Una
scultura sonora per Venturino

L'ala
dell'angelo
è un'opera dello scultore Andrea Dami, che Lucia Fiaschi -
curatrice della casa-studio dell'artista Venturino Venturi - originario
di Loro Ciuffenna (1918 - 2002), ha voluto collocare nello spazio
verde, davanti alla porta dello studio dove Venturino lavorava. Venturi
e Dami perché entrambi scultori e perché tutti e
due
hanno usato la materia piegandola ai loro desideri. Venturino non ha
avuto una bottega, degli allievi, ma in Dami, in Papotto, che ha
presentato il suo lavoro l'anno scorso, e in Biagi, che lo
presenterà l'anno prossimo, la Fiaschi ha visto una
continuità, non solo perché sanno lavorare con le
mani la
materia traendone i segreti, ma perché sanno interpretare i
segreti del lavoro di Venturino Venturi. Quest'opera, continua la
Fiaschi, è riflessione sull'uomo attraverso il pensiero di
Giovanni Michelucci, mentre il segno metallico si fa penetrare dallo
spazio, diventa magico. La scultura non è più
monumento
da quando Arturo Martini ne decretò la morte, ma
è
qualcosa che crea lo spazio, quello spazio che interessa Dami, nel
quale si vive e sul quale ci invita a riflettere. Così la
curatrice ha presentato l'opera di quest'anno in occasione della terza
giornata del contemporaneo promossa dall'Amaci.

Anche il
Sindaco Franco Bagnolesi ha ricordato il lavoro di Venturino,
trovando quelle affinità accennate da Lucia Fiaschi nella
scultura di Dami, ma soprattutto nel suono, il suono della materia, che
Venturino cercava negli strumenti che inventava, perché
L'ala
di Dami è una scultura sonante. E' alta circa quattro metri,
due
segni verticali si alzano da una base di metallo che vuol ricordare la
capanna michelucciana e da questi alcuni fili tesi scendono fino a
terra; ci sono anche delle lastre di ferro lavorate, delle campane
a lastra dice Dami, che, se toccate, rispondono con il
suono: questa è L’ala
dell’angelo (di Michelucci). Quindi le domanda
all'autore sono: perché la capanna-casa
è così piccola; perché
“l’angelo”; perché il suono?
L’angelo perché è l’inviato,
è il messaggero (ánghelos),
è una figura che unisce il divino con il terreno e forse
è lui il segno costante, equidistante che rende possibile la
forma circolare, delimitando il dentro dal fuori. Si dice abbia
sembianze umane, ma a noi è invisibile. Non parla la nostra
lingua perché il suo linguaggio è oltre la nostra
parola… sicuramente anticipa i nostri pensieri.
L’angelo
è il punto di congiunzione, o di snodo tra quello che
è
“sotto”, la parte più oscura che
è in noi, e
quello che è “sopra”, il divino, ed
è per
questo che è nel solito momento linea circolare e quadrata.
Ecco
perché noi non possiamo vederlo, dice Dami.
La nostra “debolezza”, se così possiamo
dire (ma non
potrebbe essere altrimenti se accettiamo il divino) doveva avere un
protettore, una mano amica per sorreggere il nostro cammino impervio e
faticoso; chi allora poteva meglio dell’angelo assolvere a
questo
compito? È quindi segno circolare e angolare
contemporaneamente.
L’angelo e la sua esistenza religiosa ci vengono insegnati da
piccoli. Lo vediamo nei dipinti, soprattutto quando porta il messaggio
divino alla Madonna. Ricordo le sue ali. Ricordo anche quelle che
spuntano dalle spalle del “demone” femminile, o
androgino,
o semplice “angelo” posto ai lati
dell’urna cineraria
di Arnth Velumnas (sec. II a.C.).
Pensando all’angelo, alle sue ali, al suo significato
religioso
nelle varie credenze, mi è tornato alla mente uno scritto
poetico dell’architetto pistoiese Giovanni Michelucci, in cui
fa
riferimento all’angelo. Nel ricordo il racconto non
è mai
lineare, ma una somma di immagini e di sensazioni: ho visto un uomo
(l’architetto) che si muoveva dentro i raggi del sole che
filtravano obliqui tra i rami del bosco. Stava sognando la cosa
più elementare che può sognare un uomo: una
capanna in un
bosco. Una capanna, con la finestra semiaperta, il cui aspetto evocava
l’infanzia, i ricordi ancestrali, gli odori e gli umori del
muschio, del pane appena cotto, del formaggio…
Avvicinandosi, la
capanna, invece di ingrandirsi, si rimpiccioliva sempre di
più… Ma chi mai poteva vivere in così
poco
spazio?.. Quando d’un tratto intravide all’interno
l’ala di un angelo… come quella che attraversa la
piccola
finestra nell’edicola dell’Annunciazione di Giotto.
All’angelo basta quel piccolo spazio?.. Allora non sono i
luoghi
che devono cambiare –dice l’uomo del bosco- ma le
persone
che li abitano. Una verità che Giotto aveva capito? Forse
è per questo che in molte delle sue opere gli spazi
raffigurati
sono angusti rispetto all’azione che vi si svolge? Sussurra
quell’uomo magro, vestito di velluto marrone come gli alberi
del
bosco, come mai lo spazio non basta mai all’uomo? Allora
bisogna
cambiare il mondo e far sì che l’uomo divenga un
“angelo”…
Dovevo lavorare nuovamente su questo tema e così ha preso
forma la scultura L’ala dell’angelo (di
Michelucci),
perché attraverso la capanna si parla della casa, dello
spazio
utile all’uomo per la sua vita. La casa michelucciana
fisicamente
è chiusa verso l’esterno, ma
nell’interno
c’è il “vuoto”, positivo,
caratterizzato dalle
ali di un angelo, forse di quell’angelo che vide Giotto, e
che
ora escono fuori perché tutti possano vederle.
Mi interessa ancora la riflessione fatta da Michelucci: rimettere in
discussione l’annoso problema dello spazio utile
all’uomo,
alle sue attività ludiche e di lavoro, in rapporto con
quello
degli altri, con quello superfluo, fuori misura, che caratterizza solo
il potere del suo proprietario, arrecando insospettati
“danni” non solo agli altri, perché si
riduce il
loro spazio vitale, ma in un certo senso alla
“natura”
stessa, per un maggiore impatto ambientale e un ulteriore impedimento
per tutti noi di poterla godere appieno.


