Forme, materiali e suoni per l'arte del dialogo
    Un possibile percorso nell'arte di Andrea Dami

         



A Monsummano Terme, città del poeta Giusti, nell’Oratorio San Carlo, il 25 ottobre 2008, è stato presentato il libro di Anna Brancolini: “Forme, materiali e suoni per un’arte del dialogo - Un possibile percorso nell’arte di Andrea Dami”, all’interno del ciclo: Incontro con… l’Autore, un programma provinciale organizzato dalla Biblioteca Comunale di Monsummano con scrittori di opere o di ricerche sulla società contemporanea, sulla storia sociale, economica, politica e culturale della città e del territorio. 

    Anna Brancolini, autrice di questo libro on line, pubblicato in formato elettronico dalla Carla Rossi Academy - International Institute of Italian Studies (nello spazio telematico Carla Rossi Academy Press - www.cra.phoenixfound.it), ha ripercorso il lavoro dell’artista pistoiese Andrea Dami, ha detto Carlo Vannini, direttore della Biblioteca, con la sua particolare ottica di lettura, tesa a ritrovare, in quel lavoro, una linea coerente e continua di momenti autogenerantisi: dalle prime opere in cartapesta dipinta alle ultime in ferro, ottone o acciaio; da una ricerca legata alla volontà di rievocare determinati eventi storici per sottrarli alla tirannia del tempo, ad una meditazione meno contingente e più ampiamente esistenziale; dalle sperimantazioni plastiche dei primi anni ai tentativi di intersecare linguaggi e piani sensoriali diversi in un percorso sempre teso allo scarto e ad una dimensione di frontiera, sospesa tra più territori. Ne emergono riflessioni sui temi del passato, della memoria, della comunicazione a vasto raggio; mentre sempre più il lavoro di Dami si caratterizza come un’arte labirintica, il cui labirinto tuttavia prevede un’uscita piena di speranza. 

È la fiducia nella forza del dialogo che - espresso metaforicamente attraverso l’intersecarsi di vari materiali o la ricerca di inusitate convergenze tra arte e scienza o tra arte e musica - vuole porsi come stimolo per una seria riflessione e meditazione sul ruolo e sul destino dell’uomo alle soglie del terzo millennio. 


                                              Carlo Vannini, Caterina Ranieri, Anna Brancolini, Marino Balducci

Vannini ha voluto ricordare alcuni lavori che Dami ha eseguito sul territorio di Monsummano, o meglio della Valdinievole e oltre, come la scenografia per La vipera (di Ferdinando Martini) a Villa Renatico-Martini di Monsummano; il video Il mio padule sulla strage dell’agosto del ’44 nel Padule di Fucecchio; la mostra al Centro Mirò (Accademia d’Arte Scalabrino di Montecatini Terme) Andrea Dami per Mozart nel bicentenario della morte e, ancora, al Palazzo della Scuola di Montecatini Alto Tre artisti all’est dell’America e alla Villa Forini di Montecatini Terme Il sogno di Kublai - Tra i sogni del Gran Kan e le visioni di Marco Polo, cos’è oggi la città? 

