Giardino della Memoria
         Castelmartini di Larciano (Pistoia)
       
 Dal 1996




Ingresso 

Il GIARDINO DELLA MEMORIA è uno "spazio d'arte" che nasce a Castelmartini, nel comune di Larciano, il 23 agosto del 1996, in ricordo della strage del Padule di Fucecchio; è composto da due lavori Paysage e Mio fratello è qui.
Alle ore 8,30 fu celebrata la Messa di commemorazione per i caduti della strage, officiata dal Parroco di Castelmartini.
Alle ore 11,30 il saluto e l’introduzione del Sindaco di Larciano Andrea Stefano Lollini, poi la relazione storica del professore Ivan Tognarini e quella artistica dell'architetto Roberto Agnoletti; la “resa degli onori militari” ai caduti del 23 agosto 1944 e la deposizione della corona d'alloro sotto la targa appesa sull’antico muro del vecchio cimitero di Castelmartini, su cui si legge: “In ricordo della strage del Padule di Fucecchio, perché il Padule nel 1944 fu rifugio, nascondiglio, insomma riparo per le persone del luogo e per gli sfollati dalle vicine città, logorati dalla guerra. La vita, tra i pesanti disagi e le forti paure, non è mai cessata in Padule, ma quel 23 agosto 1944 per un piano strategico mostruoso quella zona si macchiò del sangue di 175 persone, il cui unico torto fu quello di essersi rifugiate in alcune case coloniche, in capanne, lontano dalla via Francesca, battuta dalle incursioni aeree, da rappresaglie e razzie. Quel giorno, il 23, fu ordinato dai comandanti germanici Strauch, Krasemann, comandante della 26° Panzerdivision e responsabilmente dal federmaresciallo nazista Kesserling l'annientamento e così lo sterminio fu puntualmente eseguito in quella zona, preventivamente delimitata, ai margini della palude vera e propria.
Lo sgomento, il terrore tra la popolazione divamparono come il fuoco sulla paglia secca. L'assurdità e la mostruosità dell'avvenimento rendevano ancor più inspiegabile il "fatto", il perchè. La lucida logica militare tedesca aveva anche qui fatto centro. Un crimine premeditato per generare sospetto, diffidenza, paura, odio tra quella popolazione attraverso la frantumazione degli affetti più intimi e cari; quelle vittime erano colpevoli soltanto di essere in un luogo scelto per un'operazione che di militare aveva ben poco, il cui scopo era quello di far "terra bruciata" tra i nazi-fascisti, i temuti partigiani e gli alleati, il cui fronte era ormai sulle sponde dell'Arno
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Con il GIARDINO DELLA MEMORIA vogliamo ricordare:
Giuseppe Bettaccini, Fortunato Brittoli, Guido Borgiani, Pietro Brinati, Iole Barni nei Brinati, Giovanna Brinati, Annunziata Lepori nei Mazzei, Antonio Mazzei, Nello Pierattini, Gino Romani, Angiolo Cappelli, Giuliana Cappelli, Borghese Dani, Italia Parlanti, Armida Silvestri, Anita Silvestri di Oreste, Ada Silvestri di Oreste, Gelsomina Pellegrini nei Silvestri (Gino), Giuseppe Silvestri di Gino, Rossella Silvestri di Gino, Natale Andreini; Carlo Brinati, Celia Cioli nei Brinati, Giovanni Brinati; Francesco Marongiu, Salvatore Ferrero; Natale Natali (marito di Anita Brinati), Italo Natali (marito di Dina Arinci), Dina Arinci nei Natali, Remo Sveno Natali, Tamara Natali (figlia di Sveno), Irma Lazzeretti nei Natali (Dino), Roberto Lucian Natali (di Irma), Dante Barni (marito di Nella Lucchesi), Anchise Tosi, Michele Romiti (marito di Giulia Giacomelli), caduti nel comune di Larciano quel 23 agosto 1944, che non si potranno mai separare dalle altre vittime dell'eccidio, perchè la sorte ha voluto unirli per sempre, per cui vogliamo onorarli tutti e 175 indistintamente in questo giardino, spazio d'arte, spazio d'uso pubblico, insomma luogo materiale del dialogo tra gli uomini, tra gli uomini e la Terra, tra gli uomini e loro stessi...”
 
Il Comitato d’onore era così composto:
On. Beniamino Andreatta Ministro della difesa, Sen. Francesco Bosi, Sen. Anna Maria Bucciarelli, Sen. Stefano Passigli, On. Famiano Crucianelli, On Renzo Innocenti, On. Mauro Cannoni, Vannino Chiti, Presidente della Regione Toscana, Marialina Marcucci Vice Presidente della Regione Toscana, Paolo Giannarelli Assessore al Turismo della Regione Toscana, Simonetta Pecini Presidente della 5° Commissione Consiliare della Regione Toscana, Francesco Nicosia Soprintendente ai Beni Archeologici, Aldo Morelli Presidente della Provincia di Pistoia, Nicola Risaliti Assessore Cultura e Turismo della Provincia di Pistoia, Federico Gorbi Presidente della Commissione Cultura della Provincia di Pistoia, Riccardo Rastrelli Sindaco del Comune di Abetone, Lorenzo Banti Sindaco di Campiglia Marittima, Graziano Turini Sindaco di Castelfranco di Sotto, Graziano Nesti, Sindaco del Comune di Cutigliano, Vittorio Bugli Sindaco del Comune di Empoli, Mario Primicerio Sindaco del Comune di Firenze, Luca Sani Sindaco del Comune di Massa Marittima, Riccardo Cardelli Sindaco di Pieve a Nievole, Luciano Guerrieri Sindaco di Piombino, Lido Scarpetti Sindaco di Pistoia, Alessandro Baldecchi, Sindaco del Comune di Uzzano, Andrea Fusari Assessore Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di Pistoia, Mons. Giovanni De Vivo, Vescovo di Pescia, Francesco Giovannucci Prefetto di Pistoia, Walter Fazio Questore di Pistoia, Ivano Paci Direttore Ente Caripit, Giovanni La Loggia Presidente dell'Istituto Storico della Resistenza, Alberto Cipriani Presidente della Camera di Commercio Industria e Artigianato di Pistoia.
Il GIARDINO DELLA MEMORIA si raggiunge percorrendo l'Autostrada A11 (Firenze-Pisa) uscendo a Montecatini Terme, seguendo le indicazioni Monsummano Terme, Larciano, Fucecchio. Fuori da Monsummano Terme percorrendo la S.S. 436 Via Francesca dopo Cintolese si arriva a Castelmartini. Prima che la strada cominci a salire verso la frazione di Castelmartini, a sinistra c'è il GIARDINO. Si può parcheggiare girando (a sinistra) all'incrocio, nella strada che porta a Cecina. 

