
Ingresso
Il GIARDINO DELLA MEMORIA
è uno "spazio d'arte" che nasce a Castelmartini, nel comune
di
Larciano, il 23 agosto del 1996, in ricordo della strage del Padule di
Fucecchio; è composto da due lavori Paysage e Mio fratello
è qui.
Alle ore 8,30 fu celebrata la Messa di commemorazione per i caduti
della strage, officiata dal Parroco di Castelmartini.
Alle ore 11,30 il
saluto e l’introduzione del Sindaco di Larciano Andrea
Stefano
Lollini, poi la relazione storica
del professore Ivan Tognarini e quella artistica dell'architetto
Roberto Agnoletti; la “resa degli onori militari”
ai caduti
del 23 agosto 1944 e la deposizione della corona d'alloro sotto la
targa appesa sull’antico muro del vecchio cimitero di
Castelmartini, su cui si legge:
“In ricordo della strage del Padule di Fucecchio,
perché
il Padule nel 1944 fu rifugio, nascondiglio, insomma riparo per le
persone del luogo e per gli sfollati dalle vicine città,
logorati dalla guerra. La vita, tra i pesanti disagi e le forti paure,
non è mai cessata in Padule, ma quel 23 agosto 1944 per un
piano
strategico mostruoso quella zona si macchiò del sangue di
175
persone, il cui unico torto fu quello di essersi rifugiate in alcune
case coloniche, in capanne, lontano dalla via Francesca, battuta dalle
incursioni aeree, da rappresaglie e razzie.
Quel giorno, il 23, fu ordinato dai comandanti germanici Strauch,
Krasemann, comandante della 26° Panzerdivision e
responsabilmente
dal federmaresciallo nazista Kesserling l'annientamento e
così
lo sterminio fu puntualmente eseguito in quella zona, preventivamente
delimitata, ai margini della palude vera e propria.
Lo sgomento, il terrore tra la popolazione divamparono come il fuoco
sulla paglia secca. L'assurdità e la mostruosità
dell'avvenimento rendevano ancor più inspiegabile il
"fatto", il
perchè. La lucida logica militare tedesca aveva anche qui
fatto
centro. Un crimine premeditato per generare sospetto, diffidenza,
paura, odio tra quella popolazione attraverso la frantumazione degli
affetti più intimi e cari; quelle vittime erano colpevoli
soltanto di essere in un luogo scelto per un'operazione che di militare
aveva ben poco, il cui scopo era quello di far "terra bruciata" tra i
nazi-fascisti, i temuti partigiani e gli alleati, il cui fronte era
ormai sulle sponde dell'Arno.
Con il GIARDINO DELLA MEMORIA vogliamo ricordare:
Giuseppe Bettaccini,
Fortunato Brittoli, Guido Borgiani, Pietro Brinati, Iole Barni nei
Brinati, Giovanna Brinati, Annunziata Lepori nei Mazzei, Antonio
Mazzei, Nello Pierattini, Gino Romani, Angiolo Cappelli, Giuliana
Cappelli, Borghese Dani, Italia Parlanti, Armida Silvestri, Anita
Silvestri di Oreste, Ada Silvestri di Oreste, Gelsomina Pellegrini nei
Silvestri (Gino), Giuseppe Silvestri di Gino, Rossella Silvestri di
Gino, Natale Andreini;
Carlo Brinati, Celia Cioli nei Brinati, Giovanni Brinati; Francesco
Marongiu, Salvatore Ferrero; Natale Natali (marito di Anita Brinati),
Italo Natali (marito di Dina Arinci), Dina Arinci nei Natali, Remo
Sveno Natali, Tamara Natali (figlia di Sveno), Irma Lazzeretti nei
Natali (Dino), Roberto Lucian Natali (di Irma), Dante Barni (marito di
Nella Lucchesi), Anchise Tosi, Michele Romiti (marito di Giulia
Giacomelli), caduti nel comune di Larciano quel 23 agosto 1944, che non
si potranno mai separare dalle altre vittime dell'eccidio,
perchè la sorte ha voluto unirli per sempre, per cui
vogliamo
onorarli tutti e 175 indistintamente in questo giardino, spazio d'arte,
spazio d'uso pubblico, insomma luogo materiale del dialogo tra gli
uomini, tra gli uomini e la Terra, tra gli uomini e loro
stessi...”
Il Comitato d’onore era così
composto:
On. Beniamino Andreatta Ministro della difesa, Sen. Francesco Bosi,
Sen. Anna Maria Bucciarelli, Sen. Stefano Passigli, On. Famiano
Crucianelli, On Renzo Innocenti, On. Mauro Cannoni, Vannino Chiti,
Presidente della Regione Toscana, Marialina Marcucci Vice Presidente
della Regione Toscana, Paolo Giannarelli Assessore al Turismo della
Regione Toscana, Simonetta Pecini Presidente della 5°
Commissione
Consiliare della Regione Toscana, Francesco
Nicosia Soprintendente ai Beni Archeologici, Aldo Morelli Presidente
della Provincia di Pistoia, Nicola Risaliti Assessore Cultura e Turismo
della Provincia di Pistoia, Federico Gorbi Presidente della Commissione
Cultura della Provincia di Pistoia, Riccardo Rastrelli Sindaco del
Comune di Abetone, Lorenzo Banti Sindaco di Campiglia Marittima,
Graziano Turini Sindaco di Castelfranco di Sotto, Graziano Nesti,
Sindaco del Comune di Cutigliano, Vittorio Bugli Sindaco del Comune di
Empoli, Mario Primicerio Sindaco del Comune di Firenze, Luca Sani
Sindaco del Comune di Massa Marittima, Riccardo Cardelli Sindaco di
Pieve a Nievole, Luciano Guerrieri Sindaco di Piombino, Lido Scarpetti
Sindaco di Pistoia, Alessandro Baldecchi, Sindaco del Comune di Uzzano,
Andrea Fusari Assessore Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di
Pistoia, Mons. Giovanni De Vivo, Vescovo di Pescia, Francesco
Giovannucci Prefetto di Pistoia, Walter Fazio Questore di Pistoia,
Ivano Paci Direttore Ente Caripit, Giovanni La Loggia Presidente
dell'Istituto Storico della Resistenza, Alberto Cipriani Presidente
della Camera di Commercio Industria e Artigianato di Pistoia.
Il GIARDINO DELLA MEMORIA si raggiunge percorrendo l'Autostrada A11
(Firenze-Pisa) uscendo a Montecatini Terme, seguendo le indicazioni
Monsummano Terme, Larciano, Fucecchio.
Fuori da Monsummano Terme percorrendo la S.S. 436 Via Francesca dopo
Cintolese si arriva a Castelmartini.
Prima che la strada cominci a salire verso la frazione di
Castelmartini, a sinistra c'è il GIARDINO. Si può
parcheggiare girando (a sinistra) all'incrocio, nella strada che porta
a Cecina.

