Liù, mon amour

        Liù a Finalmarina

La farfallina Liù si è spostata dalla Toscana in Liguria, nel borgo di Finalmarina, meta turistica, sia per i bagni nell'insenatura naturale con il caratteristico capo di Caprazoppa, sia per gli interessanti monumenti lungo le caratteristiche stradine di Marina, ma anche per gli spazi espositivi per l'arte contemporanea, dalla Fortezza di Castelfranco a Marina, all'Oratorio De' Disciplinati nella vicina Finalborgo.
Finale, nome che indicava il confine dell'antica Roma con i territori dei Sabazi e degli Ingauni, era una terra che aveva già un suo passato, perché l'uomo preistorico viveva nelle sue grotte, come testimoniano i resti trovati. Oggi ha una posizione importante nel mondo del turismo, ma aveva una posizione ancora più importante nel medioevo perché dal mare, attraverso il Colle di Melogno, si raggiungeva l'alta valle del Tanaro e quindi Torino e, come in tutti i centri situati in posizioni strategiche, numerose sono state le vicende storiche che si sono succedute lasciando, fortunatamente per noi, le tracce di quel passaggio come a Finalborgo, che vide la luce nel 1200 per volontà di Enrico II Del Carretto, mentre a Marina, alla fine di quel secolo, i genovesi costruirono dei magazzini per la raccolta del sale e solo nel XIV sec. innalzarono Castelfranco per controllare proprio i vicini Del Carretto.
Nella Fortezza di Castelfranco, che si affaccia sul mare, Liù si è posata, mostrando le opere degli artisti:
Roberto Agnoletti, Bruno Benelli, Andrea Dami, Amerigo Folchi, Mario Girolami, Luigi Russo Papotto, Silvia Percussi, Giordano Pini;
la composizione del musicista Emanuele Nistri
e gli strumenti musicali della collezione Luigi Tronci, che Puccini commissionò al nonno Filippo.
Perché Liù?
Perché Liù è una farfalla che può far volare i nostri sogni e il suo volteggiare leggero e apparentemente insicuro può stimolare il gioco insieme alla curiosità e alla creatività. Liù per ricordare anche il grande Giacomo Puccini che si è nutrito dei colori, dei profumi e dei segni architettonici della sua terra. Della Liù pucciniana rimane il ricordo di un finale operistico diverso e Toscanini, il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala di Milano interruppe l’esecuzione della Turandot nel punto in cui il maestro toscano aveva posato per sempre la penna sul foglio segnato dalle righe vuote del pentagramma. Liù avrebbe cambiato le regole consolidate del melodramma italiano attraverso un canto d‘amore, uno snodo, un’apertura diversa; aperture che sono avvenute e fortunatamente continueranno ad accadere in arte. Liù, mon amour, titolo della mostra, per non dimenticare questo magnifico foglio non scritto perché racchiude il sogno di una vita, o solamente la volontà di cambiamento, nella fortezza di Finale Marina, nella luce solare che dal mare penetra dalle finestre creando giochi di ombre che si stemperano nell’indimenticabile musica di colori pucciniani, mentre alcuni gabbiani volteggiano dal mare fino quassù alla rocca che domina il mondo sottostante.
L’arte ama giocare sia con carte scritte d’inchiostro, o macchiate da colori forti, o con lacerazioni sul ferro rugginoso, cambiando le regole per scoprire nuove vie da percorrere, magari nuove libertà... Liù per volare alla ricerca del nostro fiore.

La Fortezza di Castelfranco si presenta in tutta la sua robusta monumentalità difensiva. Il vicolo principale ci porta dentro la cittadella fortificata: è un viaggio nel tempo, fino alla piazza sul mare dove c’è l’ingresso alla mostra che si articola sui due piani di un antico edificio.
Sculture, opere a tutto tondo, si sono impadronite dei suggestivi spazi e delle ombre di alcune nicchie, che rompono la monotonia di quelle antiche pareti. Il dialogo tra le forme della materia, che si modella sotto la luce marina, è iniziato e le tele, con il canto dei loro colori, sono come la brezza mattutina che entra dalle finestre aperte su quell’infinito azzurro, rinnovando così il gioco stimolante e colto che è da sempre prerogativa dell’arte.
Pittori, scultori, musicisti il cui lavoro si è intrecciato perché questi artisti credono che non debbano esserci confini tra le discipline, come non ci devono essere tra gli uomini, precisa Dami. Insomma ridefinire le invarianti del sistema linguistico delle arti, aggiunge Agnoletti, con la volontà di dialogare con il quotidiano, con i non addetti ai lavori, per ribadire che ancora oggi l’arte svolge un ruolo sociale, perché la memoria visiva associa velocemente segni e concetti in relazioni variabili, la conoscenza è un continuo fluire, ma questa è la dimensione dell’arte e della cultura contemporanea; dopo gli sperimentalismi, le oscillazioni tra interdisciplinarietà ed opera d’arte globale, siamo oggi nella fortunata condizione di poter percorrere contemporaneamente ricerche diverse con linguaggi fra loro anche alternativi, ma di volta in volta necessari al progetto artistico. L’operatore visivo può essere linguisticamente eclettico, può operare una sintesi annettendo materiali diversi, appartenenti a categorie dai limiti variabili, può costruire un diagramma ipertestuale a mappa modificabile in funzione della parola-chiave, perché il tema della ricerca artistica non è più essenzialmente linguistico né tantomeno tecnico, il tema è l’essere individuo nella società, trovare equilibrio tra individualismi e globalizzazione.