“Paysage”, particolare 


“Paysage” 

Particolare 

PAYSAGE
di Andrea Dami, opera verticale in ferro dipinto composta da centosettantacinque segni-plastici, ricordo collettivo dell'eccidio del Padule di Fucecchio e ricucitura del muro di questo ex cimitero, recuperato perchè non si perdesse sia la sua primaria identità, sia la sua importante posizione all'incrocio di quell'antica via Francigena che portava i pellegrini dal Porto delle Morette su a Cecina e viceversa. Un paesaggio nel paesaggio geografico, un bassorilievo in ferro dipinto che evoca nella forma triangolare l'invaso palustre, con 36 "formelle" dedicate ai caduti nel comune di Larciano (21 di Castelmartini, 5 non residenti e 10 di Cintolese, tutti morti a Castelmartini), inscindibili dalle 77 di Cintolese, 24 di Stabbia, 6 di Massarella, 1 di Querce e 31 di Ponte Buggianese (fonte R. Cardellicchio -'84).
175 formelle rettangolari come sudari (175 è un numero non assoluto perché certamente altri morirono nei giorni successivi a quello della strage a causa delle ferite subite), leggermente oblique (simbolo della casualità) rispetto alle linee verticali del fondo. 175 come punto di riferimento. Un contrassegno -come ci dice l'autore- che ha all'interno tutto il dolore, tutto il dramma di quelle persone barbaramente trucidate quel 23 agosto, che creano una superficie triangolare, come è triangolare la zona umida del Padule, un'allusione alle vicine canne palustri.
«In un giorno in cui l'aria umida e pungente, il cielo grigio, l'erba bagnata, quell'impalpabile senso di malinconia che aleggia in certe giornate novembrine suggerivano il senso della diversità -ha detto Anna Brancolini quando è tornata al GIARDINO DELLA MEMORIA- le 175 formelle si sono offerte alla vista con il loro consueto, vivo rigore: vivo perché le linee verticali della struttura, il dolce, allusivo profilo metallico delle colline circostanti, i giochi di forma e luce delle tessere simili, eppur tanto diverse, di questo suggestivo e doloroso "mosaico" lasciano intravedere un sommesso, ma profondo dialogo con l'ambiente circostante. Un dialogo capace di ricrearsi volta per volta perché vario e diverso è il gioco delle luci e delle ombre, perché mutevole è il sussurro dell'aria, il percorso dei suoni o delle voci tra le strutture metalliche che sembrano vibrare di una loro composta ma forte volontà comunicativa».
L’opera Paysage non si può separare dal GIARDINO DELLA MEMORIA, che è anche "spazio d'arte" (forse giardino, forse scultura), come lo ha definito Roberto Agnoletti, un'ubicazione marginale, ma significativa storicamente e paesaggisticamente, perché all'incrocio di antiche viabilità. L'idea di "giardino" come luogo naturale modificato con finalità estetiche dall'intervento umano sottintende un'intrinseca duplicità: natura e cultura, o lavoro e diletto, mettendo in luce la possibilità di ricucire un sintetico percorso storico finalizzato a ridefinire un'idea di giardino contemporaneo. L'opera d'arte è sì la fisicizzazione di un percorso concettuale, ma deve essere anche il "tra", l'interfaccia come si direbbe oggi, insomma fare da tramite fra il mondo culturale e quello sociale e politico, un punto di passaggio "tra" i problemi dell'uomo verso il XXI secolo; questo è anche il modo di lavorare di Dami. 

Particolare 

Retro di “Paysage” 

Mio fratello è qui
è il titolo dell’altra opera, una grande cartolina calpestabile che porta in sé una serie di temi grafico-culturali emersi da ottantadue lavori di "Mail-Art". «Quando con Andrea Dami -dice Fagioli- iniziammo a sviluppare il progetto di recupero del vecchio cimitero di Castelmartini, confrontandoci sulle idee reciproche, prese sempre più corpo in noi l'idea di utilizzare in qualche modo i lavori postali di "Mio fratello è morto qui" (titolo del progetto di Mail Art del 1994), per cui quella superficie rettangolare, un po' irregolare, avrebbe potuto contenere una serie di simboli, come in una grande cartolina depositata sul terreno; perciò la pavimentazione della futura PIAZZA DELLA MEMORIA avrebbe dovuto essere proprio una "grande cartolina calpestabile" che portasse in sé i segni emersi dalle ben ottantadue cartoline-lettere di Mail Art pervenute da molti Paesi dell'Europa, dell'America e dell'Asia in occasione di "Naufragio", ed esposte all'Uggia, all'aperto, lungo il viale di pioppi-cipressini (che oggi non esistono più), il 23 agosto del 1994.

 


                                                                    disegni di Andrea Dami

Il mio progetto poteva sembrare non facile (perchè nell'invito era specificato che si trattava di lavorare soltanto sul tema della strage nazista accaduta il 23 agosto del 1944), invece tutti i partecipanti sono entrati nello spirito dell'evento e, per la "Piazza della Memoria", diventata "Giardino", il mio lavoro è stato quello di sintetizzare, dalle ottantadue opere, una serie di temi grafico-culturali comuni. Ho così estrapolato nove simboli essenziali ed universali, che ben rappresentano i concetti e i temi espressi in "Naufragio" all'Uggia e comuni all'evento di Castelmartini, per cui il titolo non poteva che essere: Mio fratello e' qui; da realizzare in cemento, rivestiti a mosaico ed emergenti dal terreno, proprio come se fossero nati dalla terra, dall'acqua del padule, dal sangue dei 36 martiri di Castelmartini, non separabili dai 175 che morirono quel 23 agosto del 1944».
I nove pittogrammi di "Mio fratello e' qui", titolo del progetto per legare più intimamente quei semplici, scarni segni alle vittime dell'eccidio, sono: MONDO, l'universalità del messaggio; UOMO/DONNA, l'archetipo umano, quello dei bambini; nella testa il simbolo della pace e della non violenza; OCCHIO, simbolo della visione diretta dell'eccidio del 23 agosto del '44 e della volontà di non dimenticare; TAVOLO DELLA PACE, elemento di riflessione costante attraverso la parola "pace"; SOLE/LUNA, la dualità della vita e di tutti i principi esistenziali, filosofici, religiosi..., CROCE, il sacrificio dei 175 morti nell'eccidio del Padule di Fucecchio, SANGUE, sangue degli uomini, donne, bambini uccisi quel 23 agosto del '44, che ha macchiato anche la terra di Castelmartini; NO!, una sola parola contro la violenza, la sopraffazione, la guerra; COLOMBA, segno di pace per eccellenza; qui assume anche il ruolo di elemento di riflessione, di meditazione: rapido segno Zen. Nove "pittogrammi-sedili-tavoli-pedane" a mosaico eseguiti da Daniele De Paola, Antonietta Maraia, Enzo Maddaloni, Alice Matteoli, Sara Pagnini, Martina Pieraccioli e Alfio Niccolai, ex muratore di Larciano, sui quali ci possiamo sedere, camminare, per appropriarci delle loro forme, dei loro colori, delle loro rugosità, così che lo "spazio d'arte" di Castelmartini sia meno scultura e sempre più spazio d'uso, GIARDINO DELLA MEMORIA, insomma il luogo materiale del dialogo tra gli uomini, tra gli uomini e la Terra, tra gli uomini e loro stessi...
Si ringraziano l’Ufficio Tecnico del Comune di Larciano, la Keramos di Castelmartini, la Ditta Disperati e Mancini di Cintolese e Marmi Meozzi di Lamporecchio che hanno fornito il materiale necessario alla realizzazione dei manufatti.