“Paysage”,
particolare

“Paysage”

Particolare
PAYSAGE
di
Andrea Dami, opera verticale in ferro dipinto composta da
centosettantacinque segni-plastici, ricordo collettivo dell'eccidio del
Padule di Fucecchio e ricucitura del muro di questo ex cimitero,
recuperato perchè non si perdesse sia la sua primaria
identità, sia la sua importante posizione all'incrocio di
quell'antica via Francigena che portava i pellegrini dal Porto delle
Morette su a Cecina e viceversa. Un paesaggio nel paesaggio geografico,
un bassorilievo in ferro dipinto che evoca nella forma triangolare
l'invaso palustre, con 36 "formelle" dedicate ai caduti nel comune di
Larciano (21 di Castelmartini, 5 non residenti e 10 di Cintolese, tutti
morti a Castelmartini), inscindibili dalle 77 di Cintolese, 24 di
Stabbia, 6 di Massarella, 1 di Querce e 31 di Ponte Buggianese (fonte
R. Cardellicchio -'84).
175 formelle rettangolari come sudari (175 è un numero non
assoluto perché certamente altri morirono nei giorni
successivi
a quello della strage a causa delle ferite subite), leggermente oblique
(simbolo della casualità) rispetto alle linee verticali del
fondo. 175 come punto di riferimento. Un contrassegno -come ci dice
l'autore- che ha all'interno tutto il dolore, tutto il dramma di quelle
persone barbaramente trucidate quel 23 agosto, che creano una
superficie triangolare, come è triangolare la zona umida del
Padule, un'allusione alle vicine canne palustri.
«In un giorno in cui l'aria umida e pungente, il
cielo
grigio, l'erba bagnata, quell'impalpabile senso di malinconia che
aleggia in certe giornate novembrine suggerivano il senso della
diversità -ha detto Anna Brancolini quando è
tornata al
GIARDINO DELLA MEMORIA- le 175 formelle si sono offerte alla vista con
il loro consueto, vivo rigore: vivo perché le linee
verticali
della struttura, il dolce, allusivo profilo metallico delle colline
circostanti, i giochi di forma e luce delle tessere simili, eppur tanto
diverse, di questo suggestivo e doloroso "mosaico" lasciano intravedere
un sommesso, ma profondo dialogo con l'ambiente circostante. Un dialogo
capace di ricrearsi volta per volta perché vario e diverso
è il gioco delle luci e delle ombre, perché
mutevole
è il sussurro dell'aria, il percorso dei suoni o delle voci
tra
le strutture metalliche che sembrano vibrare di una loro composta ma
forte volontà comunicativa».
L’opera Paysage non si può separare dal GIARDINO
DELLA
MEMORIA, che è anche "spazio
d'arte" (forse giardino, forse scultura), come lo ha definito Roberto
Agnoletti, un'ubicazione marginale, ma significativa storicamente e
paesaggisticamente, perché all'incrocio di antiche
viabilità. L'idea di "giardino" come luogo naturale
modificato
con finalità estetiche dall'intervento umano sottintende
un'intrinseca duplicità: natura e cultura, o lavoro e
diletto,
mettendo in luce la possibilità di ricucire un sintetico
percorso storico finalizzato a ridefinire un'idea di giardino
contemporaneo. L'opera d'arte è sì la
fisicizzazione di
un percorso concettuale, ma deve essere anche il "tra", l'interfaccia
come si direbbe oggi, insomma fare da tramite fra il mondo culturale e
quello sociale e politico, un punto di passaggio "tra" i problemi
dell'uomo verso il XXI secolo; questo è anche il modo di
lavorare di Dami.

Particolare

Retro di
“Paysage”
Mio fratello è qui
è
il titolo dell’altra opera, una grande cartolina calpestabile
che
porta in sé una serie di temi grafico-culturali emersi da
ottantadue lavori di "Mail-Art". «Quando con Andrea Dami
-dice
Fagioli- iniziammo a sviluppare il progetto di recupero del vecchio
cimitero di Castelmartini, confrontandoci sulle idee reciproche, prese
sempre più corpo in noi l'idea di utilizzare in qualche modo
i
lavori postali di "Mio fratello è morto qui" (titolo del
progetto di Mail Art del 1994), per cui quella superficie rettangolare,
un po' irregolare, avrebbe potuto contenere una serie di simboli, come
in una grande cartolina depositata sul terreno; perciò la
pavimentazione della futura PIAZZA DELLA MEMORIA avrebbe dovuto essere
proprio una "grande cartolina calpestabile" che portasse in
sé i
segni emersi dalle ben ottantadue cartoline-lettere di Mail Art
pervenute da molti Paesi dell'Europa, dell'America e dell'Asia in
occasione di "Naufragio", ed esposte all'Uggia, all'aperto, lungo il
viale di pioppi-cipressini (che oggi non esistono più), il
23
agosto del 1994.



disegni di Andrea Dami
Il mio progetto poteva sembrare non facile (perchè
nell'invito
era specificato che si trattava di lavorare soltanto sul tema della
strage nazista accaduta il 23 agosto del 1944), invece tutti i
partecipanti sono entrati nello spirito dell'evento e, per la "Piazza
della Memoria", diventata "Giardino", il mio lavoro è stato
quello di sintetizzare, dalle ottantadue opere, una serie di temi
grafico-culturali comuni. Ho così estrapolato nove simboli
essenziali ed universali, che ben rappresentano i concetti e i temi
espressi in "Naufragio" all'Uggia e comuni all'evento di Castelmartini,
per cui il titolo non poteva che essere: Mio fratello e' qui; da
realizzare in cemento, rivestiti a mosaico ed emergenti dal terreno,
proprio come se fossero nati dalla terra, dall'acqua del padule, dal
sangue dei 36 martiri di Castelmartini, non separabili dai 175 che
morirono quel 23 agosto del 1944».
I nove pittogrammi di "Mio fratello e' qui", titolo del progetto per
legare più intimamente quei semplici, scarni segni alle
vittime
dell'eccidio, sono:
MONDO,
l'universalità del messaggio;
UOMO/DONNA,
l'archetipo umano, quello dei bambini; nella testa il simbolo della
pace e della non violenza;
OCCHIO,
simbolo della visione diretta dell'eccidio del 23 agosto del '44 e
della volontà di non dimenticare;
TAVOLO DELLA PACE,
elemento di riflessione costante attraverso la parola "pace";
SOLE/LUNA,
la dualità della vita e di tutti i principi esistenziali,
filosofici, religiosi...,
CROCE,
il sacrificio dei 175 morti nell'eccidio del Padule di Fucecchio,
SANGUE,
sangue degli uomini, donne, bambini uccisi quel 23 agosto del '44, che
ha macchiato anche la terra di Castelmartini;
NO!,
una sola parola contro la violenza, la sopraffazione, la guerra;
COLOMBA,
segno di pace per eccellenza; qui assume anche il ruolo di elemento di
riflessione, di meditazione: rapido segno Zen.
Nove "pittogrammi-sedili-tavoli-pedane" a mosaico eseguiti da Daniele
De Paola, Antonietta Maraia, Enzo Maddaloni, Alice Matteoli, Sara
Pagnini, Martina Pieraccioli e Alfio Niccolai, ex muratore di Larciano,
sui quali ci possiamo sedere, camminare, per appropriarci
delle loro forme, dei loro colori, delle loro rugosità,
così che lo "spazio d'arte" di Castelmartini sia meno
scultura e
sempre più spazio d'uso, GIARDINO DELLA MEMORIA, insomma il
luogo materiale del dialogo tra gli uomini, tra gli uomini e la Terra,
tra gli uomini e loro stessi...
Si ringraziano l’Ufficio Tecnico del Comune di Larciano, la
Keramos di Castelmartini, la Ditta Disperati e Mancini di Cintolese e
Marmi Meozzi di Lamporecchio che hanno fornito il materiale necessario
alla realizzazione dei manufatti.

“Croce”, particolare

“Croce”

“Mondo”, particolare

“Tavolo della
pace”

“Tavolo della
pace”, particolare

“Colomba”

“Colomba”, particolare

“Colomba”

“Sole/Luna”

“Sangue”

“Uomo/Donna”

“Uomo/Donna”

“Uomo/Donna”, particolare

“Uomo/Donna”

“No!”

