
A Groppoli, nel Giardino sonoro della Villa omonima, si è svolto uno degli incontri organizzati dal Centro di Documentazione sull’Arte Moderna e Contemporanea Pistoiese dal suggestivo titolo: Confidenze dell’arte, tra un artista giovane e uno maturo: tra Filippo Basetti e Andrea Dami.
Nel Giardino sonoro perché è lì che si trovano alcune sculture di Dami e quindi si possono sentire i loro suoni.
Confidenze dell’arte è un progetto nato
per facilitare la conoscenza poetico-artistica nel suo farsi.
Generalmente l’incontro tra generazioni di artisti avviene negli
studi, il luogo familiare della creatività, insomma una sorta di
confronto giovane-maestro, un confronto tra poetiche, metodologie e
strumenti diversi. Confidenze dell’arte vuole anche
avvicinare all’arte contemporanea un pubblico non specialistico,
eterogeneo sia per fasce di età che per formazione.




Siliano Simoncini, coordinatore insieme a Maurizio Tuci delle Confidenze dell’arte,
è entrato nel vivo dell’evento dicendo: «Andrea Dami
ha scelto un settore dell’esperienza artistica scarsamente
inflazionato. Mentre pittura, scultura, installazioni, fotografia e
video sono presenti con grande dovizia alle Biennali di Venezia, che
rappresentano il “resoconto” ufficiale di quanto si produca
in arte nel mondo, ma anche in qualsiasi altra manifestazione
espositiva, le opere del nostro artista appartengono invece a
quell’area della ricerca che si interessa per prima cosa
dell’interattività e in particolare di quella parte
cosiddetta delle sculture suonanti; ovvero di organismi
plastici i cui metalli che li compongono - ferro, rame, ottone, lamiera
- sono intonati secondo un ampio registro di accordi. Una strada da
percorrere ardua e complessa che Dami riesce ad affrontare grazie alle
sue felici intuizioni e alla collaborazione significativa di Luigi
Tronci, il grande maestro della UFIP, uno tra i più
grandi esperti internazionali nella realizzazione di strumenti musicali
a percussione. Così, da questo binomio, negli anni, sono nate
importanti “sculture” perché Dami è
certamente un provetto scultore, o comunque ha sempre avuto a che fare
con i problemi dell’inserimento dell’opera nello spazio fin
da quando, abbandonata la pittura da cavalletto, decise di dedicarsi
alle installazioni video e il tema dell’acqua era prioritario.
Successivamente prese a fare sculture di carta: grandi complessi con
inserimenti organici realizzati incollando piccoli frammenti cartacei
sovrapposti in modo da creare delle opere simili a quelle fatte in
cartapesta. Dopo di ché la sorpresa! Nacquero, appunto, le prime
esperienze in ferro intonato già pronte per l’intervento
di un percussionista.
Per trovare l’antecedente delle motivazioni di tali opere si deve
ricorrere alla citazione del manifesto futurista di Luigi Russolo L’arte dei rumori (1913) e alla realizzazione, dello stesso artista, delle spettacolari macchine sonore come gli Intonarumori. Altrettanto, si può citare, l’esempio degli artisti dadaisti
i cui spettacoli poetico-sonori sono ancora una memoria tangibile.
Quindi si deve arrivare agli anni Cinquanta del secolo scorso e
indicare il movimento new-dada insieme al conseguente teatro
sperimentale degli anni Sessanta. Sempre degli stessi anni non si
può fare a meno di ricordare le opere interattive di Julio Le
Parc e le sculture sonore di Raphael Soto.
Dami, dunque, prosegue questo genere di esperienze arricchendole e
elaborando un dettato plastico sonoro pronto per l’uso. Infatti
con le sue sculture suonanti si sono cimentati molti e qualificati
professionisti (stasera il noto percussionista Giovanni Canale). I
concerti che ne scaturiscono rendono giustizia alla varietà dei
suoni e del timbro che ogni materiale, percosso opportunamente,
è in grado di restituire attraverso una gamma tanto ricca da
sorprendere gli stupiti ascoltatori. Dami modella le sue forme con
perizia compositiva - si vedano le tre opere presenti in questo Giardino sonoro: Città sonante, Crocevia, Gnomi
- e caratterizzando le superfici con fitte tessiture a rilievo che
consentono l’ulteriore variazione sonora; tessiture fondate sul
regime geometrico del quadrato e sul gradiente chiaroscurale.
Ciò qualifica in maniera rituale gli oggetti pseudo-sacri e li
proietta in un’atmosfera primitiva dal forte impatto evocativo;
così, per esempio, nella stupenda ambientazione di Groppoli, le
culture suonanti risultano presenze arcane predisposte per qualche
sacerdote-sciamano. L’ambiente, attorno alle opere, si trasforma
in un luogo primitivo e sacro grazie al suono che si espande dalle
sculture e che si fonde con le “voci” della natura;
paradossalmente potremmo dire che ascoltando la performance del
percussionista lo spettatore ritrova l’ancestrale armonia
vissuta, con ogni probabilità, all’interno del grembo
materno. Così in questa completezza, le sovrastrutture mentali
di chi ascolta come d’incanto scompaiono ed è possibile
sentire la rivelazione della trascendenza molto, ma molto più
prossima».



Dopo l’incontro tra Basetti e Dami, lo stesso Dami ha presentato due video:
Il canto degli gnomi, i cui suoni sono quelli prodotti dalla scultura che è in questo giardino, che il musicista Emanuele Nistri ha composto ed eseguito e L’ala dell’angelo (altra scultura) i cui ferri sono diventati strumenti sotto le bacchette usate magistralmente dal percussionista Jonathan Faralli.
