Il
collezionista non è un artista ma è un uomo che raccoglie
in maniera sistematica delle cose che, secondo lui, non hanno soltanto
un particolare interesse, ma anche un valore, in questo caso artistico.

Mi sento
collezionista, perché “colleziono” i miei lavori, ma
anche per prendere le distanze da quelli che lavorano per il
così detto sistema dell’arte, secondo le regole che detta
il mercato, invece deve essere l’Arte a generare il mercato e non
il contrario. E qui è d’obbligo una riflessione: il lavoro
dell’artista è sempre stato un lavoro complesso, che
necessita di “strumenti” per essere decodificato, che non
sono soltanto testi critici specifici, ma anche testi di filosofia, di
letteratura, di poesia, di matematica, ecc.. L’opera non è
una pagina di un quotidiano, il cui compito è quello di
informare il lettore su un fatto di cronaca, ma sarà il fruitore
che, davanti a quel lavoro visuale, o video, o tridimensionale, o
musicale, dovrà “salire” gli scalini virtuali di
quella lunga e tortuosa scala che è l’arte, per leggere i
pensieri o le domande che l’artista ha scritto con la sua tecnica
espressiva.
La mia collezione è caratterizzata da lavori
di concret’arte, parola che penso sintetizzi meglio il mio fare
artistico. Per quanto riguarda la parola “concreto”
condivido pienamente quanto ha proposto Alexandre Kojève che, in
contrapposizione alle teorizzazioni degli anni ’301, ha ridato il
giusto valore a questa parola, in quanto l’artista non
“astrae” nulla dal mondo, bensì crea, di suo, forme.
Per cui è l’arte rappresentativa tradizionale da
considerarsi astratta, nel senso che “astrae” dal mondo
degli oggetti e della natura i motivi che essa raffigura.
Andrea Dami è un collezionista che raccoglie
pensieri e sensazioni che cataloga nella sua memoria, poi traccia su
carta gli aspetti più interessanti, o più emotivi che
sono emersi dalla e nella riflessione, per realizzarli, in tempi
successivi, magari con il metallo e in forma tridimensionale.
Così nascono gli “oggetti” che aggiunge alla sua
collana di opere d’arte; una collana che è un accumulo di
lavori, che al visitatore potrà sembrare la realizzazione di un
disordine, ma che in realtà è “fissata” ad un
filo, visibile solo al collezionista, con il quale ha legato
pazientemente pezzo dopo pezzo, opera dopo opera, come un bravo
archivista di biblioteca. Come in tutte le collezioni, la catalogazione
è costituita da una o più sottocatalogazioni per temi,
per tecniche, per materiali, per cui sono molti i fili che legano le
varie opere e sono molti i colori di quei fili che si intrecciano tra
loro.
La passione per il collezionismo è iniziata
molto tempo fa, quando mio padre, su suggerimento della maestra
elementare, di quelle che oggi non si vedono più, piccola di
statura ma grande di circonferenza, insomma un morbido
“nido”, mi iscrisse alla Scuola d’Arte di Pistoia,
poi diventata Istituto.
Lì ho trovato degli amici-insegnanti ai quali
devo la mia formazione giovanile: Umberto Mariotti, Jorio Vivarelli,
Giovanni Bassi, Pietro Bugiani, Remo Gordigiani., Vasco Melani.
Lì ho appreso, attraverso i lavori pittorici di Alfiero
Cappellini, dal maglione bianco e la sigaretta sempre accesa, che la
creatività, la fantasia non si possono disgiungere dalla vita
dell’uomo, dalle sue necessità, soprattutto sociali, come
dal suo lavoro. Così l’arte per l’arte, il segno che
si accosta armoniosamente all’altro, o il colore che dialoga con
quello della campitura vicina, cominciarono a diventare sempre meno
interessanti; insomma quella forma di collezionismo cominciò a
interessarmi sempre meno a favore dell’arte come espressione di
un pensiero, che fosse legato ad un fatto sociale, o ad alcuni problemi
della città, o alla storia, o, perché no,
all’utopia. E a proposito di utopia e di città, ho cercato
di esprimere il concetto di quest’ultima con il segno del
“quadrato”, evocando periodi antichi come punto di
riflessione e di ri-partenza, per disegnare, o ridisegnare, le nostre
città che, senza un progetto chiaro, o dove molti progetti
chiari si sono sommati tra loro per interessi che non avevano niente a
che vedere con le idee originarie, venendone stravolti, sono diventate
espressione di caos, di disorientamento, di isolamento. Ecco che il
quadrato è una delle componenti che caratterizza la mia
collezione.