“Occhio”

“Occhio”

“Occhio”, particolare
La storia
Il GIARDINO DELLA
MEMORIA
era il cimitero di Castelmartini. Dall'interno di questo spazio a verde
pubblico, o spazio d'arte, guardando l'ingresso, oltre la statale si
vede il campanile della chiesa e gli alberi della fattoria di
Castelmartini; in quella direzione c'è la zona umida,
un'oasi
naturalistica poco conosciuta, ma di notevole interesse ecologico.
Passando di lato alla chiesa di San Donnino e poi attraverso la strada
bianca, si giunge al "Porto delle Morette". A piedi, oltre il ponte sul
Canale Maestro, potremo inoltrarci nel Padule di Fucecchio e vedere
l'elegante garzetta o l'airone cinerino o....
Castelmartini (oggi una frazione del comune di Larciano), il cui nome
sembra derivi da castrum Martini, era già noto dal 1200 per
l'ospedale di San Donnino de Cerbaia, all'incrocio di una strada che
collegava l'Arno, scavalcando il Montalbano, con Pistoia, seguendo
un'antica via etrusca
(Castelmartini-Cecina-Pistoia-Marzabotto-Bologna), percorsa da merci e
da pellegrini (i romei) che si dirigevano in Galizia. Ancora oggi
è dedicata a San Donnino l'attuale chiesa, costruita agli
inizi
dell'800, in sostituzione di quella cappella dipendente dall'importante
pieve di San Lorenzo a Vaiano, la cui centralità nel
territorio
amministrativo derivò da quello romano, come testimoniano i
resti archeologici della "villa di campagna" (forse di epoca
imperiale), trovati proprio nei pressi di quei modesti resti
dell'antica pieve a Vaiano, caduta in disuso all'inizio del
Rinascimento.
L'ex cimitero di Castelmartini è una porzione di territorio,
delimitato da un vecchio muro, tra le colline del Montalbano e il
Padule di Fucecchio, sull'attuale via Francesca (n° 436). E' in
quel rettangolo di terra (m. 34x22 circa) che nasce l'idea di
recuperare la "memoria storica" del luogo, grazie anche alla
volontà dell'Amministrazione Comunale di Larciano,
trasformandolo, con un'opera artistica, in un luogo pubblico, dedicato
alle vittime della strage del Padule di Fucecchio e non soltanto a
quelle del comune di Larciano. Oggi tre alti cipressi ne testimoniano
la sacralità; come menhir sono rimasti a vegliare sui
ricordi di
quel piccolo spazio.
Lì ti senti bene, il rapporto con il tempo, al quale
appartieni,
sembra diverso; sei disposto a lasciarti andare, ad ascoltare quello
che c’è dentro di te... può succedere
che
all'improvviso un odore di cera aleggi tutt'intorno... mentre la porta
guarda il sole che scende, sempre più rosso, tra gli alberi
della villa Poggi-Banchieri; dietro la zona palustre... i monti
pisani... il mare.... La porta è l'unico contatto con
l'esterno,
con il mondo, con quel mondo da cui provengo.
Nell'orizzontalità del luogo, nell'orizzontalità
dei
monti, lo sguardo scivola lungo quel basso muro, nel quale affiorano
tenui impronte lasciate dalle vecchie lapidi di marmo, o forse
è
attratto dalle poche rimaste, le cui scritte sono state sbiadite dal
tempo, in un susseguirsi di altre immagini, quelle della propria vita,
frammenti casuali, dissolvenze di inaspettati ricordi. All'interno del
vecchio cimitero ci si sente al riparo dalle "follie" dell'uomo, di
quell'uomo che proprio laggiù, oltre la porta d'ingresso, il
23
agosto del 1944, tra la fattoria Poggi-Banchieri
e la gronda del Padule, provocò la morte di ben 175 persone
inermi, uccise durante quell'operazione di "annientamento", secondo i
piani del comando tedesco.
Il ricordo di Andrea Dami
Dall'alto, volando come un uccello, il Padule di Fucecchio appare come
un grande triangolo irregolare pronto ad accogliere nel suo grembo
l'acqua dei torrenti che, come radici, vanno a succhiare fino
lassù sulle generose colline circostanti.
D'estate, il vasto ventre si asciuga, mentre l'acqua della Nievole
continua pigramente a scorrere nel Canale Maestro. Anche quell'estate
del '44 quella terra secca fu spaccata dai forti raggi del sole, ma
rimase macchiata dal sangue di tante vittime innocenti, barbaramente
uccise durante il rastrellamento nazista del 23 agosto. Odio, vendetta,
violenza, paura o che cosa? La gente continuava ancora a chiederselo.
Mi ricordo che nella caligine di un agosto il canto della cicala
tagliava l'aria e l'ombra dell'acacia, davanti alla bottega del fabbro
Egiziano, mio zio, si allungava stancamente tra la polvere della strada
Larcianese e i ciuffetti d'erba rinseccoliti, mentre nonna Cesira mi
raccontava di quella interminabile giornata del '44. I suoi occhi
avevono visto il terrore segnato sui volti di chi, laggiù
nella
terra dei Poggi-Banchieri, quel 23 agosto aveva perduto tragicamente
parenti ed amici.
Anch'io mi sono inoltrato più di una volta nel Padule dal
Porto
delle Morette, alla ricerca di un appiglio razionale a cui legare quei
drammatici racconti. La strage era avvenuta tutt'intorno.
Le canne, i ciuffi di sarello, un nannufero giallo tra i neri barchini
nascosti all'ombra in un fosso, mentre i riflessi del sole galleggiano,
giocando a nascondino tra le alte nubi biancastre, nell'acqua che
lentamente continua a scorrere nel grande canale. La quiete del luogo
è avvincente, è bello perdersi tra le erbe
palustri come
mi succedeva allora, quando, cavalcando l'enorme bicicletta dello zio
Egiziano, lo percorrevo d'un fiato, fendendo quell'atmosfera incantata
tra una lacrima di vento e un filo di polvere sollevato dalle grosse
ruote raggiate.
Dopo anni con Amato, duramente colpito dalla tragedia del 23 agosto,
continuo ad interrogarmi sulle capacità distruttive
dell'uomo
sull'uomo e se esiste un limite, mentre Amato mi guida lungo quei
viottoli a lui familiari da generazioni, in quelle case, in particolare
quella del Simoni, dove anche lui silenziosamente cerca una risposta,
un perchè che possa acquietare il ricordo ossessivo,
mitigare le
forti immagini che si replicano su loro stesse giorno dopo giorno,
generate dalla violenza di quel rastrellamento, concepito da uomini, la
cui "follia", autorizzata dagli ordini e sollecitata dalla
complicità dei loro codici, ha superato ogni possibile umana
immaginazione.
Rastrellamenti, da quel lontano 1944, campi di concentramento, torture,
stermini hanno continuato ad essere mostruosamente concepiti e
consapevolmente messi in pratica, in Europa e nel mondo, da uomini ligi
ai loro regolamenti disumani, pronti a inventare regole ancor
più crudeli per uccidere uomini, donne e bambini, e pure
così simili a noi, con occhi brillanti, belle mani,
simpatici
nella conversazione, anche eleganti, dall'educazione impeccabile a
tavola... come faremo a riconoscerli dietro quell'apparente
normalità? Quali certezze, quali verità fanno
scattare
quel meccanismo che fa uscire il mostro che è in loro? O
invece
è solo il sadico piacere della violenza sugli inermi?
Qui rimangono i nomi neri incisi nei cippi, nelle lapidi di marmo sulle
case coloniche della fattoria e nei cuori dei loro familiari.
21 le vittime di Castelmartini da ricordare ma che non si potranno mai
separare dalle altre, perchè la sorte ha voluto unirle per
sempre, quindi, per ricordare insieme i 113 martiri di
Castelmartini-Cintolese, il cui confine è segnato dal