Il Centro di Documentazione e la UFIP, per concludere l’incontro, hanno offerto la performance del percussionista Giovanni Canale
sulle opere di Andrea Dami che si trovano nel giardino. Per Canale non
è stata una novità perché ha già avuto modo
di suonare le sculture di Dami: a Pistoia nel chiostro della S.S.
Annunziata, a Perugia davanti alla fontana dei Pisano, a Santomato
nella Villa di Celle, a Pisa e qui, 27 ottobre 2007, a Groppoli.

Groppoli
Alla fine del II secolo a.C. i Romani migliorarono la strada che
collegava la città etrusca, situata nei pressi
dell’odierna Prato, con Pistoia e l’altra città
etrusca vicina all’attuale Lucca, poi divenuta ovviamente colonia
romana, come la stessa Pistoia che si trovava ai piedi della strada
montana che portava a Misa, oggi Marzabotto, e da qui giungeva a
Felsina, l’attuale Bologna. Questa strada, Cassia minor,
servì a Roma per controllare con le sue veloci truppe il
territorio dei Liguri, poi le terre conquistate, i commerci e fu
così che anche lungo questa arteria si stabilirono nuove persone
occupando i vecchi centri abitati, ampliandoli, creandone di nuovi
nelle vicinanze, mettendo in atto la centuriazione, costruendo anche
fattorie o ville di campagna, come testimoniano i resti trovati a
Pistoia (piazza del Duomo) e tra Larciano e Monsummano T. (Loc.
Pievaccia), per controllare il territorio e le attività agricole
che vi si svolgevano. Successivamente le chiese si inserirono sulle
centuriazioni e la vita continuò in questa zona tra la valle del
fiume Nievole e quella dell’Ombrone Pistoiese fino alla storia
recente.
Anche questi piccoli colli prima del valico di Serravalle dovevano
già essere abitati e il territorio intorno suddiviso in poderi e
fattorie. In seguito questi borghi si fortificarono contro gli attacchi
di sbandati e avventurieri che percorrevono questa strada, la cui
manutenzione era già stata abbandonata.
Con l’arrivo dei Longobardi da una parte e dei Bizantini
dall’altra, questa zona pedemontana, una linea di confine
naturale, fu teatro di ulteriori conflitti e anche l’area di
Groppoli, dove la vita era regolata dall’attività rurale,
subirà le varie vicissitudini del tempo.
Il nome di Groppoli, o Groppole, o Groppore è riportato da
Emanuele Repetti nel “Dizionario coreografico della
Toscana”, stampato da Civelli nel 1855, che identifica “un
castellare, case e borgata dove furono più chiese sotto
l’invocazione di S. Martino, S. Michele e S. Lorenzo facenti
parte di S. Pietro in Vincio, della comunità di porta
Lucchese”, uno dei quattro rioni della vicina Pistoia
Anche in quest’area collinare, conosciuta come castellare di
Groppoli, che dominava dal crinale la valle del Vincio da una parte e
la strada che portava da Pistoia al valico di Serravalle P/se
dall’altra, furono le guerre, le carestie e le orribili
pestilenze a far diminuire i “fuochi” e anche le braccia
“da lavoro”. La gente abbandonò quelle collinette,
quelle groppe, o gobbe, dirigendosi verso luoghi di possibili lavori,
come quelli lungo l’antico tracciato che vedevano
dall’alto, dove cominciavano a transitare, oltre alle merci,
anche i pellegrini che da Altopascio o da Lucca andavano nella
Cattedrale di Pistoia per pregare S. Jacopo e viceversa.
Sarà poi un’attività più specialistica e
nuove forme di contratto agrario a dare impulso alle attività
agricole abbandonate. Anche gli edifici verranno recuperati e adattati
alle nuove esigenze.
I signori cominciarono ad andare in campagna, nelle loro terre, per
controllare meglio i loro affari e così sorsero anche le prime
abitazioni signorili o si trasformarono in “ville di
campagna” le case esistenti tra i filari di viti e di ulivi, come
quella del Merlo e dell’Acciaio, mentre lungo la strada ex Cassia
minor, diventata “via Regia” e poi Lucchese, sorgevano la
vicina villa Forteguerri e villa Colonna.
A Groppoli continuerà l’attività agricola, subendo
alterne vicende che la porteranno, oggi, a un’attività di
turismo legato alla natura, all’aria aperta, ai prodotti locali e
genuini.
Scriveva il Repetti che la
chiesa di S. Martino, di cui ci è rimasto solo il ricordo,
faceva parte del comune rurale di Groppoli, un gruppo fortificato
appartenente ai conti Guidi, che dipendeva dalla vicina pieve di S.
Michele che amministrava il territorio circostante.
Rimane S. Michele, che è una piccola chiesa romanica risalente
al XI secolo, situata sul crinale, lungo un percorso che univa le due
valli, ben visibile (ancora oggi) dalla parte del Vincio. La facciata
è caratterizzata da una graziosa lunetta fatta di marmi bianchi
e neri (decorazione ripresa come logo dall’Associazione Amici di
Groppoli), mentre nel suo interno rimangono il fonte battesimale e il
pulpito, considerato il più antico del territorio pistoiese.
