Liù è la piccola farfalla che, partita da Montignoso,
sorvolando il Lago di Porta e Torre del Lago Puccini, è arrivata
a Montecatini, all’Excelsior, dove ha fatto sentire il fremito
delle sue delicate ali grazie alla maestria del musicista Jonathan Faralli.
Liù è anche omaggio al grande compositore lucchese;
Liù perché Toscanini il 25 aprile 1926 al Teatro alla
Scala di Milano interruppe l’esecuzione di Turandot nel
punto in cui Puccini aveva posato la penna sullo spartito: alla morte
di Liù (era il 24 novembre 1924. Puccini era nato a Lucca il 22
dicembre 1858). Poi perché in quest’opera alcuni critici
hanno ritenuto importante rilevare che l’armonia segna un passo avanti perché utilizza in modo originale alcune soluzioni d’avanguardia, pensando a Igor Stravinskij,
oltre all’importante ruolo del coro, degli strumenti fuori scena,
dei movimenti di massa, ecc.. e ancora perché l’opera si
chiude con il duetto tra Turandot e il principe sconosciuto che
l’ha conquistata, al di là d’una prospettiva di
morte, ma d’amore raggiunto e completo.
Puccini aveva sentito che il suo mondo musicale era ormai alla fine e si stava affacciando un nuovo universo: L’uccello di fuoco di Igor Stravinskij lo aveva annunciato al mondo il 25 giugno 1910. Tre anni dopo (il 29 maggio 1913), sempre a Parigi, La sagra della primavera diventa pietra miliare nella storia della musica contemporanea al pari di Pierrot lunaire di Schönberg del 1911. Fu un formidabile successo di scandalo, come qualcuno disse.
Nelle arti visuali il Liberty aveva percorso l’intera Europa e qui a Montecatini ci sono dipinti di un grande artista, amico di Giacomo Puccini: Galileo Chini, ma altri movimenti stavano illuminando il panorama artistico internazionale, sconvolgendolo.
Siamo all’oggi:
Liù vola dal passato verso il presente e pochi giorni fa sono
state eseguite a Roma musiche di un altro grande artista contemporaneo:
Karlheinz Stockhausen, che ha introdotto una
nuova concezione del tempo musicale, anzi del tempo in assoluto, come
qualcuno ha voluto sottolineare, dato che la musica è la
proiezione dell’esperienza umana del tempo. Stockhausen ha
precisato che la sua: è musica che vola. Il suono si muove
intorno o sopra a chi ascolta a velocità variabili, come uccelli
invisibili, a volte stimolando un’eco umana.
Questa è la musica ha
confermato Faralli, con il suo particolare fascino etereo e volitivo,
con il mistero che circonda chi la crea, chi la esegue, amplificato dal
forte aspetto teatrale della percussione….
Il salone è
disseminato di marchingegni sonori, le work-station strumentali sono
ormai pronte per il musicista, inizia il rito della
musica…silenzio… atmosfere roventi di suoni…..
Così abbiamo ascoltato l’unione dell’esperienza
elettronica con la percussione che è senza dubbio uno degli
aspetti più interessanti e innovativi della sperimentazione in
musica di questo secolo e di quello appena trascorso.
I brani eseguiti in questo
incontro di Montecatini sono tre esempi di esperienze diverse,
convergenti e divergenti allo stesso tempo. Li unisce la natura della
combinazione alchemica tra bit e bacchette, tra spazializzazione e
suoni percossi, li differenzia l’indirizzo espressivo ed il mondo
sonoro al quale si rivolgono.


Il primo brano è di John Cage: Cartdrige music
in cui, ci ha detto il maestro Faralli, la ricerca verso una dimensione
aleatoria dell’interpretare la musica sfocia in una
pluralità di dimensioni: l’esecuzione dal vivo su una
scultura sonora dell’artista pistoiese Andrea Dami, il Cubofono,
ed il suo alter ego elettronico proposto su un tape dal quale si
può evincere una ricerca sonora multipla, come se con delle
orecchie speciali si potesse ascoltare il suono della materia
direttamente dal suo interno; si può udire anche il rumore
dell’ambiente con i passi dell’esecutore all’opera;
si può ascoltare anche una sorta di vibrazione elettrica
generatrice, prima dal vivo e poi registrata.


Il secondo brano è di Bruce Hamilton: Interzones
in cui l’ispirazione e la poetica del suono sono rivolte a
riprodurre con diverse modalità un’ambientazione sonora
interessante e virtuosistica, dove il vibrafono si mescola e si fonde
con un sub-strato elettronico dal sapore musicale ispirato dalla musica
di Frank Zappa.

Infine di John Morley: Racing unseen,
un brano che dedica tutte le sue energie alla sperimentazione spaziale
del suono; un set combinato con vari strumenti a percussione che
dialoga con un tape di rara bellezza e suggestione.
Ecco perché
Liù oggi, ci dice Dami, uno degli organizzatori, perché
la televisione ha ormai sconvolto le forme della rappresentazione
artistica grazie alla sua immediata presentazione, pregio e difetto, in
cui il tempo reale ha avuto definitivamente la meglio sullo spazio
reale, come dice Paul Virilio, per cui i nostri occhi
sono ormai accecati dallo schermo televisivo: insomma non cerchiamo
più di guardare, di vedere attorno e neppure davanti a noi, ma
unicamente oltre l’orizzonte delle apparenze oggettive. Liù, mon amour è un’alternativa a quello che ormai succede: di vedere senza andare sul posto e percepire senza esserci veramente…