“Croce”, particolare 

“Croce”

“Mondo”, particolare 

“Tavolo della pace” 

“Tavolo della pace”, particolare 

“Colomba” 

“Colomba”, particolare 

“Colomba” 

“Sole/Luna” 

“Sangue” 

“Uomo/Donna” 

“Uomo/Donna” 

“Uomo/Donna”, particolare 

“Uomo/Donna” 

“No!”

“Occhio” 

“Occhio” 

“Occhio”, particolare

La storia

Il GIARDINO DELLA MEMORIA era il cimitero di Castelmartini. Dall'interno di questo spazio a verde pubblico, o spazio d'arte, guardando l'ingresso, oltre la statale si vede il campanile della chiesa e gli alberi della fattoria di Castelmartini; in quella direzione c'è la zona umida, un'oasi naturalistica poco conosciuta, ma di notevole interesse ecologico. Passando di lato alla chiesa di San Donnino e poi attraverso la strada bianca, si giunge al "Porto delle Morette". A piedi, oltre il ponte sul Canale Maestro, potremo inoltrarci nel Padule di Fucecchio e vedere l'elegante garzetta o l'airone cinerino o....
Castelmartini (oggi una frazione del comune di Larciano), il cui nome sembra derivi da castrum Martini, era già noto dal 1200 per l'ospedale di San Donnino de Cerbaia, all'incrocio di una strada che collegava l'Arno, scavalcando il Montalbano, con Pistoia, seguendo un'antica via etrusca (Castelmartini-Cecina-Pistoia-Marzabotto-Bologna), percorsa da merci e da pellegrini (i romei) che si dirigevano in Galizia. Ancora oggi è dedicata a San Donnino l'attuale chiesa, costruita agli inizi dell'800, in sostituzione di quella cappella dipendente dall'importante pieve di San Lorenzo a Vaiano, la cui centralità nel territorio amministrativo derivò da quello romano, come testimoniano i resti archeologici della "villa di campagna" (forse di epoca imperiale), trovati proprio nei pressi di quei modesti resti dell'antica pieve a Vaiano, caduta in disuso all'inizio del Rinascimento.

L'ex cimitero di Castelmartini è una porzione di territorio, delimitato da un vecchio muro, tra le colline del Montalbano e il Padule di Fucecchio, sull'attuale via Francesca (n° 436). E' in quel rettangolo di terra (m. 34x22 circa) che nasce l'idea di recuperare la "memoria storica" del luogo, grazie anche alla volontà dell'Amministrazione Comunale di Larciano, trasformandolo, con un'opera artistica, in un luogo pubblico, dedicato alle vittime della strage del Padule di Fucecchio e non soltanto a quelle del comune di Larciano. Oggi tre alti cipressi ne testimoniano la sacralità; come menhir sono rimasti a vegliare sui ricordi di quel piccolo spazio.
Lì ti senti bene, il rapporto con il tempo, al quale appartieni, sembra diverso; sei disposto a lasciarti andare, ad ascoltare quello che c’è dentro di te... può succedere che all'improvviso un odore di cera aleggi tutt'intorno... mentre la porta guarda il sole che scende, sempre più rosso, tra gli alberi della villa Poggi-Banchieri; dietro la zona palustre... i monti pisani... il mare.... La porta è l'unico contatto con l'esterno, con il mondo, con quel mondo da cui provengo. Nell'orizzontalità del luogo, nell'orizzontalità dei monti, lo sguardo scivola lungo quel basso muro, nel quale affiorano tenui impronte lasciate dalle vecchie lapidi di marmo, o forse è attratto dalle poche rimaste, le cui scritte sono state sbiadite dal tempo, in un susseguirsi di altre immagini, quelle della propria vita, frammenti casuali, dissolvenze di inaspettati ricordi. All'interno del vecchio cimitero ci si sente al riparo dalle "follie" dell'uomo, di quell'uomo che proprio laggiù, oltre la porta d'ingresso, il 23 agosto del 1944, tra la fattoria Poggi-Banchieri e la gronda del Padule, provocò la morte di ben 175 persone inermi, uccise durante quell'operazione di "annientamento", secondo i piani del comando tedesco.

Il ricordo di Andrea Dami

Dall'alto, volando come un uccello, il Padule di Fucecchio appare come un grande triangolo irregolare pronto ad accogliere nel suo grembo l'acqua dei torrenti che, come radici, vanno a succhiare fino lassù sulle generose colline circostanti.
D'estate, il vasto ventre si asciuga, mentre l'acqua della Nievole continua pigramente a scorrere nel Canale Maestro. Anche quell'estate del '44 quella terra secca fu spaccata dai forti raggi del sole, ma rimase macchiata dal sangue di tante vittime innocenti, barbaramente uccise durante il rastrellamento nazista del 23 agosto. Odio, vendetta, violenza, paura o che cosa? La gente continuava ancora a chiederselo.
Mi ricordo che nella caligine di un agosto il canto della cicala tagliava l'aria e l'ombra dell'acacia, davanti alla bottega del fabbro Egiziano, mio zio, si allungava stancamente tra la polvere della strada Larcianese e i ciuffetti d'erba rinseccoliti, mentre nonna Cesira mi raccontava di quella interminabile giornata del '44. I suoi occhi avevono visto il terrore segnato sui volti di chi, laggiù nella terra dei Poggi-Banchieri, quel 23 agosto aveva perduto tragicamente parenti ed amici.
Anch'io mi sono inoltrato più di una volta nel Padule dal Porto delle Morette, alla ricerca di un appiglio razionale a cui legare quei drammatici racconti. La strage era avvenuta tutt'intorno.
Le canne, i ciuffi di sarello, un nannufero giallo tra i neri barchini nascosti all'ombra in un fosso, mentre i riflessi del sole galleggiano, giocando a nascondino tra le alte nubi biancastre, nell'acqua che lentamente continua a scorrere nel grande canale. La quiete del luogo è avvincente, è bello perdersi tra le erbe palustri come mi succedeva allora, quando, cavalcando l'enorme bicicletta dello zio Egiziano, lo percorrevo d'un fiato, fendendo quell'atmosfera incantata tra una lacrima di vento e un filo di polvere sollevato dalle grosse ruote raggiate.
Dopo anni con Amato, duramente colpito dalla tragedia del 23 agosto, continuo ad interrogarmi sulle capacità distruttive dell'uomo sull'uomo e se esiste un limite, mentre Amato mi guida lungo quei viottoli a lui familiari da generazioni, in quelle case, in particolare quella del Simoni, dove anche lui silenziosamente cerca una risposta, un perchè che possa acquietare il ricordo ossessivo, mitigare le forti immagini che si replicano su loro stesse giorno dopo giorno, generate dalla violenza di quel rastrellamento, concepito da uomini, la cui "follia", autorizzata dagli ordini e sollecitata dalla complicità dei loro codici, ha superato ogni possibile umana immaginazione.
Rastrellamenti, da quel lontano 1944, campi di concentramento, torture, stermini hanno continuato ad essere mostruosamente concepiti e consapevolmente messi in pratica, in Europa e nel mondo, da uomini ligi ai loro regolamenti disumani, pronti a inventare regole ancor più crudeli per uccidere uomini, donne e bambini, e pure così simili a noi, con occhi brillanti, belle mani, simpatici nella conversazione, anche eleganti, dall'educazione impeccabile a tavola... come faremo a riconoscerli dietro quell'apparente normalità? Quali certezze, quali verità fanno scattare quel meccanismo che fa uscire il mostro che è in loro? O invece è solo il sadico piacere della violenza sugli inermi?
Qui rimangono i nomi neri incisi nei cippi, nelle lapidi di marmo sulle case coloniche della fattoria e nei cuori dei loro familiari.
21 le vittime di Castelmartini da ricordare ma che non si potranno mai separare dalle altre, perchè la sorte ha voluto unirle per sempre, quindi, per ricordare insieme i 113 martiri di Castelmartini-Cintolese, il cui confine è segnato dal piccolo rio Cecina, dobbiamo necessariamente onorarli tutti e 175 indistintamente.
Nella porzione di quel muro dell'ex cimitero di Castelmartini, che delimita lo spazio interno da quello esterno e che segue per un attimo la strada che porta all'antica Cecina, c'era un taglio, un vuoto avvenuto casualmente, come casualmente era avvennuta la morte di quelle 113 persone, tra la capanna Borghesi e il Podere della Bassa, il Porto dell'Uggia e Casa Simoni, la Casa dei Pescatori e il Casotto dell'Isola, il Porto delle Morette e il Bosco di Chiusi (località a cavallo tra le frazioni di Castelmartini e Cintolese). Quindi era nello "strappo" di quel muro, in quella superficie che si doveva ricucire creativamente quel triste ricordo collettivo, dando vita così ad un nuovo evento, un "paesaggio", un paesaggio artistico che entrasse a sua volta a far parte di quella porzione di territorio che è appunto il vecchio cimitero di Castelmartini, recuperato anche storicamente, perchè non si perdesse la sua primaria identità, quell'importante funzione che aveva avuto nel tessuto urbano di Castelmartini-Larciano, mantenendo così inalterate le modeste linee architettoniche che lo avevano da sempre caratterizzato. Quindi è in quella fenditura che nasce il mio lavoro visuale, che restituisce anche la perduta continuità al vecchio muro: un paesaggio artistico nel paesaggio geografico.