L’altra chiesa, quella di S. Lorenzo, si trovava più in
basso, rispetto all’attuale villa ottocentesca, in un altro
agglomerato fortificato che subì le sorti dei suoi abitanti,
andando alla definitiva chiusura e inevitabile rovina attorno al XVI
secolo. Bisognerà attendere i nuovi proprietari della zona, i
Rospigliosi, che nel 1600 inglobarono i resti dell’antica chiesa
in un nuovo edificio che i componenti della famiglia Rospigliosi
abitarono, come testimoniano alcuni mobili del salone e il grande
caminetto di pietra. A testimonianza dell’antico edificio
religioso dedicato a S. Lorenzo è rimasto quel piccolo campanile
a vela che sporge tra i camini del tetto dell’edificio principale
dell’odierna “fattoria”, mentre il luogo sacro
destinato al culto fu costruito dai Rospigliosi nel giardino e
rimaneggiato successivamente dalla famiglia dei Contini-Bonacossi,
nuovi proprietari dopo il primo conflitto mondiale.

Dal 1980 appartiene alla
famiglia Diddi-Gori che ne ha fatto un’efficiente Tenuta.
Dell’antico passato rimangono, nell’edificio principale, il
salone, la cucina, dove si preparano gustosi piatti a base di
cacciagione come si faceva secoli fa, la tinaia, la coppaia e la
cantina che profuma di vino e d’olio prodotti da queste groppe.
La Tenuta di Groppoli è costituita da un insieme di edifici
attorno all’oratorio e undici casali, di cui tre restaurati e
destinati all’accoglienza turistica. Il primo è il casale
“Paradiso”; il secondo “La tinaia” (che
comprende anche l’antico frantoio) diviso in unità
abitative, con la sua bella piscina che si affaccia come una terrazza
sul fondo valle; il terzo “Le due rocche”, pochi metri
più a valle, con l’altra piscina, più piccola, tra
vicini boschi di acacie, pini e querce.

La villa
La villa si erge su una terrazza naturale dalla quale si vedono il
fondovalle e i crinali dei monti con l’antico borgo di Vinacciano
nello sfondo; attorno, come quinte, i boschi di lecci e pini e
lassù, poco più in alto, tra filari di viti e ulivi fa
capolino il piccolo campanile di S. Michele.
La villa fu costruita nella seconda metà dell’800 su un
preesistente edificio, forse rurale, da Dechend, austriaco, venuto in
Toscana al seguito dei Lorena. Si presenta con doppia facciata,
nell’interno il salone che collega i due ingressi, sul quale si
affacciano le quattro stanze, le scale, i servizi; sotto le cucine e al
primo piano le camere.
Dopo il primo conflitto mondiale l’edificio fu sequestrato
perché considerato proprietà straniera e venduto
all’asta; così fu acquistato insieme ai terreni e agli
altri edifici dalla famiglia Contini-Bonacossi e poi dai Diddi-Gori.
Dal 1984 è sede dell’Associazione Amici di Groppoli.
Il giardino
Il giardino, nell’accezione più semplice e più
consueta, è uno spazio nel quale si coltivano fiori e piante
ornamentali ed è legato all’idea di proprietà
privata, ma nel nostro caso è anche sede d’evasione
“oziosa” e privilegiata (Erasmo da Rotterdam) per un
periodo di quiete e di riparo dalle abituali fatiche di lavoro, pur
rimanendo sempre una porzione di quel “paesaggio” disegnato
dalla fantasia del giardiniere, che va ad integrarsi con la scenografia
della struttura architettonica della casa padronale, che è la
nostra villa di Groppoli, e i profili delle dolci colline toscane.
Il giardino è caratterizzato da enormi alberi e da una grande
vasca alimentata dalla sorgente S. Martino, nel 2004 si arricchisce con
sculture le quali, se sollecitate, oppure, come Nubile di Plensa, se accarezzate dal vento, provocano sensazioni acustiche. Tre sono gli scultori: Andrea Dami, Armando Marrocco e Jaume Plensa e tutti e tre usano il suono come completamento dell’opera d’arte.
Nel passato i giardini delle ville si arricchivano di statue che
potevano arrivare a una dimensione veramente grande, come quelle della
villa di Pratolino o di Bomarzo. Invece le sculture di Groppoli non
sono le classiche statue convenzionali, fatte in pietra o in
terracotta, raffiguranti dee e fauni tipici dei giardini romantici, ma
sono dei preziosi “ferri” lavorati, segni del nostro tempo,
che si inseriscono all’interno di quel “mare”
frastagliato che è l’arte e l’arte visuale in questo
caso.
Groppoli non è un giardino di arte ambientata come quello della villa di Celle di Giuliano Gori
a Santomato, sempre vicino a Pistoia, ma più semplicemente lo
possiamo definire un giardino tematico, un piccolo museo tra ombrosi
lecci, vasi di vecchi limoni e uno zampillo d’acqua fresca che
saltella nella vasca circondata da rose rosse. A prima vista la
tipologia del giardino di Groppoli potrebbe sembrare uguale a quella
dei tanti altri giardini che contengono opere d’arte
contemporanee, invece differisce nel tipo di sculture esposte,
perché queste sono “sonore” e grazie ai suoni
prodotti da questi lavori artistici si possono ottenere anche armonie
che danno vita ad interessanti progetti musicali, come avviene durante
gli appuntamenti annuali, visite guidate, ecc..
Il “Giardino sonoro” è stato progettato da Andrea
Dami; mentre la parte sonora è stata seguita da Luigi Tronci (UFIP).