Ripensando alla mia formazione, sia di operatore nel
mondo dei colori, della stoffa e della creta, sia di uomo, ringrazio i
miei insegnati-artisti-artigiani e colgo l’occasione per
ringraziare, di cuore, anche i molti amici che consapevolmente o
incosciamente mi hanno aiutato e continuano ad aiutarmi in questo
percorso.
Un ringraziamento particolare lo rivolgo ad Anna
Brancolini, critica d’arte, che mi ha seguito nella raccolta
sistematica dei miei lavori. La professoressa Brancolini, anche ottima
insegnante, ha lasciato numerose tracce scritte di questo mio percorso.
L’ultimo lavoro è il libro on line, edito dalla Carla
Rossi Academy - International Institut of Italian Studies, dal titolo:
“Forme, materiali e suoni per un’arte del dialogo. Un
possibile percorso nell’arte di Andrea Dami”, che potete
leggere, o riprodurre, digitando il sito dell’ Istituto
Internazionale di studi italiani Carla Rossi.
Ritornando al collezionismo, di solito il
raccoglitore guarda quello che “fanno” gli altri
collezionisti e anch’io sono curioso di quello che
c’è nelle altre collezioni e non disdegno, come ho avuto
modo di dimostrare, di fare con alcuni colleghi dei percorsi di ricerca
perché è bello fare delle strade in compagnia, tra i fili
colorati degli altri, dove ognuno è responsabile dei propri
segni, come dei propri sogni.
La mia collezione, oltre al “quadrato” e
al “cubo”, è caratterizzata anche dalla linea
diagonale, o meglio da una serie di linee tracciate diagonalmente tra
loro, quasi un fondo sabbioso, quello che vediamo nell’acqua
trasparente, vicinissimo alla battigia, creato casualmente dal continuo
movimento dell’acqua, perché quelle increspature sono i
nostri movimenti di eterni nomadi, pronti a cambiare rotta in questa
“modernità liquida2”, in quanto, come ha detto Anna
Brancolini: «non c’è modello, valore o strategia,
oggi, che superi - spesso - la soglia dell’effimero. Viviamo in
un mondo in cui tutto sembra liquefarsi: viviamo di attimi che sono
già passato, di frammenti che si dileguano e ci lasciano
disorientati, soli. Soli con noi stessi. Soli con le nostre forze. Soli
con la nostra responsabilità».
In questi ultimi anni la collezione si è
arricchita di lavori che presentano un grazioso pittogramma come la
farfalla.
La farfalla-pittogramma prese forma tanto tempo fa,
ma fu con Liù, mon amour” - 1924 / 2007 - viaggio
nell’arte contemporanea - omaggio a Giacomo Puccini che,
ricordandomi alcune parole che il poeta Pascoli aveva scritto su una
cartolina indirizzata al grande musicista: la farfallina volerà:
ha l’ali sparse di polvere (…) Vola, vola, farfallina
(…) Canta, canta, farfallina… che il colorato lepidottero
ritornò sui miei fogli di carta, per raccontare nuovamente
quello che per me rappresentava questa forma-farfalla; insomma riprese
il suo posto insieme a linee e spazi ora “vuoti”, ora
“pieni”.
Le farfalle hanno sempre volato nei campi e anche
sulle mie materializzazioni di carta e rami, di carta e pietre, di
carta e videoimmagini, di carta e suoni. Sono felice quando le vedo
volteggiare nel piccolo spazio verde del mio studio, o in un giardino,
ma anche in una galleria d’arte: ultimamente quelle bianche sulla
tela bianca di Bunga Merah, o quelle di Kolar, ma anche quelle nere che
Andrea Mastrovito ha installato nella boutique Dior Homme a Parigi. Ma
ecco le motivazioni per cui ho inserito la farfalla-segno nella mia
collezione:
1) è un indicatore ecologico,
2) è servita a Edward Lorenz (meteorologo inglese), padre della
teoria del caos3, per illustrare con una battuta la sua teoria:
«Può una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?
3) è anche un simbolo di rinascita, per la trasformazione da
bruco a farfalla, come ci ricorda il sommo Dante, noi siam vermi Nati a
formar l’angelica farfalla.