L'idea di Paysage si è sviluppata all'interno di questo luogo silenzioso, poi un giorno, come un colpo di flash, è apparso, tra le ombre delle lapidi che non ci sono, il ricordo dell'opera Centosettantacinque realizzata alla Casa dell'Uggia, ad un chilometro o poco più da questo suggestivo luogo, realizzata per la manifestazione "Naufragio", fortemente voluta da un piccolo gruppo di amici artisti, in occasione del 50° anniversario dell'Eccidio del Padule di Fucecchio. E voglio ricordare "Naufragio" perchè, oltre ad essere un piacevole ricordo, è nato da un insieme di lavori visuali, poetici, narrativi, ma soprattutto dall'impegno morale e civile degli autori, affinchè a distanza di mezzo secolo non si perdesse la "memoria storica" del tragico evento che ha drammaticamente colpito queste zone adiacenti al cratere palustre, in maniera non retorica, "nel rispetto di tutti i caduti" senza dimenticare, però, le ragioni degli oppressi e degli oppressori, quelle del fascismo e quelle della democrazia, come tenne a sottolineare in quell'occasione Giuliano Calvetti (allora Assessore alla Cultura del Comune di Monsummano Terme); non dimenticando neppure, come recitano alcuni versi poetici di Enzo Filosa:

"...chi al riparo d'una pietà impaurita
non ha premuto il grilletto

chi in una pausa inerme della storia
s'è sentito la vittima
ha guardato
i campi pigri di sole il grano alto
l'aria di vampa e tutta la normale
indifferenza del mondo
e ha trattenuto la gola pronta al pianto.

Lo sguardo chiuso e aspro s'è accorto
del volo dimesso delle rondini
là fuori dove l'aria bassa d'estate
ha smesso ogni lamento e il giorno è smorto
in tanta luce e polvere..."

Là nel campo, tra il granoturco da una parte e il viale di pioppi-cipressini dall'altra, c'era la mia opera, composta da 175 fogli di carta bianca stesi, come canditi lenzuoli, sulla nuda terra, leggermente obliqui ai solchi tracciati dall'aratro. 175 non è certamente il numero esatto delle vittime accertate in quella lontana mattina d'agosto, ma comunque ci permetteva di valutare la mostruosità dell'evento.
Il segno da me cercato era nel ricordo di quelle tracce all'Uggia che, a distanza di molti mesi dall'evento artistico, iniziato il 23 agosto 1994, erano ancora impresse nel terreno, come nei cuori delle numerose persone andate alla Casa dell'Uggia per dare la loro testimonianza, per partecipare a "Naufragio".
L'opera Centosettantacinque doveva continuare in quello strappo del vecchio muro dell'ex cimitero di Castelmartini e evocare con una forma triangolare anche l'invaso palustre contenente i 175 segni-plastici, o "formelle", o "foglie". 175 "martiri" da onorare. Un monito.

Paysage è una materializzazione di ferro -come mi piace definire- fatta di frammenti materici che formano una texture, la cui leggera inclinazione vuol simboleggiare, come già detto, l'opposizione alla certezza, alla verità assoluta che tanti danni ha fatto e può continuare a fare.
Paysage non è altro che un bassorilievo e oggi, nel mondo dell'elettronica, della video-comunicazione, della realtà virtuale, l'uso di un linguaggio plastico non vuol essere un fatto né retrò, né polemico nei confronti della scienza, delle possibili "vie informatiche", ma è sicuramente un "gesto" contro un'incombente omologazione.
Paysage vorrebbe farti uscire allo scoperto, dall'indifferenza quotidiana, per farsi toccare, insomma costringerti a guardarti intorno e dentro di te.
Paysage vuol essere una lente d'ingrandimento (spero) per leggere il mondo, perchè l'arte non è la verità, ma è invito alla riflessione, al dialogo, a comprendere meglio se stessi e gli altri. L'artista, per la sua natura creativa, non può che essere contro chi vuol occultare intendimenti, camuffare comportamenti che tendono al "potere", non solo a livello nazionale, ma anche nelle città, nei paesi, anche qui vicino a noi.
Paysage è un lavoro contro il "potere" di ieri che ha creato eccidi, campi di concentramento, repressioni, violenze ideologiche che continuano ancora oggi in molte parti del Mondo, ma anche contro quello che oggi si può nascondere dietro i pixel catodici o i cristalli liquidi di uno schermo video di un televisore o di un computer, insomma contro l'uso non di un mezzo, ma del suo linguaggio quando serve per crearci illusioni, guidarci fuori dalla realtà, secondo la volontà del manovratore, del conduttore occulto che sembra prendersi cura di noi, ma poi ci conduce, come un illusionista, dentro la sua visione del mondo facendocela apparire l'unica, l'assoluta, più vera del vero. Non lasciamoci sedurre fino in fondo, non lasciamo che questo moderno mezzo d'informazione, di comunicazione diventi prerogativa di una nuova elité, in mano a guidatori "folli" che possono trasformarlo nel nuovo strumento di dominio. Ricordava Placido che, anche se i fascismi sono superati, il fascismo risponde comunque a una pulsione alla sopraffazione, perchè ha le sue radici nel lato oscuro che sta in tutti noi, per cui l'uso diverso dei mezzi elettronici, un concentrato di immagini, suoni, parole, azione, velocità di penetrazione, la cui elaborazione è facile ed illimitata, può essere in grado di "paralizzarci" per sempre. E' in discussione la nostra stessa percezione del vero e del falso, del confine tra la manipolazione del vero per esigenze creative e l'inganno; la realtà è sostituita dall'immagine e l'immagine fagocita la realtà. L'antidoto non è certo Paysage nel GIARDINO DELLA MEMORIA a Castelmartini, ma è sicuramente l'arte, il fare arte con tutti i mezzi possibili, compresi la tv e il computer, per colpire tutti i nostri sensi, per riceverne almeno una reazione -non virtuale- non standardizzata: la nostra. 