Le sculture
Le prime sculture che hanno dato vita al Giardino sonoro di Groppoli sono: Messaggio a una supernova, che si può vedere appena entrati dal cancello (a destra); salendo alcuni gradini di pietra ci si trova davanti alla Città sonante; poi, guardando verso la villa (sul suo fianco), ci appare in tutta la sua eleganza Nubile. Dopo la festa del solstizio 2004 si è arricchito di altre tre opere: Giardino ludens, Crocevia e I sei ferri di Groppoli (detti anche gnomi). E da Nubile partiamo per questa visita guidata.



Nubile
è un’opera di Jaume Plensa. Nasce nel 1999 e ha una forma
sferica (di cm 120 di diametro) e sopra di essa si ergono verso il
cielo ben tredici campane tubolari di alluminio.
È un’opera-segnale, o forse è un’opera-gioco
lasciata lì nel giardino da un gigante bambino per noi
lillipuziani. È comunque un’opera che l’autore ha
voluto lasciare come “segno” di un incontro avvenuto a
Pistoia tra lui e Luigi Tronci: «Un problema che si è
trasformato in musica» come dice lo stesso Plensa.
Di Nubile Bruno Corà ha scritto:
«L’oscillante opera di Plensa, come una boa sferica da
terraferma, munita di campane tubolari capaci di fornire vibranti
tonalità nell’aria, reca sulla sommità un globo che
restituisce equilibrio alla forma».
Il suono che produce è ora leggero, ora forte, inaspettato e
anche un po’ magico mentre è sospinto dalla brezza tra gli
alberi del giardino e poi, leggero, verso le pieghe delle verdi colline.
I suoni delle sue campane hanno contribuito alle performances musicali
nella Fattoria di Celle a Santomato (Pistoia) e nella Piazza IV
Novembre a Perugia.







Citta’ sonante
è una scultura di Andrea Dami. È del 2002-5 ed è
costituita da otto porte di metallo dipinto (di cm 180 x 240 x 40), nel
cui interno ci sono otto “icone” e altrettante campane
tubolari (di metalli vari).
Grazie alla sua circolarità è il centro di una
città (perduta?), ma anche luogo di meditazione per ritrovare il
nostro equilibrio, la nostra forza, la nostra speranza.
Questa scultura evoca una piazza e chi è al centro ha di fronte
dei passaggi che indicano la direzione dei venti: a noi rimane la
scelta della direzione. Durante l’attraversamento della porta
possiamo toccare la campana tubolare e liberare il suo suono e con esso
i nostri pensieri nascosti. Il passaggio è avvenuto; il viaggio
nella direzione scelta è iniziato. Il suono comunicherà
l’evento al di fuori dell’ottagono e fuori da questo spazio
artistico lo si potrà ascoltare, come è stato ascoltato
nell’antica Loggia dei Lanari a Perugia, nella Fortezza di S.
Barbara a Pistoia e nella Piazza del Popolo a Montecatini Terme.



Messaggio a una supernova
è di Armando Marrocco. Prende forma nel 1993, con aggiornamenti
nel 99, ed è composta da nove piatti sospesi (di cm 100 di
diametro ciascuno).
«Nasce per un destinatario lontanissimo nel tempo e nello spazio» dice Fernando Sulpizi.
È uno strumento-scultura, dal fascino teatrale, con i suoi
supporti verticali che sorreggono i piatti sospesi, o grandi
“piatti turchi” che, se toccati, producono effetti
interessanti. Possono essere mossi dal vento e così battere tra
di loro, ma anche sollecitati dalla mano dell’uomo; alzando e
abbassando l’asta di sostegno si possono eseguire interessanti
fraseggi musicali, ottenendo coinvolgenti effetti sonori, per cui
vengono utilizzati come accompagnamento di partiture musicali. Messaggio a una supernova
è stata più volte utilizzata nelle composizioni del
M° Sulpizi; particolarmente interessanti i concerti tenuti nel
Cantiere Internazionale d’Arte a Montepulciano e nella piazza IV
Novembre a Perugia.


Giardino ludens
è di Marrocco ed è un insieme di grandi molle idiofon,
che si ergono da una piattaforma di metallo. Le molle, battendo tra
loro provocano interessanti suoni; si possono muovere sia
dall’esterno, facendole entrare in contatto tra loro ottenendo
movimenti indipendenti e inaspettati, sia entrando all’interno
dell’opera provocando, oltre ai caratteristici suoni, un
divertimento nell’attraversamento di questo particolare giardino.
L’opera nasce nel 1966 ed è stata presentata con poche
molle o nella versione che è nel giardino di Groppoli in
numerose performance e concerti grazie alla collaborazione
dell’artista di Galatina con il M° Fernando Sulpizi.






Crocevia
è di Dami, di cui l’artista stesso parlerà,
permettendoci così di conoscere meglio il suo lavoro.
«Crocevia è un lavoro che ho fatto nel 2001 (in ferro
dipinto, di circa cm 500 x 500). Vuol essere un segnale. Inizialmente
doveva avere alti “muri” metallici evocanti gli angoli dei
nostri enormi palazzi: un richiamo all’emarginazione,
all’isolamento; ma poi l’11 settembre 2001 ha imposto una
drastica trasformazione, perché sono cadute le pareti verticali
del mondo… siamo tutti vulnerabili di fronte
all’ignoranza, alla prepotenza, al fanatismo politico e
religioso, agli estremismi.