Il mio lepidottero, di metallo o di carta non
importa, è la rappresentazione di noi stessi in questa
“società del rischio”, perché il rischio - ci
insegna Luhman - è legato alla conseguenza delle azioni umane,
“a differenza del pericolo - come ha puntualizzato Anna
Brancolini - che può scaturire da ciò che ci circonda e
ci sovrasta nostro malgrado, e può essere arginabile solo con la
fiducia, che è fluida e che va mantenuta e ri-conquistata volta
per volta ed è ciò che può tenere vive le
relazioni umane nell’epoca della nostra modernità
radicale, come dice Giddens. La fiducia chiama in causa l’uomo,
così come il rischio, e ci invita a riflettere su questa nostra
epoca imprevedibile, su questa modernità liquida in cui
c’è sempre una nuova emergenza di rischi, in cui si vive
nell’indeterminatezza e nell’imprevedibilità”.
“Società del rischio”,
com’è stato detto, perché l’idea che guida la
modernità dovrebbe trasformare i rischi imprevedibili in rischi
calcolabili, invece a sua volta produce nuove imprevedibilità.
Ciò che accade non è più un evento soltanto
locale, per citare ancora Lorenz, tutti i pericoli locali sono
diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni
etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo
è anche il risultato e l’origine della situazione
dell’umanità4 ed è per questo motivo che la mia
farfalla è immobile nel nostro presente-quadro-scultura, ma
questa staticità ha un valore positivo perché il riposo
del corpo ci permette la riflessione, una riflessione per ridefinire la
nostra concezione della società.
La collezione, di tanto in tanto, si arricchisce di
un’altra figura geometrica: il rettangolo aureo sonante che,
grazie alla campana, può parlare a tutti noi. Il suono come
“voce” che si diffonde nello spazio, raggiungendo gli
altri, ma che entra anche dentro colui che l’ha prodotto. Il
“lettore” di quell’opera, attraverso campane tubolari
o a lastra, o campanacci, può provocare suoni-parole, che
possono trasformarsi in frasi poetiche o in ritmi ossessivi, dipende
dallo stato d’animo del momento o da quello che si vuole
comunicare. “Le voci, i suoni... il passato ha un suo suono, un
suo profumo, una sua vita... - ha scritto Anna Brancolini - ma anche il
presente ha un suono, un profumo, una vita pulsante... è giusto
azzerare i due termini? è giusto privilegiare il solo presente?
ma ha un senso riproporre il passato in maniera inerte, con questo
diverso “esserci” nel mondo? Dami -coerentemente con il suo
percorso artistico- ha scelto di situarsi in un territorio di
frontiera, tra il pieno e il vuoto, tra l’interno e
l’esterno”. Interno-esterno è la caratteristica
dell’opera L’ala dell’angelo, una scultura in
metallo, alta più di quattro metri con una base quadrata di un
metro per uno. A prima vista è un parallelepipedo, ma ricorda
anche un monolite, o un’antica casa-torre legata alla vita
quotidiana, chiusa verso l’esterno. Nell’interno
c’è il “vuoto”, positivo, caratterizzato dalle
ali di un angelo, forse di quell’angelo che vide già
Giotto e che Giovanni Michelucci ci ha riproposto attraverso un
racconto poetico, per rimettere in discussione l’annoso problema
dello spazio utile all’uomo rispetto a quello superfluo, fuori
misura, che caratterizza solo il potere del suo proprietario, arrecando
insospettati “danni” non solo agli altri, perché si
riduce il loro spazio vitale, ma in un certo senso alla
“natura” stessa, per un maggiore impatto ambientale e un
ulteriore impedimento per tutti noi di poterla godere appieno.
Michelucci vide nel bosco una capanna che, nell’avvicinarsi,
invece di ingrandirsi, si rimpiccioliva sempre di più… Ma
chi mai poteva vivere in così poco spazio?.. D’un tratto
intravide all’interno l’ala di un angelo… come
quella che attraversa la piccola finestra nell’edicola
dell’Annunciazione di Giotto. Se all’angelo basta quel
piccolo spazio… allora non sono i luoghi che devono cambiare, ma
le persone che li abitano. Allora bisogna cambiare il mondo e far
sì che l’uomo divenga un “angelo”?