“Paysage”

“Croce” 

“Occhio” 

“Occhio”, particolare 

“Uomo/Donna” 

Ma cosa accadde in quella mattina d’agosto?

Per la cronaca: dal 1 agosto del '44 i morti in Toscana a causa di eccidi e stragi sono già 729 che, sommati ai 1406 di giugno e di luglio, ammontano a ben 2135. Non dimentichiamoci che sono ben 3.510 le vittime degli eccidi nazifascisti in Toscana dall'aprile al novembre 1944.
Il 4 agosto del 1944 scoppia l'insurrezione a Firenze e l'11 agosto viene liberato il centro della città. Il giorno dopo, verso il mare, a Sant'Anna di Stazzema si consuma la strage: 432 saranno le vittime. Il 20 agosto i tedeschi lasciano la periferia fiorentina e due giorni dopo gli alleati entrano a Firenze, già liberata dai partigiani. A Monsummano Terme, nei pressi della zona umida, il colonnello Krasemann ordina al maggiore Strauch: distruggere case, ricoveri ed esseri umani esistenti nella zona - Vernichten (annientare) - Strauch lo trasmette ai reparti della 26° Panzerdivision e la zona viene segnata sulla carta geografica e delimitata da picchetti. Ad est è delimitata dalla strada statale 436 - Via Francesca (Monsummano-Fucecchio), tra la zona dell'Uggia e il Ponte di Masino; a sud finisce, praticamente, alla confluenza del canale del Capannone col canale del Terzo (ed inizia il canale Maestro); ad ovest termina ai piedi delle Cerbaie e a nord lungo quella linea che dall'Anchione, salendo leggermente e attraversando la capanna Borghesi (o Corrieri), arriva alla Via Francesca. Un enorme triangolo limitato da picchetti sistemati con precisione teutonica. Il 23 mattina, quando la luce dell'alba rischiara il Padule, avviene la strage. L'operazione terminerà a mezzogiorno.
Il maggiore Strauch non discute l'ordine. A sua volta lo trasmette ai reparti della 26° Panzerdivision -alcuni dei quali chiamati di sicurezza, perchè specializzati nel creare il terrore fra la popolazione quando la Wehrmacht si ritira-.
A Larciano, nel comando, un maresciallo maggiore austriaco s'avvicina ad un italiano e l'informa a bassa voce: «Stanotte, grande lago kaput». L'italiano non capisce e non ha modo di chiedere spiegazioni.
Ad Anchione (frazione di Ponte Buggianese) fattoria Pratogrande; in casa del contadino Lando Moschini arriva una notizia da parte di sua sorella che ospita un maresciallo nazista: «Può darsi che la rappresaglia sia per stanotte. Fate nascondere gli uomini».
A Massarella (frazione di Fucecchio) una giovane romana, amante d'un sergente austriaco, entra in una bottega e alla proprietaria dice: «Avvertite gli uomini. Dite che vengano via dal padule, se ci sono già andati. Stanotte, in padule, ci sarà un grande rastrellamento».
A Querce (frazione di Fucecchio) in località Sagrino, nella casa di Leone Matteoni, uno sfollato di Carrara, originario del paese, s'appresta ad uscire come ogni sera. Si chiama Guido Matteoni. Vuole raggiungere, attraversando il padule, Stabbia per fare incetta di cocomeri e di frutta da vendere alla gente del posto e agli sfollati. Un parente tenta di fermarlo: «Lascia perdere, Guido - ma lui scuote la testa - sorride - non corro rischi… e i soldi, anche pochi, servono». Ed esce.
In una casa della località Uggia (frazione di Monsummano), a pochi passi dalla casa del Podere le File (a un chilometro dal piccolo cimitero di Castelmartini, -oggi Giardino della Memoria- che faceva parte della Fattoria di Castelmartini di proprietà Banchieri), un ragazzo di quindici anni saluta i genitori. E' Giorgio Mazzei. Va a dormire, insieme ad altri, alla casa del mezzadro Simoni che dista circa un chilometro, a mezza strada tra il Podere le File, dov'è il comando nazista, e il Porto dell'Uggia, sul canale, in padule. I genitori non vogliono che dorma con loro. Ci sono, a due passi, i nazisti e i bombardamenti notturni degli alleati tartassano la Via Francesca. -Laggiù stai più tranquillo-, gli dicono ogni volta che stintigna. Loro non vanno perché hanno da badare alla casa; la gente che la notte lascia la casa completamente incustodita, il giorno dopo la trova con meno roba. Gli sciacalli non hanno paura delle bombe. Camminando in mezzo al viottolo, guardingo, Giorgio Mazzei vede ombre che s'allungano nei campi: sono gli uomini che raggiungono il padule, le fosse, le buche.
In casa Simoni le persone sono tante, soprattutto donne, bambini, vecchi. Giorgio Mazzei va nella stalla (le bestie sono in padule), con una ventina di persone; altrettante sono al primo piano. Prende posto nella sua branda, accanto ad una conoscente (Anna Maria Tognozzi), e in capo a cinque minuti dorme di gusto. Non lo disturbano neanche le chiacchiere di chi non riesce a prendere sonno.
Nei dintorni della fattoria Pratogrande (Anchione) mezzanotte è passata da un pezzo. Cento soldati con cinque camion entrano nella corte del casone Pucci. Ne svegliano gli abitanti (una ventina) e li fanno entrare nella cucina dei Piuma. Vogliono il padrone e Arnaldo Pucci si presenta. Il capitano chiede l'esatta ubicazione dell'Essiccatoio di Tabacco e di altre case coloniche, segnate in rosso su una grande carta geografica. Il Pucci è costretto a mettersi a disposizione dei soldati. Vanno prima in casa di Rocco Cardelli, dove trovano soltanto donne e bambini, poi in quella di Piacentino Tognarelli. Qui il Pucci viene rinchiuso in una stanza con quelli di casa, guardati a vista da due soldati, mentre gli altri vanno in giro presso altre case coloniche.
A Querce (frazione di Fucecchio) Don Ivo Magozzi è sveglio per il caldo, per l'afa. Sente rumori diversi e decide di scendere per dare un'occhiata. Un nazista gli s'avvicina e gli ordina di tornare in casa: Non andare da nessuna parte. Strade tutte bloccate. Andare a letto. Rauss. Chiede perché. Non ottiene risposta. Non gli rimane che rientrare in camera sua. Riesce a prendere sonno. Ma poco dopo è di nuovo sveglio. In padule si spara. S'affaccia alla finestra che dà sul Padule di Fucecchio. Sa che ci sono, in padule, migliaia di persone. Almeno duecento sono suoi parrocchiani. Don Ivo si veste e scende. Vuole attraversare il ponte in località Puntone. C'è un posto di blocco. -Sono un sacerdote. C'è gente che sta morendo, là-. Non c'è niente da fare. Gli ordinano di tornarsene per dove è venuto -di starsene tranquillo. Rauss.