    Poi è intervenuta Caterina Ranieri, Assessore alla Cultura, la quale, dopo parole di elogio per il lavoro fatto da Anna Brancolini con libro on line “Forme, materiali e suoni per un’arte del dialogo - Un possibile percorso nell’arte di Andrea Dami”, che ha letto con molto piacere perché ha potuto conoscere meglio il lavoro di Dami e, attraverso questo, l’artista, ha voluto ricordare la mostra Il nastro di Arianna avvenuta all’Osteria dei Pellegrini; Son blue-rouge 1789 revolution - oltre Kandinskij per la libertà dei colori, dei suoni e degli uomini svoltosi in piazza con i ragazzi della Scuola Media; Dodici-dodici-così, una serie di incontri con un artista e la sua opera a Villa Renatico-Martini e Naufragio alla Casa dell’Uggia, tutti a Monsummano. Impossibile dimenticare il Giardino della memoria in ricordo della strage del Padule di Fucecchio, a Castelmartini (frazione di Larciano - Pistoia), il recupero del muro perimetrale dell’ex cimitero con la scultura Paysage, il terrapieno con i bassorilievi-sedute eseguiti da alcuni ragazzi della Scuola Media e l’atmosfera che è riuscito a ricreare, o a mantenere. 
Con i lavori, con questi progetti, ha detto Caterina Ranieri: «Dami ha accompagnato anche un percorso importante della cultura monsummanese nel momento in cui si formalizzavano e nascevano quei percorsi che hanno portato poi alla nostra musealizzazione. Ha lasciato una traccia importante per un approccio con la contemporaneità che ha fatto sicuramente emergere tutta la complessità del fenomeno arte contemporanea. 
La personale esperienza di Andrea Dami sottolinea quanto il rapporto dell’uomo con il mondo, con la natura e con tutto ciò che lo circonda sia estremamente complesso, ma anche estremamente precario. Un equilibrio precario che l’arte contemporanea tenta di esplorare con strumenti nuovi, ma rifacendosi anche a memorie antiche e a esperienze che a volte sono il risultato di un qualcosa di ancestrale che noi ci portiamo dietro attraverso questo rapporto particolare con il “mito”. Ho letto che Andrea tenta di smascherare il mito, di capovolgerlo, ma in un certo qual modo quell’operazione io credo stia tutta dentro il mito. Il mito non è altro che un linguaggio, un modo di rappresentare il mondo ed è, fondamentalmente, una maschera del mondo; oltre quel velo, oltre quella maschera inevitabilmente si aprono scenari di esperienza che sono dei piccoli passi verso il mondo e dei piccoli passi verso l’altro». 
L’assessore passa la parola a Balducci, Presidente della Carla Rossi Academy - International Institute of Italian Studies, «che abbiamo avuto modo di apprezzare per i suoi studi danteschi, ma anche come infaticabile divulgatore di tutto ciò che concerne quell’universo chiamato cultura dantesca, sia come autore, sia come organizzatore di percorsi culturali transnazionali». 