Mi voglio soffermare sulla pianta quadrata
dell’opera L’ala dell’angelo, che è comune a
tante altre sculture e opere bidimensionali, sia di ferro, sia di
carta, della collezione. Il quadrato è un quadrato-terra
perché era la pianta delle antiche città (dalla
civiltà etrusca alla cultura greco-romana, altri due pilastri su
cui si regge il nostro sapere); è anche una figura bella in se
stessa, che procura un particolare piacere, come avrebbe detto lo
stesso Platone, passando per tutta una serie di sfumature del
pittogramma non meno importanti, che vanno dalla spiritualità
più profonda alle semplici regole di un gioco legato
all’infanzia, come i “quattro cantoni”, ma anche alla
tradizione di “quadrati magici” che rievocano il senso del
segreto e del potere occulto; senza dimenticare l’aspetto
prettamente estetico del quadrato nell’arte, nelle radici del
movimento moderno, partendo dalle composizioni suprematiste di Malevic,
per arrivare a Lo Savio, fino alle croci di Pinelli, per citare solo
alcuni artisti.
Il cerchio è il suo opposto, non avendo
angoli e quindi “incertezze” come il quadrato ed è
il rovescio della medaglia, con il suo non empirico centro intorno al
quale tutto gira, o tutto è attratto, divenendo così il
punto focale assoluto, insomma l’“assoluto”, il non
umano, il cielo cinese, il mandala (il cosmo). Il cerchio è
evocato nell’opera “Nei verdi prati la voce di una fontana
d’acqua limpida, fluida…”, un’ archiscultura a
pianta poligonale di oltre nove metri di diametro, che ha sulla linea
che evoca il cerchio, dove comincia il cielo, delle piccole farfalle
(un omaggio a Lorens) e tante linee verticali quanti sono i giorni
dell’anno, in leggero movimento tra di loro, perché spinte
dalla brezza del vento; da queste, vicino a terra, pendono delle
lamelle che provocano, battendo tra loro, suoni leggeri, sia quando si
cercherà di entrare nell’emisfero interno, sia quando si
cercherà di uscire attraverso quella superficie di fili
trasparenti, che definirei acquosi, perché l’acqua
è simbolo di purificazione, un passaggio, potrebbe anche essere
l’inizio di un colloquio tra il “sotto” e il
“sopra”. Anche il titolo non poteva che essere una
composizione di più frasi, dalle parole di D’Annunzio, la
sua voce era limpida, fluida, cristallina come una polla, a quelle del
Petrarca, tra chiare fontane e verdi prati, per giungere al Boccaccio,
una fontana d’acqua freddissima.




Certo sono seguiti altri lavori che hanno piante
poligonali, fino a quelle stellari, ottagonali (ottagono come segno di
passaggio tra la terra e il cielo, ma anche segno di infinito),
ottenute dalla sovrapposizione di due quadrati e siamo tornati alla
figura iniziale: il quadrato, che, alcune volte, è costituita da
un insieme di farfalle colorate, un segno rosso a pochi centimetri da
terra, che delimita uno spazio di prato verde, magari di un giardino
all’italiana, o tra gli alberi di un bosco: Il silenzio delle
farfalle rosse.





Dal quadrato al cubo il passo è breve,
perché nella mia collezione esso è anche l’immagine
mentale della totalità articolata e immagine cosmica e del
Sé, come avrebbe detto Jung, il Sé quale principio e
archetipo dell’orientamento e del significato. L’immagine
del cubo si è formata nella nostra mente prima del numero, per
aiutarci ad orientarsi nello spazio. L’alto e il basso del cubo
simboleggiano il cielo e la terra e le quattro facce verticali sono i
quattro livelli prima dell’esperienza: avanti e indietro, destra
e sinistra. Alcuni lavori cubici misurano tre metri di lato, li ho
chiamati “Luoghi” e sono attraversabili, divenendo quindi
delle archisculture. A Gualdo Cattaneo troverete “Le quattro
porte (un luogo)” con pareti reticolate.
La prossima opera di Andrea (Dami) da Pistoia che
verrà presentata nel Parco d’arte di Gualdo Cattaneo
è: Filare di suoni acuti e gravi. Vi aspettiamo.
1) - T. von Doesburg e M. Bill.
2) - Il termine è stato coniato da Z. Bauman
3) - La teoria del caos è nata inizialmente come branca della
matematica grazie al lavoro di Lorenz nel 1961. Applicata nel 1963 e
formulata organicamente nel 1979.
4) - Ulrich Beck, sociologo, Conditio humana. Il rischio nell’età globale, Laterza.
2009
oleumpg@alice.it