Sono le due. Guido Matteoni, lo sfollato di Carrara, è già morto. L'hanno preso su un barchino e ora è mezzo in acqua. Rimane lì tutto il giorno. Il 23 agosto è un giorno molto caldo, afoso, umido. Si fa fatica a respirare, i vestiti s'appiccicano addosso.
Nel libro dei morti, don Ivo scrive: Matteoni è morto stamani alle ore due circa, ucciso dai tedeschi nel Padule di Fucecchio, in seguito ad azione di rastrellamento tedesca. Aveva 44 anni. Fatto il trasporto su di un barchino senza accompagnatura, col solo sacerdote fu portato e sepolto nel cimitero di Querce.
Nei pressi di Massarella (frazione di Fucecchio), al Porto di Guido, poco più in là dal punto in cui è morto il Matteoni, quattro persone d'una stessa famiglia (i Guidi), che abita in località Tacchio, non riescono a sfuggire alle raffiche di mitra. Si sparpagliano, cercano riparo dietro la vegetazione, nelle fosse. Inutile. Vengono falciati uno dopo l'altro. Enos Cerrini, ventuno anni, renitente alla leva, nato alla Venturina (provincia di Livorno), ce l'ha fatta a non finire come i Guidi. Ora c'è calma. Forse è il momento buono per allontanarsi, per raggiungere il folto del padule. S'allontana dalla fossa, la schiena curva. Fa pochi passi. Una raffica lo scaraventa qualche metro più in là. Agostino Bandini, sceso in padule da solo, in ritardo rispetto agli altri, non ha incontrato il padre. Si muove fra le vigne in cerca d'un posto tranquillo. Poi sente gli spari e la paura lo porta a riguadagnare la strada di casa, a scoprirsi. E non c'è più scampo per lui. Si trova faccia a faccia con un soldato, che estrae la pistola e lo colpisce con precisione.
Vicino a Cintolese (frazione di Monsummano Terme), presso la capanna Borghese, la gente dorme da un pezzo. Dormono nella capanna grande, che fino a qualche giorno prima ha ospitato più di duecento pecore del pastore Averardo Corrieri, detto Guido e Guidotti. Ad un tratto i cani del Corrieri cominciano ad abbaiare. Il pastore, che è in una piccola baracca di tavole nere con la moglie, i figlioli e Livio Giannini, un garzone di sedici anni di Pieve a Nievole, s'alza per andare a vedere che succede. -Chi è là?- fa il Corrieri. La risposta lo gela. Sono nazisti. Sono tre e armati di mitraglia. Scappare non si può più. Si stringe nelle spalle e dà una voce a quelli della grossa baracca, avvertendoli che ci sono i nazisti. I tre gli si avvicinano e gli ordinano di vestirsi.
-E le scarpe? Non avete scarpe?- gli chiedono.
-Si ce l'ho-
-Mettere-
Il Corrieri se le mette. Sono scarpe alte e pesanti, comode per i pastori, soprattutto quando vanno in montagna.
-Mi mettono sulle spalle due cassette di munizioni, tenute insieme da una cinghia, e mi dicono di seguirli-. Assunta cerca di dissuaderli: Lasciatelo. Vi do i soldi che volete. Tutto quello che abbiamo. L'allontanano.
Fatti una trentina di metri, tornano indietro. -Cuocere uova-, ordinano alla moglie. Mentre le uova assodano -Un tedesco raggiunge la capanna dove tenevano le pecore, prende quelli che trova (donne, bambini, anziani). Alcuni sono miei parenti, altri contadini che vengono tutte le notti a dormire in padule per stare tranquilli-. Gli uomini più giovani, sentendo il trambusto, se la sono svignata, rifugiandosi nei campi vicini al Ponte Nuovo e al rio il Bozzone. Ci sono fra gli anziani due fratelli -Raffaello e Cesare Parlanti- venuti a dormire in padule per la prima volta. Li portano tutti alla baracchetta, li mettono uno accanto all'altro di fronte alla mitraglia. Il Corrieri viene fatto sedere da una parte. Le donne piangono. Assunta si raccomanda, le mani giunte, di non fare male a nessuno. -Ad un certo punto, uno si avvicina ai fratelli Parlanti e al mio garzone e ordina di seguirli. A me dicono d'alzarmi con le cassette di munizioni, agli altri d'entrare nella baracchetta e di non uscire per nessuna ragione-.
-Dove li portate?- Assunta è disperata.
-State dentro e boni- 
-Ma quel ragazzo è quasi nudo-
-State dentro e boni-.
Assunta s'agita. Poi sente degli spari. -Ma che stanno facendo?-. Da una capanna urlano a squarciagola. -Assunta, Assunta, venite ad aiutarci. I tedeschi hanno ammazzato il nostro babbo nello stanzino del maiale e non ci si fa a tirarlo fuori. Venite, sennò il maiale lo mangia-. La donna corre pensando: -Ammazzano anche mio marito.
Il Corrieri è arrivato al fiume Nievole. -I due fratelli e il garzone avanti con un tedesco, io dietro, in mezzo agli altri due. Mi fanno fermare. Gli altri tre, invece, proseguono ancora, seguiti dal tedesco con la mitraglia. Sento una scarica di colpi. Poi vedo il tedesco tornare solo. Lo vedo nel momento in cui incontra Adamo Malucchi, detto Damino. Il solito tedesco gli punta la mitraglia al petto e lo costringe a seguirlo. Un'altra raffica, e torna solo-. Poi si prosegue lungo la Nievole. Il Corrieri, dopo aver attraversato la Nievole, il prato del Listroni e i bozzi, è fra la Bassa e la Bassina dei Malucchi. Ad un centinaio di metri, duecento forse, c'è un'altra pattuglia. Spara a più non posso. Spara in casa dei Malucchi. Il Corrieri non vede quei morti. La sua pattuglia si dirige verso la strada, detta dell'Argine e il Vione, che conduce diritta al Porto dell'Uggia. Si ferma e aspetta l'altra che ha operato alla Bassa dei Malucchi. Tutt'e due, poi, raggiungono Casa Simoni. Ormai è giorno.
Alla Casa Simoni, un grosso edificio, gli sfollati sono parecchi. Molti appartengono alle famiglie Arinci, Giacomelli e Grassi. Ai primi spari, gli uomini, che non sono andati a dormire nei campi, hanno pensato subito ad un rastrellamento e si sono dati alla fuga. Amato e Armando Arinci si sono buttati, insieme ad altri, fra le fosse e dentro il Rio Pazzera e sono riusciti a guadagnare la statale Via Francesca. Le due pattuglie entrano nell'aia, sparano qualche raffica di mitra in aria. -Uscite tutti-. E' l'ordine. Quelli della stalla vengono messi al muro con una mitraglia a destra e una a sinistra. C'è una grande agitazione. Chi esce di casa e chi entra. S'urla, si piange. -Ci ammazzano. Ci vogliono ammazzare tutti- sente dire Elisa Arinci. E lei: -Non è possibile. Non è possibile-. Sparano. Giorgio Mazzei, che è accanto ad Anna Maria Tognozzi e alle sue figliole -Vanda, cinque anni, e Severina, un anno- sente le pallottole sfiorarlo e gli urli di dolore della donna e delle sue bambine. Rimane come paralizzato, la bocca aperta. Un soldato gli dice: -Tu, piccolo partigiano, venire qui-. Il Mazzei si muove piano piano, guardandolo. -Ora mi ammazza- pensa. -Là-. Gli ordina di mettersi accanto al Corrieri, quindi di prendere due cassette di munizioni che sono a terra. -Tu, piccolo partigiano portare-. Parte un'altra raffica e altre persone cadono. Si continua a sparare. Stella Arinci e Nella Simoni urlano a perdifiato che sono assassini, che conoscono bene alcuni di loro. Vengono zittite con un colpo alla gola. Una bomba a mano urta il muro e ricade nell'aia. L'esplosione fa sussultare i cadaveri poco lontani. Fra i morti si muove una vecchia cieca. E' Carmela Arinci, novantatre anni. Chiama i familiari. Vuol sapere. Inciampa in un corpo. Sta per chinarsi, la mano tesa, quando un nazista le va accanto. Toglie la spoletta ad una bomba a mano, gliela infila in una tasca del grembiule, quindi, rapido s'allontana. Ancora qualche secondo e la donna è straziata dall'esplosione. I morti, sparsi per l'aia, vengono ammucchiati accanto al muro. Molti ricevono un colpo di pistola alla testa. Più in là, gli spari rimbombano nella piana. Gli fanno eco le urla di dolore della gente che cade colpita. Sono i Romani.
Le due pattuglie si muovono da casa Simoni dividendosi. Una si porta dietro il Corrieri, l'altra il Mazzei. Il Corrieri vede ancora uccidere, civili che cadono colpiti a morte. Ormai è giorno fatto. Si spara dappertutto. Ci sono anche pattuglie che non sparano. Chi capita davanti ad esse, la fa franca. -Via, nascondere- dicono questi soldati -altrimenti kaput-. C'è anche qualche soldato che, nonostante l'ordine, si rifiuta di sparare o racconterà di essersi rifiutato di sparare (è il caso di Franz Willi, riferito dalla testimonianza d'una donna).
A Castelmartini, verso le sette, la baronessa Giulia Poggi-Banchieri viene svegliata dal marito. Le dice: -Bisogna andare alle case coloniche. Pattuglie tedesche inseguono i contadini dicendo che sono partigiani-. La donna si veste in fretta e furia ed esce. -Vidi un nostro contadino seduto su un muricciolo, circondato da una pattuglia di soldati tedeschi armati e altri, eccitatissimi, che si davano da fare ed entravano nelle abitazioni coloniche lì dappresso. I familiari piangevano e si raccomandavano. Sentii i soldati comunicarsi fra loro che già trecento partigiani erano stati presi. Chiesi loro che sorte sarebbe toccata a tutti quelli che si trovavano in padule, sfollati per i pericoli che la guerra portava loro nelle abitazioni lungo la strada battuta dall'artiglieria. Uno mi assicurò che a tutti sarebbero state esaminate le carte; quindi niente da temere. Intanto sentii nella casa prossima al padule raffiche di mitragliatrice. Queste raffiche, seppi poi, erano quelle che uccidevano donne e bambini che abitavano nella casa del mezzadro Silvestri-.