piccolo
rio Cecina, dobbiamo necessariamente onorarli tutti e 175
indistintamente.
Nella porzione di quel muro dell'ex cimitero di Castelmartini, che
delimita lo spazio interno da quello esterno e che segue per un attimo
la strada che porta all'antica Cecina,
c'era un taglio, un vuoto avvenuto casualmente, come casualmente era
avvennuta la morte di quelle 113 persone, tra la capanna Borghesi e il
Podere della Bassa, il Porto dell'Uggia e Casa Simoni, la Casa dei
Pescatori e il Casotto dell'Isola, il Porto delle Morette e il Bosco di
Chiusi (località a cavallo tra le frazioni di Castelmartini
e
Cintolese). Quindi era nello "strappo" di quel muro, in quella
superficie che si doveva ricucire creativamente quel triste ricordo
collettivo, dando vita così ad un nuovo evento, un
"paesaggio",
un paesaggio artistico che entrasse a sua volta a far parte di quella
porzione di territorio che è appunto il vecchio cimitero di
Castelmartini, recuperato anche storicamente, perchè non si
perdesse la sua primaria identità, quell'importante funzione
che
aveva avuto nel tessuto urbano di Castelmartini-Larciano, mantenendo
così inalterate le modeste linee architettoniche che lo
avevano
da sempre caratterizzato. Quindi è in quella fenditura che
nasce
il mio lavoro visuale, che restituisce anche la perduta
continuità al vecchio muro: un paesaggio artistico nel
paesaggio
geografico.
L'idea di Paysage si è sviluppata all'interno di questo
luogo
silenzioso, poi un giorno, come un colpo di flash, è
apparso,
tra le ombre delle lapidi che non ci sono, il ricordo dell'opera
Centosettantacinque realizzata alla Casa dell'Uggia, ad un chilometro o
poco più da questo suggestivo luogo, realizzata per la
manifestazione "Naufragio", fortemente voluta da un piccolo gruppo di
amici artisti, in occasione del 50° anniversario dell'Eccidio
del
Padule di Fucecchio. E voglio ricordare "Naufragio" perchè,
oltre
ad essere un piacevole ricordo, è nato da un insieme di
lavori
visuali, poetici, narrativi, ma soprattutto dall'impegno morale e
civile degli autori, affinchè a distanza di mezzo secolo non
si
perdesse la "memoria storica" del tragico evento che ha drammaticamente
colpito queste zone adiacenti al cratere palustre, in maniera non
retorica, "nel rispetto di tutti i caduti" senza dimenticare,
però, le ragioni degli oppressi e degli oppressori, quelle
del
fascismo e quelle della democrazia, come tenne a sottolineare in
quell'occasione Giuliano Calvetti (allora Assessore alla Cultura del
Comune di Monsummano Terme); non dimenticando neppure, come recitano
alcuni versi poetici di Enzo Filosa:
"...chi al riparo d'una pietà impaurita
non ha premuto il grilletto
chi in una pausa inerme della storia
s'è sentito la vittima
ha guardato
i campi pigri di sole il grano alto
l'aria di vampa e tutta la normale
indifferenza del mondo
e ha trattenuto la gola pronta al pianto.
Lo sguardo chiuso e aspro s'è accorto
del volo dimesso delle rondini
là fuori dove l'aria bassa d'estate
ha smesso ogni lamento e il giorno è smorto
in tanta luce e polvere..."
Là nel campo, tra il granoturco da una parte e il viale di
pioppi-cipressini dall'altra, c'era la mia opera, composta da 175 fogli
di carta bianca stesi, come canditi lenzuoli, sulla nuda terra,
leggermente obliqui ai solchi tracciati dall'aratro. 175 non
è
certamente il numero esatto delle vittime accertate in quella lontana
mattina d'agosto, ma comunque ci permetteva di valutare la
mostruosità dell'evento.
Il segno da me cercato era nel ricordo di quelle tracce all'Uggia che,
a distanza di molti mesi dall'evento artistico, iniziato il 23 agosto
1994, erano ancora impresse nel terreno, come nei cuori delle numerose
persone andate alla Casa dell'Uggia per dare la loro testimonianza, per
partecipare a "Naufragio".
L'opera Centosettantacinque doveva continuare in quello strappo del
vecchio muro dell'ex cimitero di Castelmartini e evocare con una forma
triangolare anche l'invaso palustre contenente i 175 segni-plastici, o
"formelle", o "foglie". 175 "martiri" da onorare. Un monito.
Paysage è una materializzazione di ferro -come mi piace
definire- fatta di frammenti materici che formano una texture, la cui
leggera inclinazione vuol simboleggiare, come già detto,
l'opposizione alla certezza, alla verità assoluta che tanti
danni ha fatto e può continuare a fare.
Paysage non è altro che un bassorilievo e oggi, nel mondo
dell'elettronica, della video-comunicazione, della realtà
virtuale, l'uso di un linguaggio plastico non vuol essere un fatto
né retrò, né polemico nei confronti
della scienza,
delle possibili "vie informatiche", ma è sicuramente un
"gesto"
contro un'incombente omologazione.
Paysage vorrebbe farti uscire allo scoperto, dall'indifferenza
quotidiana, per farsi toccare, insomma costringerti a guardarti intorno
e dentro di te.
Paysage vuol essere una lente d'ingrandimento (spero) per leggere il
mondo, perchè l'arte non è la verità,
ma è
invito alla riflessione, al dialogo, a comprendere meglio se stessi e
gli altri. L'artista, per la sua natura creativa, non può
che
essere contro chi vuol occultare intendimenti, camuffare comportamenti
che tendono al "potere", non solo a livello nazionale, ma anche nelle
città, nei paesi, anche qui vicino a noi.
Paysage è un lavoro contro il "potere" di ieri che ha creato
eccidi, campi di concentramento, repressioni, violenze ideologiche che
continuano ancora oggi in molte parti del Mondo, ma anche contro quello
che oggi si può nascondere dietro i pixel catodici o i
cristalli
liquidi di uno schermo video di un televisore o di un computer, insomma
contro l'uso non di un mezzo, ma del suo linguaggio quando serve per
crearci illusioni, guidarci fuori dalla realtà, secondo la
volontà del manovratore, del conduttore occulto che sembra
prendersi cura di noi, ma poi ci conduce, come un illusionista, dentro
la sua visione del mondo facendocela apparire l'unica, l'assoluta,
più vera del vero. Non lasciamoci sedurre fino in fondo, non
lasciamo che questo moderno mezzo d'informazione, di comunicazione
diventi prerogativa di una nuova elité, in mano a guidatori
"folli" che possono trasformarlo nel nuovo strumento di dominio.
Ricordava Placido che, anche se i fascismi sono superati, il fascismo
risponde comunque a una pulsione alla sopraffazione, perchè
ha
le sue radici nel lato oscuro che sta in tutti noi, per cui l'uso
diverso dei mezzi elettronici, un concentrato di immagini, suoni,
parole, azione, velocità di penetrazione, la cui
elaborazione
è facile ed illimitata, può essere in grado di
"paralizzarci" per sempre. E' in discussione la nostra stessa
percezione del vero e del falso, del confine tra la manipolazione del
vero per esigenze creative e l'inganno; la realtà
è
sostituita dall'immagine e l'immagine fagocita la realtà.
L'antidoto non è certo Paysage nel GIARDINO DELLA MEMORIA a
Castelmartini, ma è sicuramente l'arte, il fare arte con
tutti i
mezzi possibili, compresi la tv e il computer, per colpire tutti i
nostri sensi, per riceverne almeno una reazione -non virtuale- non
standardizzata: la nostra.

