Liù, mon amour

        Quando l'arte è dialogo

Luci e colori nel grande salone della Gipsoteca Libero Andreotti di Pescia. Ad illuminare le pareti dell’antica stanza le opere pittoriche di Luciano Barale, Amerigo Folchi, Silvia Percussi, Claudio Stefanelli e le fotografie di Maurizio Pini. La luce al pavimento e al soffitto ligneo viene data dalle sculture di Andrea Dami e Luigi Russo Papotto, dalle installazioni di Roberto Agnoletti e Mario Girolami, dalla microscultura di Giordano Pini.

L. Barale

M. Pini

A. Folchi

S. Percussi

C. Stefanelli

A. Dami

L.R. Papotto

R. Agnoletti

M. Girolami

G. Pini

L’Assessore alla Cultura Guya Guidi ha portato il saluto del Comune, lodando l’iniziativa, nella quale ha creduto e continua a credere, perché coinvolge Comuni di ben tre Province, perché, come hanno detto più volte anche gli autori di questo progetto, le opere d’arte esposte sono espressioni del mondo contemporaneo al quale apparteniamo e sono state prodotte da autori che vivono in questa terra toscana, perché danno origine a un viaggio e ci invitano a compiere un nuovo percorso che potrà farci riscoprire luoghi anche vicini, ricchi di storia, di opere d’arte importanti come qui a Pescia. Poi ha ringraziato i numerosi presenti intervenuti all’inaugurazione di Liù, mon amour.

L’Avvocato Gian Piero Ballotti, presidente degli Amici di Groppoli, ringrazia gli Enti che hanno aderito all’iniziativa culturale e che hanno aperto gli spazi della villa Schiff a Montignoso, dello Stabilimento Termale Excelsior a Montecatini, del cortile dell’ex Conservatorio degli Orfani, conosciuto anche come palazzo Conversini-Puccini a Pistoia.
Gli Amici di Groppoli hanno organizzato questo evento d’area, come tengono a precisare gli autori di Liù, mon amour e, continua l’Avvocato, hanno voluto coinvolgere la Regione Toscana, che ha patrocinato l’iniziativa, nella persona dell’Assessore Agostino Fragai, perché il suo ufficio si occupava del coinvolgimento di più realtà produttive in un’area e, secondo il Gruppo 4 marzo (nome che identifica gli artisti di questo progetto), non si poteva escludere l’arte da questo nuovo processo evolutivo.
Gli artisti ci hanno condotto lungo i loro sentieri creativi, tra le opere in mostra che sono lì non solo per essere viste, ma soprattutto per porre degli interrogativi a chi si sofferma a guardarle. Questa è l’opera d’arte contemporanea, aggiunge Agnoletti, dove l’espressione artistica non è legata al problema del bello o del brutto, perché il bello e il brutto sono concetti relativi, dai quali dobbiamo liberarci altrimenti l’uso di queste due inutili lenti d’osservazione ci può portare fuori strada, o impedirci di comprendere.
L’arte è dialogo, ribadisce Dami, e solo attraverso le domande e le risposte potremo avere quell’aiuto necessario a comprendere la finitezza del mondo, frase cara a Paul Virilio, che dice: «La vera arte contemporanea non è rivoluzionaria ma solo rivelatrice». Per approfondire il nostro tema, continua Dami, voglio citare alcune frasi del filosofo francese, che ci mettono in guardia su quello che sta avvenendo oggi nel mondo dell’arte contemporanea che partecipa al processo di eliminazione del reale. L’arte si sta perdendo in un oceano di immagini reali e virtuali, per cui: «Siamo totalmente immersi nelle immagini televisive e virtuali che non vediamo più la realtà fuori dallo schermo». Continua Virilio: «L’arte contemporanea è un’arte accecata. Non solo ha perso il contatto con il reale, ma soprattutto ha smarrito la capacità di vedere. Il che naturalmente è molto più grave». Insomma si è verificato «un restringimento del campo visivo, al cui interno la tele-oggettività prende il posto dell’oggettività» e in questo clima gli artisti non esercitano più alcuna influenza perché l’otticamente corretto si sovrappone al politicamente corretto, per cui non c’è spazio per gli artisti, c’è solo l’arte virtuale dei mercati. Possiamo quindi sintetizzare che oggi siamo di fronte all’equazione vedere/potere, che noi artisti, presenti anche qui a Pescia, vogliamo trasformare in vedere/sapere. Solo così l’arte potrà resistere a quell’accecamento di cui parlaVirilio.
Il mio lavoro, come quello di altri, dice Dami, non vuole contribuire al restringimento del campo visivo di cui parla Virilio, ma vuole ricostruire quel dialogo di cui abbiamo parlato prima, per rivelare i miei pensieri,le mie paure e non per godere dei mille drammi che ci circondano. La mia farfalla si è posata su quel petalo-lamina, quasi un parapetto di un pozzo il cui interno buio riflette anche il cielo, e lo piega con il suo non peso, una leggerezza che hanno anche molti dei nostri gesti. Questo appartiene all’assurdo, perché fuori dalle regole fisiche che conosciamo, ma ci avverte che anche molti dei nostri comportamenti contengono potenzialità assurde che però possono innescare processi distruttivi. La lamina è stata ormai caricata da un’energia che è pronta a esplodere con conseguenze non immaginabili. Dipende da noi se vogliamo che la farfalla non batta le ali. Ma anche l’albero scarnificato di Papotto ci avverte che ci stiamo avvicinando, o meglio, stiamo già facendo di quell’albero-natura un luogo non adatto alla nidificazione: alla vita. E la nostra immagine riflessa tra le maschere policrome di Girolami non ci pone un ulteriore interrogativo? Rispondiamoci senza timore, siamo in un museo, non in uno schermo televisivo!