Alla casa Silvestri, ricorda Giuseppe Fagni: -Ero in un pagliaio, insieme ad altri, ad una cinquantina di metri dall'abitazione. E' giorno. Forse sono le sette. Già da un po' si sente sparare di là dal canale (dal rio Cecina, confine tra i comuni di Larciano e Monsummano),verso casa Simoni. E si sentono anche urli. Più si sente sparare meno si sente urlare. Non c'è tempo d'avvertire qualcuno, d'uscire dal pagliaio. I tedeschi -una decina, forse di più- sono nell'aia. Una voce dice in italiano pulito -lo rammento bene- che tutti devono uscire di casa. Dentro ci sono molte persone. Ci sono molti bambini. Qualcuno esce. Qualcuno è già fuori, come Annunziata Lepori, moglie di Guido Mazzei, la quale sta dando da mangiare ad Antonio, il figlioletto di due anni. Qualcuno non esce. Cominciano a sparare. Sono tre che sparano. Gli altri stanno indietro o ai lati. Sparano ad Annunziata e al bambino. La donna cade ferita a morte. Il bambino è ferito ad una gamba. Non ricordo chi è dentro e chi è fuori. I tre tedeschi entrano. Sparano alle donne in cucina. Sparano a tutti, e sono, ripeto, soltanto tre. Sparano, nel tornare giù, a Gino Romani e a mio suocero. Il Romani è colpito a morte, mio suocero è soltanto ferito e sviene. Ma oltre ai due colpiscono per sbaglio uno di loro, un tedesco. L'ammazzano. Non sparano a chi ha avuto la prontezza, sull'aia, d'infilarsi fra i tedeschi che stanno fermi ai lati della porta d'ingresso. Sono tedeschi che si conoscono. Qualcuno di loro è venuto tante volte in casa a chiedere vino, pane, uova. Mio suocero, per tenerli buoni, non glieli ha mai negati. Hanno anche ammazzato con un calcio di fucile Antonio Mazzei. Devo sapere quello che è successo in casa: chi è vivo, chi è morto. Allora mi decido ad uscire dal pagliaio. Lo spettacolo è da far svenire. Ada Silvestri è ferita, ma non c'è più nulla da fare per lei. Difatti muore poco dopo. La mia fidanzata è morta. Sono morti anche Giuliana Cappelli, una ragazza di sedici anni, il padre Angiolo, un paralitico, Armida Silvestri e Gelsomina Silvestri. Accanto a Gelsomina ci sono, morti, i suoi figlioli: Giuseppe, nove anni e Rossella, un anno e mezzo. Parlo con le mie sorelle. Mio suocero è ferito e perde sangue. Non si sa che fare. Sparano da casa Romani con la mitragliatrice, quella da venti millimetri. Ci si ripara come si può. Poi i tedeschi tornano. Non si può scappare-.
Oreste Silvestri ricorda: -Arrivato alla svolta delle scale, udii alcuni spari dietro di me e sentii una cocente pena al fianco destro e al mio braccio destro. Vidi Gino Romani correre su e giù di fronte alla porta e cadere per terra; e quindi tutto si oscurò. La prima cosa che ricordo, dopo, è che giacevo nella stalla contigua alla casa e potei di nuovo udire spari e grida di pena vicino a noi-. Si sparge il sangue delle ferite sui vestiti, sul viso, per far credere d'essere morto. -Pochi minuti più tardi, un certo numero di soldati entrarono. Uno mi mosse con le mani ed un altro mi voltò con un forcone che si trovava in un angolo. Io udii uno dire in italiano: Sparate ancora contro di lui. Ed ancora qualche parola di tedesco, di cui capii kaput. Non spararono su di me, tanto sembravano sicuri che io fossi morto. Andati via i soldati, uscii dalla stalla. Ed ecco lo spettacolo atroce a cui assistetti. Annunziata Mazzei sembrava morta, ricoperta di sangue. Nelle braccia aveva il suo bambino che gridava: Mamma. Io vidi due soldati dirigersi verso di lei. Udii dire: No kaput. Uno alzò il suo fucile e picchiò col calcio sulla testa del bambino che cessò di gridare-. Bruna Pratolini ricorda che:-l'Annunziata sembrava già morta e non si muoveva. I soldati continuarono a far fuoco verso lo stabile e udii gli altri gridare mentre erano colpiti. Quindi cessarono il fuoco e, dopo aver girato intorno alla casa, lasciarono il cortile andando verso il padule-.
Bruno Fagni, di tredici anni, fratello di Giuseppe, vede che cosa succede a Meo della Stella e a Codo del Mori: -Sono dall'altra parte del canale. Li hanno fermati alcuni tedeschi. I due fanno il gesto di mettersi le mani in tasca, parlano. I tedeschi li stendono con una raffica. Chissà, forse volevano far vedere i documenti di libera circolazione-. Brunetta Silvestri, la più giovane delle sorelle Silvestri, si trova al casotto delle pompe insieme ad altre persone. Uomini, donne e bambini vengono fatti uscire e messi al muro. Stanno per partire le raffiche di mitra, quando arriva un portaordini. L'esecuzione è sospesa. Alcuni vengono lasciati subito in libertà, altri avviati alla Fattoria Banchieri.
Purtroppo l'ordine non arriva in tempo per salvare sei uomini che sono stati presi, dove oggi c’è la casa di caccia Melani. Sono i fratelli Natali: Natale e Italo (sfollati dal Cintolese con figlioli, nuore e nipoti che vengono ammazzati nei paraggi del casotto dell'Isola: in tutto cinque persone, fra cui due bambini di due e quattro anni); Dante Barni (anch'egli di Cintolese e sfollato dalla sorella Iole, moglie di Pietro Brinati, guardia giurata dei Banchieri: ambedue morti a non più di cento metri dal casotto dell'Isola, con la figlia Giovanna); Anchise Tosi, Salvatore Ferrero (di Monreale) e Francesco Marongiu (di Macomer): quest'ultimi due soldati sbandati che la baronessa Poggi-Banchieri ha accolto in casa e curato come figlioli. Sempre nei paraggi del casotto dell'Isola, esattamente in un viottolo fra l'erba alta che unisce il casotto con il bosco di Chiusi, muoiono Carlo Brinati, la moglie Celia Cioli, il figliolo Giovanni, Nello Pierattini, Borghese Dani. Italia Parlanti viene trovata ferita al casotto Biagiotti. Dopo le prime cure del dottor Cosci muore nella nottata all'ospedale di Pescia.
Don Pardi, mentre i nazisti sparano e ammazzano, sta dicendo messa. Non si rende conto di quello che avviene neppure quando -dopo le nove uscii di sacrestia con l'intenzione d'andare alla Fornace, giù nel bosco, a trovare la famiglia Borgiani. Strada facendo recitavo le orazioni non badando né a destra né a sinistra. Avevo sentito sparare diversi colpi, ma era cosa ordinaria, perchè i tedeschi tutti i giorni tiravano ai polli e alle anatre. Giunto a mezza strada delle Morette, giù verso il Diolaiuti, vidi venire in su un'automobile tedesca, dalla quale mi si fa segno di fermarmi. Un tedesco mi chiede: Dove andare? Sono il parroco, rispondo, e vado laggiù, da una famiglia, per ragioni di ministero. Non essere mica stupido? Fa il soldato tedesco. Fai vedere le carte. Poi chiede: Abitazione? Là, rispondo, accennando verso la chiesa e il Biagiotti dove abitavo. Andare a casa e non circolare, dice il tedesco. Torno indietro e non mi sparano contro. Se avessi guardato qua e là, avrei visto il povero Giuseppe Bettaccini e a sinistra il povero Fortunato Brittoli, lungo la strada da me percorsa prima dell'incontro coi tedeschi. Li vidi, poi, la sera, quando per ordine del comando tedesco potei andare a prenderli per accompagnarli al cimitero-.
Alla casa Borgiani, quando Don Pardi torna indietro, si consuma una vendetta. La pattuglia, che si presenta, ha, per indicazione d'un maresciallo, un obiettivo preciso: prendere Guido Borgiani. Ecco il fratello. Lo rimandano in casa a chiamare Guido. -Deve consegnare un maiale-, dice il maresciallo. Guido si fa sull'uscio e non ci mette molto a riconoscere il maresciallo. Non dice nulla. Non provvede a prendere il maiale. Sa bene che non serve. Avanza di qualche passo, abbozza un saluto, si volta verso la casa e alle persone che seguono la scena dalle finestre fa segno di stare calme. Il maresciallo lo guarda duro e gli ordina d'andare avanti, verso il bosco. Guido Borgiani imbocca un viottolo e cammina piano. Il maresciallo vuole s'inoltri il più possibile. Fanno cento metri. Poi la gente di casa sente rimbombare tre colpi di pistola. La pattuglia non tarda a ripassare davanti alla casa e ad allontanarsi per dove è venuta. I familiari corrono nel bosco. Guido è morto. Gli è stato sparato alla testa da distanza ravvicinata. Il maresciallo s'é vendicato. Mesi prima, Guido Borgiani l'aveva sorpreso a rubargli un maiale. Avevano litigato. Il maresciallo non aveva voluto restituire la bestia. Al contadino non era rimasto che andare al comando a raccontare l'accaduto.
-Il giorno dopo l'eccidio -dice la baronessa Poggi-Banchieri- quando ancora il castello era gremito dei superstiti delle povere famiglie ed i cadaveri non erano ancora sepolti, il comando organizzò una grande festa e la banda militare suonò girando intorno al castello fino a tarda ora-“. 