“Paysage”

“Croce”

“Occhio”

“Occhio”, particolare

“Uomo/Donna”
Ma cosa accadde in quella
mattina
d’agosto?
Per la cronaca: dal 1 agosto del '44 i morti in
Toscana
a causa di eccidi e stragi sono già 729 che, sommati ai 1406
di
giugno e di luglio, ammontano a ben 2135. Non dimentichiamoci che sono
ben 3.510 le vittime degli eccidi nazifascisti in Toscana dall'aprile
al novembre 1944.
Il 4 agosto del 1944 scoppia l'insurrezione a Firenze e l'11 agosto
viene liberato il centro della città. Il giorno dopo, verso
il
mare, a Sant'Anna di Stazzema si consuma la strage: 432 saranno le
vittime. Il 20 agosto i tedeschi lasciano la periferia fiorentina e due
giorni dopo gli alleati entrano a Firenze, già liberata dai
partigiani. A Monsummano Terme, nei pressi della zona umida, il
colonnello Krasemann ordina al maggiore Strauch: distruggere case,
ricoveri ed esseri umani esistenti nella zona - Vernichten (annientare)
- Strauch lo trasmette ai reparti della 26° Panzerdivision e la
zona viene segnata sulla carta geografica e delimitata da picchetti. Ad
est è delimitata dalla strada statale 436 - Via Francesca
(Monsummano-Fucecchio), tra la zona dell'Uggia e il Ponte di Masino; a
sud finisce, praticamente, alla confluenza del canale del Capannone col
canale del Terzo (ed inizia il canale Maestro); ad ovest termina ai
piedi delle Cerbaie e a nord lungo quella linea
che dall'Anchione, salendo leggermente e attraversando la capanna
Borghesi (o Corrieri), arriva alla Via Francesca. Un enorme triangolo
limitato da picchetti sistemati con precisione teutonica. Il 23
mattina, quando la luce dell'alba rischiara il Padule, avviene la
strage. L'operazione terminerà a mezzogiorno.
Il maggiore Strauch non discute l'ordine. A sua volta lo trasmette ai
reparti della 26° Panzerdivision -alcuni dei quali chiamati di
sicurezza, perchè specializzati nel creare il terrore fra la
popolazione quando la Wehrmacht si ritira-.
A Larciano, nel comando, un maresciallo maggiore austriaco s'avvicina
ad un italiano e l'informa a bassa voce: «Stanotte, grande
lago
kaput». L'italiano non capisce e non ha modo di chiedere
spiegazioni.
Ad Anchione (frazione di Ponte Buggianese) fattoria Pratogrande; in
casa del contadino Lando Moschini arriva una notizia da parte di sua
sorella che ospita un maresciallo nazista: «Può
darsi che
la rappresaglia sia per stanotte. Fate nascondere gli
uomini».
A Massarella (frazione di Fucecchio) una giovane romana, amante d'un
sergente austriaco, entra in una bottega e alla proprietaria dice:
«Avvertite gli uomini. Dite che vengano via dal padule, se ci
sono già andati. Stanotte, in padule, ci sarà un
grande
rastrellamento».
A Querce (frazione di Fucecchio) in località Sagrino, nella
casa
di Leone Matteoni, uno sfollato di Carrara, originario del paese,
s'appresta ad uscire come ogni sera. Si chiama Guido Matteoni. Vuole
raggiungere, attraversando il padule, Stabbia per fare incetta di
cocomeri e di frutta da vendere alla gente del posto e agli sfollati.
Un parente tenta di fermarlo: «Lascia perdere, Guido - ma lui
scuote la testa - sorride - non corro rischi… e i soldi,
anche
pochi, servono». Ed esce.
In una casa della località Uggia (frazione di Monsummano), a
pochi passi dalla casa del Podere le File (a un chilometro dal piccolo
cimitero di Castelmartini, -oggi Giardino della Memoria- che faceva
parte della Fattoria di Castelmartini di proprietà
Banchieri),
un ragazzo di quindici anni saluta i genitori. E' Giorgio Mazzei. Va a
dormire, insieme ad altri, alla casa del mezzadro Simoni che dista
circa un chilometro, a mezza strada tra il Podere le File,
dov'è
il comando nazista, e il Porto dell'Uggia, sul canale, in padule. I
genitori non vogliono che dorma con loro. Ci sono, a due passi, i
nazisti e i bombardamenti notturni degli alleati tartassano la Via
Francesca. -Laggiù stai più tranquillo-, gli
dicono ogni
volta che stintigna. Loro non vanno perché hanno da badare
alla
casa; la gente che la notte lascia la casa completamente incustodita,
il giorno dopo la trova con meno roba. Gli sciacalli non hanno paura
delle bombe. Camminando in mezzo al viottolo, guardingo, Giorgio Mazzei
vede ombre che s'allungano nei campi: sono gli uomini che raggiungono
il padule, le fosse, le buche.
In casa Simoni le persone sono tante, soprattutto donne, bambini,
vecchi. Giorgio Mazzei va nella stalla (le bestie sono in padule), con
una ventina di persone; altrettante sono al primo piano. Prende posto
nella sua branda, accanto ad una conoscente (Anna Maria Tognozzi), e in
capo a cinque minuti dorme di gusto. Non lo disturbano neanche le
chiacchiere di chi non riesce a prendere sonno.
Nei dintorni della fattoria Pratogrande (Anchione) mezzanotte
è
passata da un pezzo. Cento soldati con cinque camion entrano nella
corte del casone Pucci. Ne svegliano gli abitanti (una ventina) e li
fanno entrare nella cucina dei Piuma. Vogliono il padrone e Arnaldo
Pucci si presenta. Il capitano chiede l'esatta ubicazione
dell'Essiccatoio di Tabacco e di altre case coloniche, segnate in rosso
su una grande carta geografica. Il Pucci è costretto a
mettersi
a disposizione dei soldati. Vanno prima in casa di Rocco Cardelli, dove
trovano soltanto donne e bambini, poi in quella di Piacentino
Tognarelli. Qui il Pucci viene rinchiuso in una stanza con quelli di
casa, guardati a vista da due soldati, mentre gli altri vanno in giro
presso altre case coloniche.
A Querce (frazione di Fucecchio) Don Ivo Magozzi è sveglio
per
il caldo,
per l'afa. Sente rumori diversi e decide di scendere per dare
un'occhiata. Un nazista gli s'avvicina e gli ordina di tornare in casa:
Non andare da nessuna parte. Strade tutte bloccate. Andare a letto.
Rauss. Chiede perché. Non ottiene risposta. Non gli rimane
che
rientrare in camera sua. Riesce a prendere sonno. Ma poco dopo
è
di nuovo sveglio. In padule si spara. S'affaccia alla finestra che
dà sul Padule di Fucecchio. Sa che ci sono, in padule,
migliaia
di persone. Almeno duecento sono suoi parrocchiani. Don Ivo si veste e
scende. Vuole attraversare il ponte in località Puntone.
C'è un posto di blocco. -Sono un sacerdote. C'è
gente che
sta morendo, là-. Non c'è niente da fare. Gli
ordinano di
tornarsene per dove è venuto -di starsene tranquillo. Rauss.
Sono le due. Guido Matteoni, lo sfollato di Carrara, è
già morto. L'hanno preso su un barchino e ora è
mezzo in
acqua. Rimane lì tutto il giorno. Il 23 agosto è
un
giorno molto caldo, afoso, umido. Si fa fatica a respirare, i vestiti
s'appiccicano addosso.
Nel libro dei morti, don Ivo scrive: Matteoni è morto
stamani
alle ore due circa, ucciso dai tedeschi nel Padule di Fucecchio, in
seguito ad azione di rastrellamento tedesca. Aveva 44 anni. Fatto il
trasporto su di un barchino senza accompagnatura, col solo sacerdote fu
portato e sepolto nel cimitero di Querce.
Nei pressi di Massarella (frazione di Fucecchio), al Porto di Guido,
poco più in là dal punto in cui è
morto il
Matteoni, quattro persone d'una stessa famiglia (i Guidi), che abita in
località Tacchio, non riescono a sfuggire alle raffiche di
mitra. Si sparpagliano, cercano riparo dietro la vegetazione, nelle
fosse. Inutile. Vengono falciati uno dopo l'altro. Enos Cerrini,
ventuno anni, renitente alla leva, nato alla Venturina (provincia di
Livorno), ce l'ha fatta a non finire come i Guidi. Ora c'è
calma. Forse è il momento buono per allontanarsi, per
raggiungere il folto del padule. S'allontana dalla fossa, la schiena
curva. Fa pochi passi. Una raffica lo scaraventa qualche metro
più in là. Agostino Bandini, sceso in padule da
solo, in
ritardo rispetto agli altri, non ha incontrato il padre. Si muove fra
le vigne in cerca d'un posto tranquillo. Poi sente gli spari e la paura
lo porta a riguadagnare la strada di casa, a scoprirsi. E non
c'è più scampo per lui. Si trova faccia a faccia
con un
soldato, che estrae la pistola e lo colpisce con precisione.
Vicino a Cintolese (frazione di Monsummano Terme), presso la capanna