In
più L’ala dell’angelo è
una scultura sonante in quanto le lastre quadrangolari e le corde
offrono allo spettatore la loro “voce” (se
è quella
dell’angelo non so) affinché attraverso i loro
suoni possa
comporre delle personali frasi musicali.
Vorrei che intorno a questa “capanna”, magari
suonando un
motivo improvvisato (fuori dai canoni che uno ha appreso sui banchi di
scuola), si riflettesse sull’uomo costruttore di edifici e
sull’uomo che li dovrà abitare. Quindi L’ala
dell’angelo (di Michelucci)
è un “luogo” d’arte per
portare la discussione
anche sulla città, sulla sua espansione, sulle sue utopie;
la
sua superficie è caratterizzata da un
“tratteggio” a
fuoco (che deriva sia dai pezzetti di carta incollata -quasi un
mosaico- su altra carta, sia dalla pennellata carica di colore, o dalla
stessa grafite strusciata sulla carta giallastra. Oggi quel tratteggio
è fatto a fuoco sul metallo, una serie di linee-scrittura,
oserei dire una “protoscrittura” in rilievo, che
sono la
pelle, la texture dell'opera). Le linee tratteggiate sono costituite da
segni più o meno lunghi tra loro e sono incostanti e oblique
rispetto all’ortogonalità della forma geometrica.
Insomma
questa texture di linee oblique o “impure”, come
qualcuno
le ha definite perché evocano le nostre debolezze e i nostri
limiti (definizione che condivido pienamente), è diventata
una
caratteristica del mio lavoro. Questo mettere
della materia su un piano, a piccoli intervalli, mi ricorda proprio il lavoro
di Venturino Venturi, anche se lui toglieva dalla
superficie.
Per me,
continua Dami, la linea obliqua, oltre ad un aspetto
grafico-estetico in antitesi con la linea orizzontale che considero
rassicurante e che segue dolcemente l’ideale orizzonte,
è
sinonimo di fatalità, evocatrice del
“caso”, a cui
tutti in qualche modo siamo legati, o con il quale dobbiamo fare i
conti, perché non sappiamo in quale punto siamo e quale
direzione stiamo seguendo: verso il basso, o verso l’alto, o
viceversa… all’interno di uno spazio invisibile,
che
immagino sia quadrangolare, e quale lato di questa figura stiamo
percorrendo per giungere alla fine del nostro percorso-perimetro, il
nostro “recinto” interiore, esoterico, impalpabile,
spirituale…?
Dunque le linee oblique nel mio lavoro artistico come risposta
filosofica e la figura geometrica solida come risposta estetica, di
equilibrio e di stabilità nell’idea di
“recinto” spirituale, come ci hanno indicato i
segni delle
più antiche incisioni rupestri. Il mio fare artistico
continuerà utilizzando la cartavelina, la rete metallica,
non
dimenticando neppure gli elementi naturali presi direttamente dal mondo
vegetale, come ho fatto molte volte con le
“materializzazioni” (di cartapesta e rami) per
ottenere,
con questi nuovi elementi, ancora forme geometriche quadrangolari, e
continuerà, il mio lavoro, con i ferri
“quadrati” e
il loro suono… ora leggero, ora forte e aspro…
(che sia
il tintinnare di piume increspate… o forse è la
voce
dell’angelo?…).