                                                                                                                     Marino Balducci

   Marino Balducci ricorda che il progetto: “Forme, materiali e suoni per un’arte del dialogo - Un possibile percorso nell’arte di Andrea Dami” di Anna Brancolini ha dato all’Istituto grande soddisfazione, primo perché l’arte di Dami è un’arte profonda, enigmatica che suscita la necessità di un altrettanto profondo discorso critico; secondo perché il lavoro ermeneutico, interpretativo di Anna si è dimostrato perfettamente all’altezza della magia e della profondità dell’espressione artistica di quest’uomo che investiga, con una sensibilità particolare, simboli antichissimi e torna a dare ad essi un significato contemporaneo. 
Anna Brancolini nel suo lavoro critico si è addentrata nell’universo di Andrea, che possiamo definire come un “labirinto” proprio perché, come tutti i labirinti, è carico di misteri e di segreti. Si è addentrata all’interno di questo mondo, utilizzando le armi più adatte e gli strumenti più idonei per poter decodificare i misteri di questo luogo. Ha utilizzato appunto gli strumenti di Arianna, la signora del labirinto cretese, ha utilizzato il filo, cioè un discorso filosofico estremamente fluido che si fonda nel sentimento profondo delle ragioni dell’arte. Oltre a questo ha saputo utilizzare sapientemente la spada, la spada che incide, che taglia, che riesce a riportare ordine all’interno del caos, di quel caos pieno di vita dal quale nasce l’arte, l’arte vera e poi ha saputo indossare perfettamente la corona aurea, la corona di Arianna, quella che concede all’ospite del Labirinto di potersi collegare al simbolo del cerchio, di poter ritrovare un ordine all’interno del disordine e, quindi, di poter passare dall’analisi dei segmenti del labirinto ad una sintesi finale. 
Sono molto felice stasera di essere qui per ripercorrere con voi questo grande mito originario al quale Andrea Dami si ricollega con la sua arte e al quale Anna Brancolini, con il suo discorso critico, ha saputo dare una voce, un’interpretazione moderna. Il mito è quello del Labirinto e del Minotauro. È un mito che ricorre con i suoi simboli, lo possiamo vedere anche stasera all’esterno di questo meraviglioso totem: Paesaggio, una scultura sonora che Andrea ha portato in questo luogo. Ecco questo mito si costella di vari simboli fondamentali e uno fra i tanti è quello della spirale, del percorso serpentinato e quindi del labirinto. Il labirinto nel mondo classico rappresenta il tentativo di portare ordine nel luogo del disordine, del caos, nel luogo della rabbia, della violenza, infatti all’interno del labirinto si trova il Minotauro, che ci spaventa con la sua sete di sangue. 
Il mondo greco concepisce il simbolo del labirinto come segno della razionalità umana che si può imporre contro l’urto del caos, della violenza degli istinti e può trasformare questa stessa violenza in un’energia funzionale alla crescita della società nel momento in cui questa energia viene ad essere incanalata in un percorso razionale, quindi resa forza di pensiero, non più sete di distruzione. Questo grande simbolo percorre le varie fasi della nostra civiltà occidentale, non connota soltanto il momento antico, il momento classico, ma anche la fase cristiana del nostro passato e del nostro presente. 
Nel mondo dantesco noi troviamo una nuova, diversa rappresentazione del labirinto. Possiamo dire che l’Inferno concepito da Dante è un vero e proprio labirinto, un labirinto che comunque presenta dei tratti pertinenti, apparentemente identici rispetto a quelli del labirinto classico, ma in fondo sostanzialmente diversi. Noi incontriamo la creatura del labirinto all’interno di uno dei canti centrali dell’Inferno, che è il canto XII. Il poeta, come pellegrino, incontra la creatura del labirinto, cioè il Minotauro, in questo canto dell’Inferno dove viene punita la colpa del sangue: questo è il luogo dove sono puniti gli omicidi, coloro che hanno sparso sangue sulla terra. Sono immersi in un fiume di sangue bollente, il Flegetonte, che rappresenta lo scorrere del sangue e del dolore che ad esso si collega lungo le varie fasi della storia. 
Individuiamo le nuove caratteristiche del labirinto e del Minotauro così come appaiono all’interno di questo altro mondo del nostro passato, il mondo cristiano, che riassorbe l’eredità simbolica del mondo classico ma in qualche modo la trasforma. Il labirinto nel mondo cristiano appare come un luogo pieno di spaccature, quindi è un carcere, è una costruzione rotta in più punti, infatti l’Inferno dantesco mostra all’interno delle sue zone delle rotture causate da un grande terremoto. Tre sono le rotture simboliche del labirinto infernale, labirinto che invece nel mondo classico è integro; architettonicamente perfetta è la grande opera di Dedalo. 
Ecco, il labirinto medioevale è un labirinto rotto che minaccia di rovinare, di collassare. Un'altra caratteristica curiosa: questo Minotauro, il Minotauro dantesco, invece che mordere, invece che scatenarsi contro gli ospiti-vittime del labirinto, si morde, si fa del male. Perché tutto questo? Perché questo auto lesionismo del mostro all’interno del labirinto dantesco? Perché qui siamo all’interno di un mondo nel quale il male si trova ad essere come disattivato, esorcizzato, in qualche modo redento; questo è il luogo che abbraccia il mostruoso, abbraccia la violenza, il male, per redimerlo attraverso l’amore di questo abbraccio. Il compito del pellegrino del labirinto non è più quello di uccidere i mostri, bensì quello di utilizzare il mostruoso come uno strumento funzionale alla conoscenza della verità. Nuova interpretazione del concetto di labirinto: non più incarcerare il male, pugnalare il male, come Teseo ha fatto nei confronti del Minotauro, ma abbracciarlo, far capire a questo antagonista che anch’esso è parte di noi, è diverso sì, ma solo apparentemente, sostanzialmente è come noi e quindi per questo deve essere abbracciato e amato. Ho cercato di chiarire in qualche modo i molteplici significati che si addensano intorno alla spirale, a questa idea del labirinto, per introdurre il discorso della Brancolini su Andrea Dami e la sua rivisitazione contemporanea del labirinto, della spirale, dei percorsi, delle strade».