Borghese, la gente dorme da un pezzo. Dormono nella capanna grande, che
fino a qualche giorno prima ha ospitato più di duecento
pecore
del pastore Averardo Corrieri, detto Guido e Guidotti. Ad un tratto i
cani del Corrieri cominciano ad abbaiare. Il pastore, che è
in
una piccola baracca di tavole nere con la moglie, i figlioli e Livio
Giannini, un garzone di sedici anni di Pieve a Nievole, s'alza per
andare a vedere che succede. -Chi è là?- fa il
Corrieri.
La risposta lo gela. Sono nazisti. Sono tre e armati di mitraglia.
Scappare non si può più. Si stringe nelle spalle
e
dà una voce a quelli della grossa baracca, avvertendoli che
ci
sono i nazisti. I tre gli si avvicinano e gli ordinano di vestirsi.
-E le scarpe? Non avete scarpe?- gli chiedono.
-Si ce l'ho-
-Mettere-
Il Corrieri se le mette. Sono scarpe alte e pesanti, comode per i
pastori, soprattutto quando vanno in montagna.
-Mi mettono sulle spalle due cassette di munizioni, tenute insieme da
una cinghia, e mi dicono di seguirli-.
Assunta cerca di dissuaderli: Lasciatelo. Vi do i soldi che volete.
Tutto quello che abbiamo. L'allontanano.
Fatti una trentina di metri, tornano indietro. -Cuocere uova-, ordinano
alla moglie. Mentre le uova assodano -Un tedesco raggiunge la capanna
dove tenevano le pecore, prende quelli che trova (donne, bambini,
anziani). Alcuni sono miei parenti, altri contadini che vengono tutte
le notti a dormire in padule per stare tranquilli-. Gli uomini
più giovani, sentendo il trambusto, se la sono svignata,
rifugiandosi nei campi vicini al Ponte Nuovo e al rio il Bozzone. Ci
sono fra gli anziani due fratelli -Raffaello
e Cesare Parlanti- venuti a dormire in padule per la prima volta. Li
portano tutti alla baracchetta, li mettono uno accanto all'altro di
fronte alla mitraglia. Il Corrieri viene fatto sedere da una parte. Le
donne piangono. Assunta si raccomanda, le mani giunte, di non fare male
a nessuno. -Ad un certo punto, uno si avvicina ai fratelli Parlanti e
al mio garzone e ordina di seguirli. A me dicono d'alzarmi con le
cassette di munizioni, agli altri d'entrare nella baracchetta e di non
uscire per nessuna ragione-.
-Dove li portate?- Assunta è disperata.
-State dentro e boni-
-Ma quel ragazzo è quasi nudo-
-State dentro e boni-.
Assunta s'agita. Poi sente degli spari. -Ma che stanno facendo?-. Da
una capanna urlano a squarciagola. -Assunta, Assunta, venite ad
aiutarci. I tedeschi hanno ammazzato il nostro babbo nello stanzino del
maiale e non ci si fa a tirarlo fuori. Venite, sennò il
maiale
lo mangia-. La donna corre pensando: -Ammazzano anche mio marito.
Il Corrieri è arrivato al fiume Nievole. -I due fratelli e
il
garzone avanti con un tedesco, io dietro, in mezzo agli altri due. Mi
fanno fermare. Gli altri tre, invece, proseguono ancora, seguiti dal
tedesco con la mitraglia. Sento una scarica di colpi. Poi vedo il
tedesco tornare solo. Lo vedo nel momento in cui incontra Adamo
Malucchi, detto Damino. Il solito tedesco gli punta la mitraglia al
petto e lo costringe a seguirlo. Un'altra raffica, e torna solo-. Poi
si prosegue lungo la Nievole. Il Corrieri, dopo aver attraversato la
Nievole, il prato del Listroni e i bozzi, è fra la Bassa e
la
Bassina dei Malucchi. Ad un centinaio di metri, duecento forse,
c'è un'altra pattuglia. Spara a più non posso.
Spara in
casa dei Malucchi. Il Corrieri non vede quei morti. La sua pattuglia si
dirige verso la strada, detta dell'Argine e il Vione, che conduce
diritta al Porto dell'Uggia. Si ferma e aspetta l'altra che ha operato
alla Bassa dei Malucchi. Tutt'e due, poi, raggiungono Casa Simoni.
Ormai è giorno.
Alla Casa Simoni, un grosso edificio, gli sfollati sono parecchi. Molti
appartengono alle famiglie Arinci, Giacomelli e Grassi. Ai primi spari,
gli uomini, che non sono andati a dormire nei campi, hanno pensato
subito ad un rastrellamento e si sono dati alla fuga. Amato e Armando
Arinci si sono buttati, insieme ad altri, fra le fosse e dentro il Rio
Pazzera e sono riusciti a guadagnare la statale Via Francesca. Le due
pattuglie entrano nell'aia, sparano qualche raffica di mitra in aria.
-Uscite tutti-. E' l'ordine. Quelli della stalla vengono messi al muro
con una mitraglia a destra e una a sinistra. C'è una grande
agitazione. Chi esce di casa e chi entra. S'urla, si piange. -Ci
ammazzano. Ci vogliono ammazzare tutti- sente dire Elisa Arinci. E lei:
-Non è possibile. Non è possibile-. Sparano.
Giorgio
Mazzei, che è accanto ad Anna Maria Tognozzi e alle sue
figliole
-Vanda, cinque anni, e Severina, un anno- sente le pallottole sfiorarlo
e gli urli di dolore della donna e delle sue bambine. Rimane come
paralizzato, la bocca aperta. Un soldato gli dice: -Tu, piccolo
partigiano, venire qui-. Il Mazzei si muove piano piano, guardandolo.
-Ora mi ammazza- pensa. -Là-. Gli ordina di mettersi accanto
al
Corrieri, quindi di prendere due cassette di munizioni che sono a
terra. -Tu, piccolo partigiano portare-. Parte un'altra raffica e altre
persone cadono. Si continua a sparare. Stella Arinci e Nella Simoni
urlano a perdifiato che sono assassini, che conoscono bene alcuni di
loro. Vengono zittite con un colpo alla gola. Una bomba a mano urta il
muro e ricade nell'aia. L'esplosione fa sussultare i cadaveri poco
lontani. Fra i morti si muove una vecchia cieca. E' Carmela Arinci,
novantatre anni. Chiama i familiari. Vuol sapere. Inciampa in un corpo.
Sta per chinarsi, la mano tesa, quando un nazista le va accanto. Toglie
la spoletta ad una bomba a mano, gliela infila in una tasca del
grembiule, quindi, rapido s'allontana. Ancora qualche secondo e la
donna è straziata dall'esplosione. I morti, sparsi per
l'aia,
vengono ammucchiati accanto al muro. Molti ricevono un colpo di pistola
alla testa.
Più in là, gli spari rimbombano nella piana. Gli
fanno
eco le urla di dolore della gente che cade colpita. Sono i Romani.
Le due pattuglie si muovono da casa Simoni dividendosi. Una si porta
dietro il Corrieri, l'altra il Mazzei. Il Corrieri vede ancora
uccidere, civili che cadono colpiti a morte. Ormai è giorno
fatto. Si spara dappertutto. Ci sono anche pattuglie che non sparano.
Chi capita davanti ad esse, la fa franca. -Via, nascondere- dicono
questi soldati -altrimenti kaput-. C'è anche qualche soldato
che, nonostante l'ordine, si rifiuta di sparare o racconterà
di
essersi rifiutato di sparare (è il caso di Franz Willi,
riferito
dalla testimonianza d'una donna).
A Castelmartini, verso le sette, la baronessa
Giulia Poggi-Banchieri viene svegliata dal marito. Le dice: -Bisogna
andare alle case coloniche. Pattuglie tedesche inseguono i contadini
dicendo che sono partigiani-. La donna si veste in fretta e furia ed
esce. -Vidi un nostro contadino seduto su un muricciolo, circondato da
una pattuglia di soldati tedeschi armati e altri, eccitatissimi, che si
davano da fare ed entravano nelle abitazioni coloniche lì
dappresso. I familiari piangevano e si raccomandavano. Sentii i soldati
comunicarsi fra loro che già trecento partigiani erano stati
presi. Chiesi loro che sorte sarebbe toccata a tutti quelli che si
trovavano in padule, sfollati per i pericoli che la guerra portava loro
nelle abitazioni lungo la strada battuta dall'artiglieria. Uno mi
assicurò che a tutti sarebbero state esaminate le carte;
quindi
niente da temere. Intanto sentii nella casa prossima al padule raffiche
di mitragliatrice. Queste raffiche, seppi poi, erano quelle che
uccidevano donne e bambini che abitavano nella casa del mezzadro
Silvestri-.
Alla casa Silvestri, ricorda Giuseppe Fagni: -Ero in un pagliaio,
insieme ad altri, ad una cinquantina di metri dall'abitazione. E'
giorno. Forse sono le sette. Già da un po' si sente sparare
di
là dal canale (dal rio Cecina, confine tra i comuni di
Larciano
e Monsummano),verso casa Simoni. E si sentono anche urli.
Più si
sente sparare meno si sente urlare. Non c'è tempo
d'avvertire
qualcuno, d'uscire dal pagliaio. I tedeschi -una decina, forse di
più- sono nell'aia. Una voce dice in italiano pulito -lo