Insomma da questo funesto giorno siamo chiamati a costruire il futuro
non per separare, ma per migliorare i rapporti tra gli uomini, tra di
noi. Quindi la scultura si è schiacciata verso terra, i segni
scarni, minimali sono diventati orizzontali, arricchendosi di suoni per
non dividere.
L’ideale quadrato, che si ripete nel mio lavoro, è la planimetria di Crocevia,
che a sua volta evoca la planimetria dell’antica città
etrusco-romana e diventa simbolo anche della casa primordiale, il
nostro rifugio sicuro, materno.
La scultura di ferro, il suo immaginario quadrato-opera di base
è tagliato da due linee, due bracci, come due antiche strade
ortogonali tra loro (che volendo si possono percorrere), che formano a
loro volta quattro quadrati, che a loro volta sono divisi da altri
segni crociformi… Una città disegnata secondo i quattro
punti di riferimento, apparentemente semplici, ma che guidano
l’uomo fin dalla nascita nell’orientamento e nella
conoscenza del mondo e in quegli spazi quadrati potrà essere
abitata (mentalmente) da noi e dagli altri, senza discriminazioni per
il colore degli occhi o per quello della pelle, la prima cosa che si
vede: il visibile. Ma è l’invisibile, quello che sta sotto
la pelle, che dobbiamo imparare a conoscere. Insomma dobbiamo fare dei
gesti positivi se vogliamo ricevere gesti positivi dai nostri vicini
perché, come dice il proverbio: chi semina vento, raccoglie solo
tempesta.
Quei due segni-strade, che tagliano l’opera in quattro, sono
precari, instabili al nostro possibile passaggio: un
“avvertimento”. Questo è stato un segnale anche per
tutti quei visitatori che l’hanno attraversata nella piazzetta
antistante l’Ospedale del Ceppo a Pistoia, in occasione della
giornata dedicata all’AIDS; in quel triste giorno di dicembre
avevo aggiunto dei grandi “fiori” sonori e colorati: la
speranza.
Oggi a Groppoli i segni sottili di Crocevia, quasi
dei ponti, se toccati, oscilleranno e potranno anche suonare come gli
altri elementi (architettonici) di questa scultura.
Crocevia ha fatto sentire i suoi molteplici suoni
lungo la valle, grazie alle performances di percussionisti come:
Fabrizio Innocenti (Poldo), Marcello Magliocchi, Vincenzo Mazzone (in
coppia, su un testo dello stesso Magliocchi), Max Pieri e Mario
Troletti, che hanno eseguito dei concerti scritti sia sul posto, sia
meditati dopo alcune visite, o semplicemente improvvisati, per un
pubblico attento e conoscitore di musica contemporanea, ma anche per
giovani studenti. Il ricordo dei suoni, dei ritmi antichi, quasi un
battito del cuore universale svanisce nelle linee sinuose e azzurrine
delle colline, mentre i campi sono inclinati verso il basso, la siepe
di bossolo sembra proteggere gli alberi, l’erba giovane fa
capolino tra gli spazi dell’opera… l’atmosfera
è piacevolmente rilassante… che sia solo merito di questo
Giardino sonoro»?
Andrea Dami continua l’intervista, perché siamo dinanzi all’opera Città sonante
e approfittiamo per conoscerla meglio: «Questa scultura nasce
come opera aperta, una porta di seguito all’altra, formando
così una linea zizzagante, una greca insomma, o più linee
ad angolo e spezzate tra loro; oppure la composizione poteva anche
chiudersi, dando origine ad una figura geometrica, ed essendo otto le
porte, ad un ottagono. È proprio a Groppoli (per gli Amici di
questa associazione) che matura l’idea di chiudere
definitivamente l’opera, perché i segnali relativi
all’ottagono erano già presenti in quel luogo abitato fin
dall’antichità. La vasca, che si vede arrivando, mostrava
da subito i suoi otto lati, ma anche i piccoli ottagoni del traforo
decorativo delle due porte d’ingresso nel salone della villa
erano ben visibili. L’ottagono era un segno premonitore: non
poteva che essere anche la nuova pianta della Città sonante.
Chiamare “città” una scultura può sembrare un
controsenso, ma in questo caso è il titolo che svela il
significato del lavoro, che vuole mettere in discussione proprio la
città d’oggi e l’urbanizzazione irrazionale e
spavaldamente speculativa che la sta soffocando: non c’è
disegno, ma una successione di stereotipi privi di ritmo e di vita, per
non parlare degli spazi a verde, dei giardini. Allora mi chiedo: ma
dove sono i discendenti di quegli uomini che hanno chiamato a lavorare
nella mia città artisti come i Pisano, o i Della Robbia, o i
Vitoni? All’interno dell’ottagono si può (o si deve)
riflettere su quelle linee che, intrecciandosi tra loro, disegnano,
oltre alle nostre città, le nostre vite, il nostro futuro.
La mia scultura, questa archiscultura, da reperto
archeologico di una città, qui a Groppoli è diventata,
per la sua circolarità, frammento di una piazza di quella
medesima città immaginaria e ritorna proposta concreta per
ripensare le nostre città, riempiendole di suoni e non
più di rumori.
La Città sonante è anche “rosa
dei venti”: un’indicazione della direzione da cui si viene,
o da prendere, magari grazie alla brezza che passa da uno degli otto
varchi aperti. Un ulteriore “suono” della natura, magari
quello della nostra Tramontana, che va a fondersi con la vibrazione
prodotta da una delle otto campane tubolari (non intonate) della
scultura stessa.