                                                          Anna Brancolini, il salone San Carlo e l’opera “paesaggio” 

    «Balducci ci ha offerto ulteriori spunti per agganciare l’opera di Andrea al passato», interviene Anna Brancolini, critica d’arte, «perché l’opera di Dami è strettamente legata al passato in rapporto dialogico molto stretto con il presente. Il titolo del libro richiama la parola “dialogo”, parola che ci accompagnerà nell’affrontare i vari temi che vengono fuori da questo lavoro di Andrea Dami e che si snodano per vari anni, ma che interagiscono tutti l’uno con l’altro perché fondamentalmente l’arte di Andrea è un’arte dialogica, un’arte che ricerca il dialogo tra materiali diversi, tra passato e presente, ma anche un rapporto molto stretto tra l’artista e il fruitore, perché Dami non ha mai pensato alla validità di un’arte autoreferenziale che non cercasse un rapporto stretto con chi sta al di là, per cui è fondamentale che quello che viene chiamato il fruitore si avvicini all’opera d’arte. Ricercare il contatto con gli altri, con i destinatari che diventano compagni di viaggio alla ricerca delle proprie radici, di una riflessione più profonda sui tanti temi della contemporaneità, per cui qualunque discorso critico che si può fare con Andrea, il nostro discorso critico è un discorso da vedersi in quest’ambito dialogico. Il testo nasce vari anni fa quando Andrea lavorava con la cartapesta e io presentai la sua mostra che, guarda caso, era proprio a Monsummano, all’Osteria dei Pellegrini. È iniziata lì una collaborazione che ha determinato la scrittura di vari saggi, che poi sono stati riprodotti nel testo: “Forme, materiali e suoni per un’arte del dialogo - Un possibile percorso nell’arte di Andrea Dami”, perché la visione particolare che si ha di un’opera quando ci si pone a decodificarla non dovesse perdere successivamente la freschezza della prima volta. Quindi sono stati riproposti questi interventi, così come sono stati scritti, salvo la prefazione che ha cercato di inquadrarli. 
Per capire perché Balducci ha parlato del labirinto, per capire perché noi ci troviamo qui di fronte a quest’opera: Paesaggio, che sembra un totem di ferro, segnato da righe oblique ottenute con la saldatrice, un’opera che sembra così intoccabile e che invece si apre a grandi sorprese, sorprese che verranno date dal suono, penso che sia opportuno fare una breve carrellata sul percorso di Dami, che non è un percorso che nasce da un momento all’altro. È un percorso lontano, che si è svolto per momenti che si sono dialetticamente snodati l’uno nell’altro per arrivare, poi, a queste sculture sonanti, che già da diverso tempo costituiscono la cifra caratteristica del suo modo di fare arte, un’arte ripeto dialogica, un’arte che ha sempre cercato con il fruitore un rapporto diretto fin dalle sue prime materializzazioni, quando invitava chi andava alle mostre a toccare i pezzi che lui faceva, a girarci intorno perché era importante che chi vedeva l’opera non si sentisse da quest’opera escluso, ma tutto sommato cercasse di partecipare all’evento. 
Dami parte da lontano, parte da opere di cartapesta: le materializzazioni, come le chiama lui, con le quali, negli anni 80 del novecento, cercava di far riflettere sul problema del vuoto e del pieno, del rapporto tra apparenza e realtà, tra menzogna e verità. Erano opere abbastanza sconcertanti perché davano l’impressione della forza, della perentorietà, della staticità, in realtà erano leggerissime e potevano cadere ad un soffio di vento e erano opere, però, che gli hanno permesso di affrontare il problema della scultura, inserendosi in questo mondo per una strada abbastanza obliqua, marginale, come riteneva lui, che poi si è sviluppata alla ricerca di forme più perentorie. Ecco l’esigenza, a un certo punto, di passare dalla cartapesta al ferro, dopo aver tentato delle simbiosi stranissime con l’arte video, simbiosi che hanno determinato, invece, la sua divaricazione in territori diversi. C’è stata, poi, la scelta del ferro che è diventata particolarmente significativa per esprimere i temi su cui voleva riflettere e che permetteva anche di far capire l’importanza del tema delle radici, perché il ferro, soprattutto in questa zona, si lega a un recupero della dimensione artigianale, anche di un rapporto diretto con la materia che, per Dami, è sempre stata molto importante. 