rammento bene- che tutti devono uscire di casa. Dentro ci sono molte
persone. Ci sono molti bambini. Qualcuno esce. Qualcuno è
già fuori, come Annunziata Lepori, moglie di Guido Mazzei,
la
quale sta dando da mangiare ad Antonio, il figlioletto di due anni.
Qualcuno non esce. Cominciano a sparare. Sono tre che sparano. Gli
altri stanno indietro o ai lati. Sparano ad Annunziata e al bambino. La
donna cade ferita a morte. Il bambino è ferito ad una gamba.
Non
ricordo chi è dentro e chi è fuori. I tre tedeschi
entrano. Sparano alle donne in cucina. Sparano a tutti, e sono, ripeto,
soltanto tre. Sparano, nel tornare giù, a Gino Romani e a
mio
suocero. Il Romani è colpito a morte, mio suocero
è
soltanto ferito e sviene. Ma oltre ai due colpiscono per sbaglio uno di
loro, un tedesco. L'ammazzano. Non sparano a chi ha avuto la prontezza,
sull'aia, d'infilarsi fra i tedeschi che stanno fermi ai lati della
porta d'ingresso. Sono tedeschi che si conoscono. Qualcuno di loro
è venuto tante volte in casa a chiedere vino, pane, uova.
Mio
suocero, per tenerli buoni, non glieli ha mai negati. Hanno anche
ammazzato con un calcio di fucile Antonio Mazzei. Devo sapere quello
che è successo in casa: chi è vivo, chi
è morto.
Allora mi decido ad uscire dal pagliaio. Lo spettacolo è da
far
svenire. Ada Silvestri è ferita, ma non c'è
più
nulla da fare per lei. Difatti muore poco dopo. La mia fidanzata
è morta. Sono morti anche Giuliana Cappelli, una ragazza di
sedici anni, il padre Angiolo, un paralitico, Armida Silvestri e
Gelsomina Silvestri. Accanto a Gelsomina ci sono, morti, i suoi
figlioli: Giuseppe, nove anni e Rossella, un anno e mezzo. Parlo con le
mie sorelle. Mio suocero è ferito e perde sangue. Non si sa
che
fare.
Sparano da casa Romani con la mitragliatrice, quella da venti
millimetri. Ci si ripara
come si può. Poi i tedeschi tornano. Non si può
scappare-.
Oreste Silvestri ricorda: -Arrivato alla svolta delle scale, udii
alcuni spari dietro di me e sentii una cocente pena al fianco destro e
al mio braccio destro. Vidi Gino Romani correre su e giù di
fronte alla porta e cadere per terra; e quindi tutto si
oscurò.
La prima cosa che ricordo, dopo, è che giacevo nella stalla
contigua alla casa e potei di nuovo udire spari e grida di pena vicino
a noi-. Si sparge il sangue delle ferite sui vestiti, sul viso, per far
credere d'essere morto. -Pochi minuti più tardi, un certo
numero
di soldati entrarono. Uno mi mosse con le mani ed un altro mi
voltò con un forcone che si trovava in un angolo. Io udii
uno
dire in italiano: Sparate ancora contro di lui. Ed ancora qualche
parola di tedesco, di cui capii kaput. Non spararono su di me, tanto
sembravano sicuri che io fossi morto. Andati via i soldati, uscii dalla
stalla. Ed ecco lo spettacolo atroce a cui assistetti. Annunziata
Mazzei sembrava morta, ricoperta di sangue. Nelle braccia aveva il suo
bambino che gridava: Mamma. Io vidi due soldati dirigersi verso di lei.
Udii dire: No kaput. Uno alzò il suo fucile e
picchiò col
calcio sulla testa del bambino che cessò di gridare-. Bruna
Pratolini ricorda che:-l'Annunziata sembrava già morta e non
si
muoveva. I soldati continuarono a far fuoco verso lo stabile e udii gli
altri gridare mentre erano colpiti. Quindi cessarono il fuoco e, dopo
aver girato intorno alla casa, lasciarono il cortile andando verso il
padule-.
Bruno Fagni, di tredici anni, fratello di Giuseppe, vede che cosa
succede a Meo della Stella e a Codo del Mori: -Sono dall'altra parte
del canale. Li hanno fermati alcuni tedeschi. I due fanno il gesto di
mettersi le mani in tasca, parlano. I tedeschi li stendono con una
raffica. Chissà, forse volevano far vedere i documenti di
libera
circolazione-.
Brunetta Silvestri, la più giovane delle sorelle Silvestri,
si
trova al casotto delle pompe insieme ad altre persone. Uomini, donne e
bambini vengono fatti uscire e messi al muro. Stanno per partire le
raffiche di mitra, quando arriva un portaordini. L'esecuzione
è
sospesa. Alcuni vengono lasciati subito in libertà, altri
avviati alla Fattoria Banchieri.
Purtroppo l'ordine non arriva in tempo per salvare sei uomini che sono
stati presi, dove oggi c’è la casa di caccia
Melani. Sono
i fratelli Natali: Natale e Italo (sfollati dal Cintolese con figlioli,
nuore e nipoti che vengono ammazzati nei paraggi del casotto
dell'Isola: in tutto cinque persone, fra cui due bambini di due e
quattro anni); Dante Barni (anch'egli di Cintolese e sfollato dalla
sorella Iole, moglie di Pietro Brinati, guardia giurata dei Banchieri:
ambedue morti a non più di cento metri dal casotto
dell'Isola,
con la figlia Giovanna); Anchise Tosi, Salvatore Ferrero (di Monreale)
e Francesco Marongiu (di Macomer): quest'ultimi due soldati sbandati
che la baronessa Poggi-Banchieri ha accolto in casa e curato come
figlioli. Sempre nei paraggi del casotto dell'Isola, esattamente in un
viottolo fra l'erba alta che unisce il casotto con il bosco di Chiusi,
muoiono Carlo Brinati, la moglie Celia Cioli, il figliolo Giovanni,
Nello Pierattini, Borghese Dani. Italia Parlanti viene trovata ferita
al casotto Biagiotti. Dopo le prime cure del dottor Cosci muore nella
nottata all'ospedale di Pescia.
Don Pardi, mentre i nazisti sparano e ammazzano, sta dicendo messa. Non
si rende conto di quello che avviene neppure quando -dopo le nove uscii
di sacrestia con l'intenzione d'andare alla Fornace, giù nel
bosco, a trovare la famiglia Borgiani. Strada facendo recitavo le
orazioni non badando né a destra né a sinistra.
Avevo
sentito sparare diversi colpi, ma era cosa ordinaria, perchè
i
tedeschi tutti i giorni tiravano ai polli e alle anatre. Giunto a mezza
strada delle Morette, giù verso il Diolaiuti, vidi venire in
su
un'automobile tedesca, dalla quale mi si fa segno di fermarmi. Un
tedesco mi chiede: Dove andare? Sono il parroco, rispondo, e vado
laggiù, da una famiglia, per ragioni di ministero. Non
essere
mica stupido? Fa il
soldato tedesco. Fai vedere le carte. Poi chiede: Abitazione?
Là, rispondo, accennando verso la chiesa e il Biagiotti dove
abitavo. Andare a casa e non circolare, dice il tedesco. Torno indietro
e non mi sparano contro. Se avessi guardato qua e là, avrei
visto il povero Giuseppe Bettaccini e a sinistra il povero Fortunato
Brittoli, lungo la strada da me percorsa prima dell'incontro coi
tedeschi. Li vidi, poi, la sera, quando per ordine del comando tedesco
potei andare a prenderli per accompagnarli al cimitero-.
Alla casa Borgiani, quando Don Pardi torna indietro, si consuma una
vendetta. La pattuglia, che si presenta, ha, per indicazione d'un
maresciallo, un obiettivo preciso: prendere Guido Borgiani. Ecco il
fratello. Lo rimandano in casa a chiamare Guido. -Deve consegnare un
maiale-, dice il maresciallo. Guido si fa sull'uscio e non ci mette
molto a riconoscere il maresciallo. Non dice nulla. Non provvede a
prendere il maiale. Sa bene che non serve. Avanza di qualche passo,
abbozza un saluto, si volta verso la casa e alle persone che seguono la
scena dalle finestre fa segno di stare calme. Il maresciallo lo guarda
duro e gli ordina d'andare avanti, verso il bosco. Guido Borgiani
imbocca un viottolo e cammina piano. Il maresciallo vuole s'inoltri il
più possibile. Fanno cento metri. Poi la gente di casa sente
rimbombare tre colpi di pistola. La pattuglia non tarda a ripassare
davanti alla casa e ad allontanarsi per dove è venuta. I
familiari corrono nel bosco. Guido è morto. Gli è
stato
sparato alla testa da distanza ravvicinata. Il maresciallo
s'é
vendicato. Mesi prima, Guido Borgiani l'aveva sorpreso a rubargli un
maiale. Avevano litigato. Il maresciallo non aveva voluto restituire la
bestia. Al contadino non era rimasto che andare al comando a raccontare
l'accaduto.
-Il giorno dopo l'eccidio -dice la baronessa Poggi-Banchieri- quando
ancora il castello era gremito dei superstiti delle povere famiglie ed
i cadaveri non erano ancora sepolti, il comando organizzò
una
grande festa e la banda militare suonò girando intorno al
castello fino a tarda ora-“.