Nel piccolo bosco di Groppoli l’opera determina un centro, un
punto d’arrivo, ma subito dopo di (ri)partenza come succedeva
nell’antico labirinto. È quindi luogo sacro in un bosco
che è divenuto anch’esso sacro, perché luogo di
meditazione sulla città, sia per quello che rappresenta, sia per
quello che racchiude, dai nostri mille problemi che riguardano la vita
di tutti giorni alle nostre contraddizioni, dalle nostre gioie ai
relativi dolori, ma anche alle aspettative di lavoro, ai nostri amori,
insieme a quelli degli altri abitanti. Questo è ciò che
ha sempre rappresentato la parola città, per cui la nostra, le
nostre città sono sacre in quanto sinonimo di vite vissute e
ancora da vivere. Ecco che la scultura è il centro di
riflessione su quella città che abbiamo appena lasciato alle
spalle per salire quassù, sulle dolci “gobbe” di
Groppoli.
La Città sonante, grazie alla sua
circolarità, è anche il luogo per ritrovare il nostro
equilibrio, la nostra forza, la nostra speranza e con le sue otto porte
delimita un vuoto positivo, divenendo l’opposto di quella
“macchina” disegnata da Leonardo da Vinci chiusa su una
visione di se stessi a 360°, come si può vedere nel modello
che è esposto nel Museo Ideale a Vinci, diretto da Alessandro
Vezzosi. La Città sonante che è tra i lecci del
giardino di Groppoli non ha specchi per guardare noi stessi, ma solo
delle porte, sulle quali è inciso il nome del vento, aperte per
osservare dal suo centro il mondo.
Durante l’attraversamento delle porte, piccoli quadrati colorati,
quadri appesi come antiche icone ci osserveranno, ricordandoci la
sacralità di quel “passaggio”, frutto di una scelta
che stiamo per compiere attraversando quell’apertura; possiamo
anche toccare la campana tubolare che è di fianco e liberare il
suo suono e con esso i nostri pensieri nascosti, perché
all’interno di questa archiscultura, come avviene in tutte le opere d’arte, si entra sempre da soli e da soli si esce.
Non dimentichiamoci però che le otto porte del mio lavoro
vogliono essere anche l’indicazione di un “passaggio”
ben più importante, quello dalla vita alla morte… proprio
come quelle antiche porte che venivano poste o disegnate nelle tombe
etrusche per ricordare l’inevitabilità
dell’attraversamento. La Città sonante anche come monito».







I sei (ferri sonanti) di Groppoli (detti anche Gnomi)
sempre di Andrea Dami, è nata nel 2002 e terminata nel 2005. La
scultura, oltre ai sei tamburi-campane di ferro lavorato, comprende
alcuni tubofoni, delle “campanelle”, dei tam-tam, delle
campane a lastra, un mollofono e una “tubella”.
Gnomi, come gli abitanti fantastici del bosco. A Groppoli sono sei gli
“Gnomi”, perché questa è una scultura
composta dai sei elementi principali e altri secondari, di dimensioni
minori, quasi dei doni o dei portafortuna.
I sei (ferri sonanti) di Groppoli è un lavoro
artistico che si può comporre (installare) secondo una linea
retta (come nel “Giardino sonoro”) o una linea circolare
chiusa, o due semicircolari aperte. Inoltre questa scultura, realizzata
con laminato di ferro lavorato (a fuoco), ha anche una sua voce, per
cui gli elementi che costituiscono l’opera si possono utilizzare
per produrre suoni, divenendo così uno strumento musicale
complesso (e difficile).
Il suono degli “Gnomi” si contrappone all’immobilità di questi volumi metallici, di queste sei strutture geometriche o, se si preferisce, di questa installazione ambientale.
Noi possiamo girarvi intorno ma, se tocchiamo gli elementi plastici
dell’opera, diventiamo subito “attori”. Per cui
queste strutture geometriche, oltre a far sentire i rilievi
dei segni, o il calore della materia, o semplicemente la curvatura di
quella superficie, potranno essere “toccate” come uno
strumento musicale a percussione, rompendo così il silenzio di
questo spazio. Battendo la nostra mano aperta su uno di quei ferri
lavorati libereremo il suono e la velocità di questo ci
avvolgerà per proseguire la sua corsa nell’ambiente; anche
lo spazio iniziale non sarà più lo stesso, perché
riempito di suoni che si susseguiranno e si sovrapporranno, inondando
tutto quello che è vicino a noi, ma in fondo anche
“dentro” di noi.
I sei (ferri sonanti) di Groppoli, come le altre mie
“sculture sonanti”, cerca di coinvolgere non solo le nostre
capacità visive ma, attraverso i suoni, anche le nostre
esperienze uditive. Quindi sarà il tempo-suono, la quarta
dimensione, a modificare acusticamente quello spazio, instaurando anche
un dialogo intimo con il suo fruitore. Voci, o suoni che possiamo
condividere con altri, coinvolgendo l’amico che è con noi,
o uno spettatore casuale, perché ora la voce di quel
“dialogo” è pubblica.
L’opera I sei (ferri sonanti) di Groppoli
è chiamata anche “Gnomi”, non in riferimento al nome
gnomo (gnomus) coniato da Paracelso, medico e filosofo svizzero vissuto
dal 1493 al 1541, ma perché nella tradizione popolare antica
è un essere (piccolo) che abita nei boschi ed è il
custode di un tesoro che forse tiene nascosto sotto i verdi cespugli...
ma è anche pronto a rivelarlo al suo re. Anche gli
“Gnomi”, che ho realizzato, sono nati nel bosco, o forse
sarebbe meglio dire per il bosco, e hanno in comune con quelli delle
favole il tesoro che gelosamente nascondono agli occhi indiscreti, ma
anch’essi, come quelli dei racconti, sono pronti a rivelarlo al
loro “re”. Il tesoro nascosto è ovviamente il suono.