Marino Balducci ci parlava prima del labirinto come testimonianza del ricordo del porsi di fronte al male, a un male che è simile a noi, per cui non va estraniato, ma va, non dico inglobato, ma comunque capito, abbracciato, inserito anche nel nostro essere, forse per meglio capire noi stessi. Ecco sono tutti temi che l’opera di Andrea ha affrontato fin dalle origini, ad esempio, nel momento in cui lavorava con la cartapesta è stata molto forte in lui l’esigenza di affrontare temi sociali; mi ricordo, nel 1992, una mostra a Montecatini Alto, che si intitolava “All’Est dell’America”, come ha ricordato Vannini. Era lì ad esporre le sue opere insieme ad altri artisti: Daniel Spoerri e Giorgio Ulivi e l’occasione era la celebrazione dei 500 anni della scoperta dell’America, per fare che cosa? Non tanto per vedere l’America da un punto di vista del processo di europeizzazione, ma per vedere l’America come terra di conquista, come terra che troppo spesso è stata considerata un territorio da vivere in esclusiva ottica europea e che pertanto doveva stimolare un discorso diverso nei confronti dei nativi. E’ cominciato da questo momento un iter di opere che sono state molto legate ai problemi storico-sociali, ne ricordo soltanto due: una in occasione del 50° anniversario dell’eccidio del Padule di Fucecchio, l’opera Centosettantacinque che era un’installazione di una grandissima suggestione: 175 tessere di carta che, messe insieme, recuperavano la planimetria dell’invaso palustre del Padule di Fucecchio e che dovevano simboleggiare quelle 175 vittime che persero la vita nell’agosto del 1944. Erano questi fogli di carta strappati da una parte, messi in un campo della casa colonica dell’Uggia, a suggerire queste vite che erano state private dell’ultimo lembo della loro esistenza, o di un lembo anche consistente della loro esistenza, visto che in quell’eccidio erano morti molti giovani, insieme a anziani e a tanti bambini. L’altra, ricordata anche da Carlo Vannini, è il Giardino della memoria. Anche lì Dami ha voluto di nuovo ripercorrere i sentieri della memoria attraverso 175 tessere, questa volta di ferro, che galleggiano in uno strappo ricucito del muro perimetrale dell’ex cimitero di Castelmartini a simboleggiare che cosa? Il tentativo di ricucire lo strappo che è stato fatto nel passato, ma che il presente non deve assolutamente dimenticare, perché non si può vivere senza passato. Non si può, per Andrea, iniziare un qualsiasi progetto artistico che abbia soltanto, come finalità, le finalità estetiche o le finalità di un’autoaffermazione personale. Ecco perché per lui affrontare temi di attualità è, direi, un imperativo morale nel momento in cui inizia molto più coinvolgente il suo rapporto con il ferro. 
Uno dei temi fondamentali, su cui lavorerà moltissimo, sarà il tema delle città. Produrrà opere diverse, dalla Città tecnologica che fu esposta in occasione dell’anniversario della distruzione di Hiroscima al castello di Serravalle Pistoiese, al Sogno di Kublai a Montecatini Terme per recuperare e ricordare il settimo centenario del viaggio di Marco Polo in Cina, fino a Crocevia, un’opera interessantissima che fu esposta davanti all’Ospedale del Ceppo a Pistoia e che invitava, come anche le altre, a riflettere sul tema della città di oggi, questa città che molto spesso non è una città vivibile, sia per i problemi di tipo pratico, ma soprattutto di tipo spirituale che sono connessi alla vita di chi in essa abita e molto spesso ha grossi problemi a relazionarsi con gli altri. Nel momento in cui affronta il tema della città, Dami comincia a recuperare elementi simbolici a cui prima ha alluso Marino Balducci: il modulo quadrato, il modulo circolare che vedete anche qui in “Paesaggio”. Non sono casuali. Attraverso il recupero del modulo quadrato Andrea ci riporta nel passato per richiamare alla nostra memoria la città romana con la sua planimetria, con il suo tentativo di riportare ordine dal caos, con la sua divisione in strade ad angolo retto intorno al cardo e al decumano e poi ci riporta alla città etrusca ma anche al tentativo, attraverso l’ordine, di mettere finalmente fine al disordine. Mentre il cerchio a cosa ci riporta? Non soltanto al labirinto, di cui parlava prima Balducci, ma a simbologie più vaste, ci riporta anche alla cultura orientale, molto spesso i cerchi per Dami saranno modi di recuperare antichi strumenti orientali, i tam, i gong, ma il cerchio ci porta anche a meditare sul ciclo della morte e della vita, sul tema dell’incontro e a questo proposito mi viene in mente l’architetto Giovanni Michelucci, con cui ho avuto rapporti diretti, con cui ha avuto rapporti diretti anche Andrea e si vede perché il tentativo di un’arte dialogica, il tentativo di un’arte che deve mettere l’artista, così come l’architetto, in perfetta sintonia con coloro che verranno e in rapporto