Ecco Liù, mon amour, la mostra-viaggio che ripercorre un lontano sentiero, quello che ha percorso il nostro grande Giacomo Puccini e Pescia è una stazione importante, perché qui, queste antiche pietre lo hanno visto passeggiare quando faceva visita alla sorella, o scendeva dalla villa del Castelluccio, sul crinale di fronte, sotto il castello di Uzzano, dopo aver scritto una pagina di musica per il secondo atto della Bohème.
Proprio la Bohème ha suggerito a Alessandra Borsetti Venier una performance: La Bohème, commentata da Stravinsky a primavera… una lettura a voce alta, come precisa l’autrice. La musica ci è data per mettere ordine nelle cose, ci dice la Venier, sostituendosi a Stravinsky che, estasiato dalla musica di Puccini, pronunciò questa frase un giorno a Venezia, ascoltando quelle note che uscivano inaspettatamente da un tetto vicino al suo terrazzo pieno di fiori.
Ci sono cose che le parole non possono descrivere… solo l’ascolto può farlo! Il giradischi si è riacceso, Mimì bussa timidamente alla porta di Rodolfo … mi si è spento il lume, dice… l’emozione continua.



Il suono continua nella Gipsoteca Libero Andreotti al piano terra dove sono esposti anche gli strumenti che Giacomo Puccini ordinò al nonno di Luigi Tronci. Il tam-tam grave, i gong intonati, la campana tubolare, i campenelli giapponesi che compaiono nel primo atto quando viene cantato il duetto Tutti zitti. Strumenti eseguiti a mano, allora come oggi, a Pistoia. Una tradizione che rende orgogliosi gli artigiani che li realizzano e che sono ambiti sia da molti musicisti (classici e contemporanei), sia da importanti teatri italiani ed esteri. Un lavoro che continua grazie alla passione e a quell’esperienza che si è accumulata nel tempo e che dovrebbe essere non solo salvaguardata, ma protetta, come qualsiasi altro prodotto di alta qualità. Strumenti importanti, che avrebbero già dovuto trovare posto in un idoneo museo.

Grandi tam-tam

Gong intonati

Campanelle giapponesi

 
La Bohème, commentata da Stravinsky a primavera… è su www.tellusfolio.it

 

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