Nouveau-Realisme con spighe,
lettere, fogli di giornali: insomma ancora memorie di una città
che devono essere salvate. Chi ha orecchi intenda! Pini è un
orafo e quindi le sue sono microsculture, non semplici monili, ma opere
neo-Simboliste che si rifanno ai maestri come Umberto
Bovi e Jorio Vivarelli e molti di questi artisti hanno seguito i loro
insegnamenti presso la Scuola divenuta poi Istituto d’Arte P. Petrocchi di Pistoia. Frosini ci presenta un’opera che definisco neo-Informale.
È materia con citazioni di linguaggi che l’autore
rielabora autonomamente, pensando alle origini, alla nascita, al primo
giorno di Niccolò Puccini, alla cultura. La luce sta salendo nel
buio fatto di cobalto, oltremare, neri…
Ogni artista qui presente ha fatto e fa un percorso autonomo, come
vuole la tradizione della città che ha messo in evidenza una
serie di autori che hanno, o hanno avuto, delle particolarità
stilistiche interessanti nel panorama generale dell’arte e penso
ai lavori futuristi di Mario Nannini; ai paesaggi dai sapori
giotteschi, incantati di Pietro Bugiani; alla freschezza della pittura
di Umberto Mariotti e agli operai ritratti da Alfiero Cappellini
attraverso le lezioni dell’impressionismo francese; al segno
nella materia di Marino Marini o nello spazio delle tre chiese
pistoiesi di Giovanni Michelucci; alle ricerche considerate astratte
di Fernando Melani, ma anche a quelle di Mario Nigro e di Gualtiero
Nativi, per arrivare fino a Andrea Dami. Esperienze che sono state
raccolte e lette in maniera critica nel voluminoso testo Arte del Novecento a Pistoia edito dalla Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia Spa - Gruppo Banca CR Firenze.
La singolarità in questo caso è che gli artisti hanno
lavorato insieme su un tema, fissando un obiettivo, ma salvaguardando
le proprie esperienze espressive, come è accaduto anche per Liù, mon amour, un omaggio ad un altro Puccini, quello lucchese, Giacomo, di cui quest’anno ricorre il 150° della nascita.



Note sono un messaggio di speranza, che chiudono il magico cerchio della fantasia.
Sono un invito a partecipare a questo meraviglioso viaggio, grazie ai
dieci artisti e al filantropo pistoiese Niccolò da loro
ricordato. Gli onori di casa sono stati fatti dal Presidente degli Istituti Raggruppati Giancarlo Niccolai
a cui va il merito di aver promosso questa importante iniziativa e di
aver offerto il catalogo della suggestiva mostra, edito da Settegiorni.