con le opere create, indubbiamente viene dalla lezione michelucciana, come di altri artisti che hanno lavorato nell’ambito di Pistoia. Per cui non può non venire in mente, quando si parla del cerchio come luogo dello stare insieme, la chiesa michelucciana di Longarone, la sua strana, suggestiva struttura che è quella del teatro, intorno al quale e nel quale è auspicabile che gli uomini si ritrovino per cercare, escogitare, sperare nuove forme di convivenza, quelle forme di convivenza che spesso Andrea cerca di suggerirci. In molte opere in ferro affronta la simbologia del labirinto, che è diverso dal labirinto antico, ma anche dal labirinto cristiano, perché è un labirinto dal quale si riesce ad uscire, anzi Dami ha questa voglia di uscire e più che altro di suggerire agli altri che nei numerosi labirinti nei quali possiamo trovarci irretiti nella nostra vita noi dobbiamo sempre avere la speranza che ci sarà una via d’uscita. 
Una delle sue opere più significative da questo punto di vista si trova nel Giardino sonoro di Groppoli, un’opera che dovrebbe semplicemente farci meditare sul discorso della città, ma che in realtà nelle sue parti che racchiudono uno spazio ottagonale ci fa riflettere su questo labirinto che può essere la nostra vita, che può essere la nostra molteplice esperienza ma dal quale è sempre possibile uscire e, secondo me, è proprio per questa volontà di apertura, per questa volontà di andare oltre la staticità e i tanti condizionamenti che ad un certo punto Andrea ha sentito l’esigenza del suono, del suono perché non ha barriere. Il suono è aperto. Il suono supera qualsiasi staticità ed ecco che nel momento in cui Dami ha affrontato l’evoluzione del tema della città, ha avvertito anche l’esigenza di opere che arrivassero agli altri non soltanto attraverso la vista o attraverso il tatto, ma attraverso il suono e sono nate le sculture sonanti che sono molteplici, sono diverse, sono di forme e d’aspetto diverse, anche se tutte ruotano sempre sulla riproposizione degli stessi schemi simbolici: il cerchio simbolo della vita, della morte, ma anche della perfezione o dello stare insieme e il quadrato, l’ordine dal caos. Inoltre vorrei sottolineare un’altra cosa che potete vedere in questa recentissima opera “Paesaggio”: la diagonale, che tramerà sempre qualsiasi superficie che Andrea abbia mai prodotto, fin da quando lavorava con la cartapesta e la cartapesta era tramata da fili che permettevano alla carta di avere dei percorsi stranissimi ma sempre in diagonale, perché la diagonale è in definitiva il procedere in maniera obliqua, l’andare al di là del tracciato prestabilito, è lo scarto, è la libertà, è l’apertura. Quello che noi dobbiamo percepire nell’opera di Dami, è un procedere in diagonale, un procedere aperto che è un modo particolare di essere nel mondo, perché, lo ripeto, forse quello che c’è di intrigante nel suo modo di fare arte è non solo il fatto che per lui è fondamentale che chi viene a vedere le sue opere ci giri intorno, le tocchi, le faccia anche suonare da quando, diciamo, ha inventato le sculture sonanti, ma per lui è importante anche un'altra cosa, che queste opere insegnino che noi dobbiamo muoverci in obliquo, in diagonale, perché soltanto così si può riuscire a tirarsi fuori dal caos, ad uscire da qualsiasi labirinto e si può avere un’ulteriore maniera per essere nel mondo, esserci con una responsabilità profonda che è quella che dobbiamo al fatto di esistere, al fatto semplicemente di essere uomini. È questa la lezione più bella che questo artista pistoiese, per certi aspetti così schivo, ma poi così caldo, ci ha dato nel corso delle sue molteplici opere, dei suoi molteplici interventi, che sono tantissimi ma sono tutti testimoniati in questo testo on-line che forse non è un caso che abbia avuto questa nuova forma. Non un testo cartaceo, ma un testo che tutto sommato può esserci o non esserci e che proprio per questo ci invita anche a percorsi diversi, diversi dal solito. Normalmente i testi d’arte, le presentazioni d’arte hanno una forma più statica anche nel porsi di fronte a chi deve decodificare l’opera stessa, quindi ritengo che in questo ci sia un invito a muoverci in una maniera più responsabile, consapevole dei “labirinti”, per ritornare al discorso che faceva prima Balducci, ma anche consapevole che dai labirinti dobbiamo uscire. Inoltre l’artista ci vuol dire anche un'altra cosa: si esce dalle difficoltà se non si sta da soli, se ci si muove con la volontà di accogliere l’altro, di rispettare l’altro, di capire l’altro, di accettare l’altro, se si imparano le forme della solidarietà e della collaborazione e quella solidarietà e quella collaborazione che ci hanno unito per anni, hanno unito per tanti anni anche me e Marino Balducci e forse, senza questa, non ci sarebbe stato né questo testo, né tanti altri nostri interventi».