Bibliografia

P.Egidio Magrini, L’eccidio di Capannone e Pratogrande nel Padule di Fucecchio, 1944.
Riccardo Cardellichio, L’estate del ’44, a cura del “Comitato per le celebrazioni del 40° anniversario” (ristampa ‘84).
Vasco Ferretti, Vernichten, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1988.
AA.VV. 1943 - 1945 La liberazione in Toscana, Giampiero Panini Editore, 1994 e 1995.
Andrea Dami, Giardino della memoria, Morgana Edizioni, Firenze, 2001,
con disegni e foto di Dami e un testo testimonianza sia sullo spazio d'arte, sia sulla tragica vicenda. C'è anche una postfazione del Sindaco Roberta Beneforti e del Consigliere con delega alla Cultura Debora Di Monte. E' stato presentato il 7 settembre 2001, in occasione delle manifestazioni "Le ragioni della memoria - 8 settembre 1944 la liberazione di Pistoia", dal Sindaco L. Scarpetti, dal Presidente del Consiglio comunale G. Grattacaso e dal Sindaco R. Beneforti al Palazzo del Tau - Museo Marino Marini di Pistoia e in occasione della "Festa della Regione Toscana", tenuta in Consiglio comunale straordinario, nel Comune di Larciano (PT).

Il Giardino della memoria si può leggere, in versione ridotta, sul sito www.incroci.net a cura di Fabio Cappellini, Alberto Pistoresi e Andrea Dami.


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