...
Sento un'aria che sale / una voce / un rumore / uno
spargersi di sale / l'aria vibrare / l'ala innalzarsi o volare / le
mani sanno fare / ma la mente / sì la mente deve pensare / e
l'ala allora solo allora può volare... recita
davanti a L'ala dell'angelo (di Michelucci) Miradario,
il personaggio dell'artista Massimo Biagi, per Andrea Dami, vicino a
lui, con un fazzoletto amaranto al collo per ricordarci quello che sta
succedendo nel Mondo: i Monaci birmani.
Luigi Russo Papotto, altro artista, ha detto dello scultore Dami che
è un compagno di viaggio perché innamorato del
ferro come
lo è lui. Dami è passato dalla carta al ferro,
perché questo metallo ha in sé tutti gli elementi
che si
trovano nell'uomo: resistente, ma anche duttile; è forte, ma
si
ossida e muore in presenza di quello che a noi serve per vivere.
Andrea, dice Papotto, parla con il ferro e ci fa sentire la sua voce
sonora carpendo l'essenza stessa della materia: un tentativo di far
parlare l'anima del ferro per avere delle risposte. La base
è
simile alla pietra che è davanti alla piattaforma
rettangolare,
comoda per stare seduti a riflettere, guardando il sole che scende
dietro i monti. C'è anche il segno quadrangolare, con il
quale
Dami ci vuol ricordare la casa, la città e da qui escono le ali
che, per me, sono il sogno dell'uomo perché, da quando ha
imparato a camminare, ha desiderato di volare... penso a Icaro, ma
penso anche a Leonardo: un sogno, il sogno di Andrea.
A proposito del sogno e del racconto poetico dell'architetto Giovanni
Michelucci, Lucia Fiaschi è riuscita, grazie ad alcuni ex
studenti universitari, a recuperare un'intervista che loro fecero a
Michelucci 25 anni fa, nella quale parla di architettura e d'arte e che
ora possiamo riascoltare all'ombra di quelle eteree ali metalliche di
Dami.

A questo
punto dalla piccola scala è scesa Claudia Bombardella
che, usando bacchette di gomma, di legno, le mani, la voce, ha dato
vita a La voce dell'Angelo.
Anche alcuni versi, che Venturino scrisse nel 1938, sono entrati come
una musica antica nell'improvvisazione sonora di Bombardella:
Ride la rondine in infinito / spazio volando /
sbattendo
le ali allegra / si posa di filo in filo / di tetto in tetto. / Ride di
che? Di chi? / Di se stessa? / E' troppo fiera. / Vola ecco il
perché / domina il mondo
Le parole di Venturino Venturi ci hanno ricordato che eravamo suoi
ospiti, tra i suoi gessi, le pietre, i legni, il suo fiume Ciuffenna.
Venturino volle che questa casa rossa fosse aperta,
un luogo d'incontro, come tiene a sottolineare Lucia Fiaschi, che lo
conosceva bene, perché qui incontrava l'Uomo.
Così a Loro Ciuffenna, a Casa Venturi, è iniziata
il 6
ottobre 2007, insieme ad oltre 500 organizzazioni culturali presenti su
tutto il territorio nazionale, la giornata del contemporaneo
promossa dall'Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiani,
sostenuta dalla Direzione Generale per l'Architettura e l'Arte
Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività
Culturali,
con l'Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica: un messaggio
affidato proprio agli artisti e agli operatori culturali del nostro
tempo perché l'arte del presente parla al presente.



Casa
Venturi
Archivio Venturino Venturi
Centro di documentazione per la scultura italiana del
'900
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Loro Ciuffenna
orario: 16 - 19 - martedi - giovedi - sabato -
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