                                                                                                                               Andrea Dami 

    Anna Brancolini chiama al tavolo Andrea Dami, che ringrazia Anna, Marino, Carlo e Caterina, l’assessore, per le belle parole dette sul suo lavoro e, per ringraziare anche il numeroso pubblico intervenuto e l’Amministrazione comunale che ha messo a disposizione il San Carlo, offrirà, insieme a Emanuele Nistri, musicista con il quale ha percorso alcuni tratti della sua “strada” artistica, una performance musicale, il cui strumento, dice Dami, è questo totem di ferro, Paesaggio, che suona come tante altre sculture, alcune delle quali sono state ricordate e altre le voglio ricordare: «Sogno di cm 90 per 350 di altezza, con campane a lastra lavorate a fuoco, che ha fatto sentire la sua voce, grazie a Giovanni Canale, nel chiostro della S.S. Annunziata a Pistoia; L’ala dell’angelo, un parallelepipedo di 4 metri d’altezza con 7 tam-tam, un cerchio e 12 campane a lastra, utilizzato per una performance in occasione della Cerimonia del tè di Dani Karavan alla Fattoria di Celle (Santomato - Pistoia) e in Piazza IV Novembre a Perugia; I sei (ferri sonanti) di Groppoli per alcuni concerti eseguiti da Jonathan Faralli a Livorno e a Casole d’Elsa (Siena); la Macchina sonante (da un’idea di Leonardo da Vinci) presentata al Megaron Mousikis di Atene; Il fiore di Leonardo (da Pisa) per Il canto del cammino di Ang Gey Pin e Nickolai D.Nickolov; La città del dialogo - A.D.12507 (Luogo, Luoghi - Suono, Suoni - 3) con 40 cimbali, suonata da Dado Sezzi; L’ala dell’angelo (di Michelucci) per il concerto I colori dell’angelo di Emanuele Nistri e Claudio Teobaldelli, nella Casa Studio Venturino Venturi a Loro Ciuffenna. 
Stasera, “Paesaggio”, due parallelepipedi segnati da linee oblique, ondulate e circolari che evocano anche percorsi labirintici, per fermare alcune sensazioni, alcuni ricordi, alcune emozioni suggerite dal paesaggio, dalla terra in cui viviamo. Questo è il nostro mondo, siamo qui verso il futuro; il vecchio mondo non è scomparso e il nuovo non è ancora apparso e in mezzo ci sono ancora i “mostri”. L’opera con la sua voce per far sentire all’imperatore, come avrebbe detto Ascanio Celestino, che siamo vivi e che stiamo uscendo dal labirinto». 
    Andrea Dami ha invitato Emanuele Nistri, autore della musica, ad avviare le macchine sonore elettroniche. Hanno preso le bacchette e l’archetto e hanno dato così vita al concerto. La scultura è diventata tamburo, “violino di ferro”, chitarra, violoncello… 

 

 

                                                                                                                 Emanuele Nistri e Andrea Dami 

Gli applausi hanno chiuso la serata. 

                                                                         

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