Per la storia della scultura è giusto ricordare che nel 2002 questa nasce con le bocche dei ferri sonanti
rivolte verso l’alto. La forma dello “gnomo” è
data da due grandi superfici rettangolari ricurve e unite tra loro: un
ricordo dell’antica campana di bronzo a sezione ovale (trovata a
Suixian – Cina – risalente al 433 a.C.), anche se la mia
non è intonata e certamente il suono non è da paragonarsi
a quello di uno strumento musicale vero e proprio. Rimane la funzione
dell’antico strumento: proteggere, ma soprattutto purificare. Poi
la posizione verticale di questo idiofono di metallo (ferro) si evolve
in obliqua (fissa) per poter utilizzare anche il fondo, diventato ora
coperchio, insomma un tamburo-campana.
Nel 2005 la posizione è sempre obliqua, ma gli
“Gnomi” sono sospesi all’interno di nuovi
tralicci-riquadri; grazie a questa nuova forma-posizione la struttura
si arricchisce di altri elementi per completare la gamma sonora della
scultura stessa: si va dalle campane a lastra ai tubofoni (cilindri con
due spessori), dai tam-tam alle nuove “campanelle” (campane a lastra ricurve), dalla “tubonella” (doppio tubofono) ai nuovi tubofoni (dal taglio obliquo in basso); c’è anche un “mollofono” con 9 molle sospese.
È proprio dal 2005 che l’opera si chiama I sei di Groppoli,
per ricordare la disavventura subita una notte di quell’inizio
d’inverno: durante una spaventosa tempesta notturna di vento un
grande albero del giardino della villa fu strappato dalla terra andando
ad abbattersi sulla scultura, coinvolgendo nella caduta anche alcuni
rami di un altro albero sempreverde, sotto il quale dimoravano gli
ignari “Gnomi”, ricoprendo l’intera opera di
rami grandi e piccoli. Un danno “mortale” che ha fatto
però rinascere il lavoro odierno.
I suoni della scultura hanno una timbrica omogenea, in quanto il
materiale costruttivo è uguale per tutti i suoi componenti
(essendo tutta l’opera in ferro), cambiano soltanto le frequenze
(le altezze) e le ampiezze delle vibrazioni (l’intensità)
dei corpi sonori a seconda delle mazze che si usano (di filo, o di
legno, oppure dalla cima di gomma), o di altri mezzi come fili
metallici, spazzole di plastica, o semplicemente le nostre dita…
e a questo proposito vorrei ricordare che (sia in questo lavoro, sia
negli altri che ho realizzato) l’elemento sonoro non è una
semplice accentuazione della parte visiva dell’opera
d’arte, ma è una “linea” espressiva parallela
che si sovrappone a quella visuale. Insomma quando il suono si rivela,
o il “tesoro nascosto” degli “Gnomi” viene
mostrato al loro “re”,
anche il momento esecutivo si fonde con quello creativo (musicale), per
cui il fruitore diventa “altro” e non è più
un semplice spettatore. Un collegamento tra conoscenza ed espressione
in un luogo che diventa anch’esso “altro”.
Questa scultura, oltre al pubblico durante le mostre d’arte, ha
visto diversi musicisti confrontarsi con i suoi tamburi-campane.
È avvenuto più volte nel Giardino (d’arte) a
Groppoli con il gruppo composto da Tonj Acquaviva, Laura Inserra e
Giovanni Lo Cascio (con la composizione Play);
con Luigi Tronci, un non musicista, ma appassionato di questo genere di
lavoro artistico, comunque un esperto di idiofoni in quanto costruttore
degli strumenti musicali UFIP e che collabora con il sottoscritto da
molto tempo, oltre che con artisti come Plensa, Mattiacci, Esposito,
Marrocco. In occasione della mostra “Bianco&Nero” si
è esibito in una simpatica performance al Palagio di Pescia; in
quell’occasione ci ha deliziato di un “passaggio”
sonoro anche il grande percussionista Jonathan Faralli, che per
l’inaugurazione dell’auditorium del Conservatorio
“Mascagni” di Livorno ha suonato (con l’aiuto di
altri 3 percussionisti) il brano originale: ”Risonanze“ e
che a Casole d’Elsa per la 2° Estate musicale ha eseguito il
brano “Gnome”. L’opera nella Rocca Paolina di Perugia
(ancora nella situazione primaria, quella verticale, accanto alla
grande scultura nera di Burri) è stata suonata anche da Ellade
Bandini e da Cristian Meyer.
Nel Giardino sonoro i percussionisti Marcello Magliocchi e Vincenzo Mazzone hanno dato vita ad un concerto, mentre
alla fine dell’estate 2007 il musicista Emanuele Nistri ha creato la musica per il DVD Il canto degli gnomi».