Bibliografia
P.Egidio Magrini, L’eccidio di Capannone e Pratogrande nel
Padule
di Fucecchio, 1944.
Riccardo Cardellichio, L’estate del ’44, a cura del
“Comitato per le celebrazioni del 40°
anniversario”
(ristampa ‘84).
Vasco Ferretti, Vernichten, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1988.
AA.VV. 1943 - 1945 La liberazione in Toscana, Giampiero Panini Editore,
1994 e 1995.
Andrea Dami, Giardino della memoria, Morgana Edizioni, Firenze, 2001,
con disegni e foto di Dami e un testo testimonianza sia sullo spazio
d'arte, sia sulla tragica vicenda. C'è anche una postfazione
del
Sindaco Roberta Beneforti e del Consigliere con delega alla Cultura
Debora Di Monte.
E' stato presentato il 7 settembre 2001, in occasione delle
manifestazioni "Le ragioni della memoria - 8 settembre 1944 la
liberazione di Pistoia", dal Sindaco L. Scarpetti, dal Presidente del
Consiglio comunale G. Grattacaso e dal Sindaco R. Beneforti al Palazzo
del Tau - Museo Marino Marini di Pistoia e in occasione della "Festa
della Regione Toscana", tenuta in Consiglio comunale straordinario, nel
Comune di Larciano (PT).
Il Giardino della memoria si può leggere, in versione
ridotta,
sul sito www.incroci.net a cura di Fabio Cappellini, Alberto Pistoresi
e Andrea Dami.

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