Informazioni sugli autori delle sculture del “Giardino sonoro” e sugli stessi Amici di Groppoli:
Andrea Dami è nato a Pistoia
(’46), dove vive e lavora. Usa il metallo per le sue sculture e
quindi il suono del ferro, le sue forti vibrazioni «erano latenti
nelle opere stesse, bastava liberarle, o provocarle». Le opere
nascono da riflessioni sul vissuto che si concretizzano in segni
estetici, semplificando il racconto, lo scenario immaginato in quadrati
che talvolta si contrappongono a cerchi, o comunque a forme circolari:
un’apparente contrapposizione che appartiene alla nostra
realtà, quasi due punti di riferimento per unire il cielo e la
terra. Usa il ferro, ma anche la cartavelina con le sue incorporee
trasparenze, non dimenticando la luce, il suono, le ombre, il
colore…
Armando Marrocco, nato a Galatina
(’39), vive a Milano, dove svolge la sua attività atistica
che lo porta anche a collaborare con architetti e urbanisti. La sua
ricerca espressiva usa segni astratti, minimali, concettuali arrivando
a figure illustrative, realizzati con materiali diversi che vanno dal
bronzo alla pietra. Ha eseguito vetrate, mosaici, scenografie per
eventi musicali e “oggetti sonori” in collaborazione con il
maestro Fernando Sulpizi, come quelli installati nel giardino di
Groppoli. Con le sue opere sonore è stato presente nella mostra
pistoiese “Fabbriche della musica” (‘86).
Jaume Plensa è spagnolo, nato a
Barcellona (’55) e lavora tra la città catalana e Parigi.
Usa elementi naturali come il fuoco che fonde e modella il minerale,
l’aria e l’acqua che lo raffreddano e lo ossidano, per
arrivare ad usare limature di ferro, alluminio, luci al neon, acqua,
poliestere, alabastro, dando vita a volumi, pieni e vuoti con tracce di
parole e suoni che creano emozioni e pensieri. “Un pensiero
riempie l’immensità” (un verso di William Blake)
è la guida, il “filo” che dobbiamo seguire entrando
dentro l’opera scultorea di Plensa.

Associazione Amici Di Groppoli
L’Associazione è nata il 1 aprile 1984 e
l’attività culturale si è svolta e continua a
svolgersi attraverso conferenze, dibattiti, mostre d’arte,
spettacoli teatrali e musicali “nell’intento di promuovere
l’amicizia fra gli associati e di sensibilizzare i più
vasti strati dell’opinione pubblica nella direzione della
solidarietà sociale” com’è scritto nello
statuto.
L’Associazione ha anche promosso la fondazione di “Un Club
per l’Europa” e dell’”Accademia dei
Ritrovati”, certo con finalità settoriali, ma tutte
però riconducibili ad un unico progetto culturale.
Un Club per l’Europa è nato nel 1992, per costruire una
rete di relazioni capaci di consentire possibilità significative
di scambi economici e culturali. Si sono già stabiliti
importanti contatti con le città europee di Pau, Colonia,
Besançon e Lund (nella Svezia meridionale). L’Accademia
dei Ritrovati si propone lo scopo di ritrovare, recuperare e
riavvicinare alla città di Pistoia i pistoiesi che se ne sono
allontanati. Attraverso loro intende riproporre Pistoia oltre i confini
regionali e nazionali per farne conoscere il patrimonio storico e
culturale, ma anche la realtà della vita di oggi in tutti i suoi
aspetti, attraverso incontri, mostre, rassegne, convegni.
Recentemente gli Amici di Groppoli hanno contribuito alla costituzione
del Tribunale per i Diritti del malato - sezione di Pistoia - e alla
delegazione pistoiese del F.A.I. (Fondo per l’Ambiente Italiano).
Hanno promosso l’illuminazione della cupola della Basilica della
Madonna e delle chiese di S. Andrea, S. Francesco, S. Paolo nel centro
storico di Pistoia; il restauro dell’Annunciazione di Simone
Martini agli Uffizi; l’edizione dei volumi “La città
dei crucci”, “Gli stemmi del Palazzo Pretorio”,
“La concubina del capitano”, “Autobiografia di un
burattino”.
Gli Amici di Groppoli stanno progettando “Senegal”, un
corso di informatica per sedici cittadini senegalesi presso la scuola
Pacinotti di Pistoia, il gemellaggio con una circoscrizione di Dakar e
con la città di San Pietroburgo, nel nome di Vincenzo
Manfredini, un musicista pistoiese che nel 1700 fu maestro di Cappella
in quella città e si occupò anche dell’educazione
musicale del figlio della zarina.
Nel giardino e nella villa si tengono, oltre ai concerti di musica
contemporanea, jazz e classica, letture di poesie, rappresentazioni
teatrali, conferenze e dibattiti.
Numeri utili
Associazione Amici di Groppoli - via di Groppoli - 51100 Pistoia - tel: 0573 570075
Tenuta di Groppoli - via di Groppoli, 8 - 51100 Pistoia - tel: 0573 570054, fax: 0573 910329
Come si raggiunge Groppoli
Per chi proviene da Pistoia: dopo aver preso la statale, seguendo le
indicazioni Montecatini – Pescia – Lucca, si arriva in
località STAZIONE MASOTTI; subito dopo il cartello indicatore, a
destra c’è il cancello con l’indicazione
“Fattoria di Groppoli”. Si percorre la strada asfaltata
trovando prima la “Fattoria” poi, proseguendo, si
troverà il piazzale sterrato: lì c’è
l’ingresso della villa con il suo “Giardino sonoro”.
Per chi proviene da Montecatini: dopo aver oltrepassato il
valico di Serravalle P/se, alla fine della località STAZIONE
MASOTTI, prima del cartello indicatore, sulla sinistra c’è
il cancello con l’indicazione “Fattoria di Groppoli”,
entrare dentro e seguire la strada.