Gli artisti sono stati salutati dall'Assessore alla Cultura del Comune Dott. Viassolo che, insieme ai presenti, ha visitato la mostra e partecipato al rinfresco offerto dalla Galleria Valente, a cui si deve la direzione artistica. Ma entriamo nel vivo di Liù:

Roberto Agnoletti
presenta Lo studio di Puccini, nel senso d’applicazione dell’intelletto all’indagine e all’accrescimento della conoscenza della figura di Giacomo Puccini e della cultura della sua epoca, ma anche inteso come luogo ove si studia o si esercita un’attività intellettuale e quindi ricostruzione metaforica della stanza di Puccini. Uno spazio a misura di un solo uomo, in piedi, davanti al leggio con un libro aperto con i bozzetti per l’allestimento. Intorno fogli di-segnati definiscono le pareti di un vano ridotto a disegno.

Bruno Benelli
con l’opera 25 Aprile 1926 - Musica rende omaggio a Giacomo Puccini, come è scritto sotto il titolo. Lo spartito è aperto... l’orchestra ha già eseguito metà della composizione e nell’aria c’è ancora traccia del tema dolcissimo e dolente di Liù. Il musicista ha posato la bacchetta e per un attimo confronta l’eternità della musica con la fragilità della vita. Gli altri lavori, sempre in ferro sono: 25 Aprile 1926 - Fiaba (Omaggio a Carlo Gozzi), Arpeggi modulati, Prova generale.

Andrea Dami
propone un lavoro di concret'arte, come dice lui, nel senso che non astrae nulla dal Mondo, bensì crea di suo forme che seguono le leggi della natura, non la rappresentano. L'opera A.D.11907 Vola, vola farfallina è a tutto tondo, di metallo e catenelle che, se mosse, provocano suono: una caratteristica dell’opera di Dami. Questa è una scultura che s’inserisce nella serie delle sue città sonanti; ha otto lame di metallo generate da un ottagono evocante la planimetria di Palmanova, che a sua volta è generato dalla sovrapposizione di due quadrati, in ricordo delle città ancora più antiche, così care a Dami. Gli elementi verticali diventano architetture e il centro é la piazza di questa città dell’utopia. Su uno degli otto elementi c’è una farfalla, che con il suo peso lo flette verso l’esterno, rovesciando la logica dei pesi specifici. Un monito sui nostri comportamenti nei riguardi della natura, dice l’autore, perché, se toglieremo la farfalla, quella lamina diventerà una molla che scaricherà l’energia accumulata su tutto quello che la circonda, per proseguire inesorabilmente come un’onda sismica. Un'altra farfallina si è posata sulla scultura A.D. 10807 fermando con il suo peso un segno generato nell'aria dalla bacchetta del compositore. Scrive Dami nel sottotitolo: La farfallina volerà. Il cappello del musicista è rimasto lì, appeso...

Amerigo Folchi
lavora su un gioco combinatorio di infinite varianti ritmiche, di elementi cromatici a rilievo generati da una logica matematica, formando un unicum omogeneo. L’opera, quindi, come riflessione sulla percezione attraverso gli elementi della linea, del piano e dei colori fondamentali, per rivelare poi la struttura della coscienza come in Verticale ritmica, Liquido Blues, Policromo ritmico.

Mario Girolami
presenta Humana natura, una serie di maschere policrome, ridotte a simulacro, che evocano una molteplicità di individui su un modulare reticolo di superfici riflettenti. Guardi e sei guardato da dietro la maschera comica del teatro greco, perché l’assunto morale è l’eliminazione del tragico dalla vita, dove tragico è tutto ciò che viene dai complessi di colpa o di potenza, d’inferiorità o di superiorità. Ci sono tutti gli elementi della rappresentazione scenica e il tutto è ordinato in un reticolo nel quale le variazioni di quantità di luce sono ridotte a diverse qualità di colore. Humanitas è l'altra opera, a tutto tondo, dove le maschere sono chiuse dentro una monolitica gabbia; il vento le fa oscillare e, alcuni piccoli bubboli, fanno sentire il loro caratteristico suono.

Luigi Russo Papotto
recupera l’apparente inessenzialità del mondo circostante per restituire capacità espressiva a ciò che è residuale, che viene salvato dall’oblio e ricomposto in un nuovo significante. Si interagisce con l’opera, modificando la superficie sinuosa che contiene elementi mobili, spostandoli in direzioni diverse, in un gioco infinito, come suggerisce la linea dell’opera, che sembra avvitarsi nell’aria. Modificando gli elementi plastici l’immagine oscilla fra i due momenti: l’apertura e la chiusura, una stimolazione a dare delle risposte al senso della vita, perennemente sospesa fra bello e brutto, vero e falso; è la poetica di Papotto. Il titolo dell'opera è: Forma sinuosa con de-forme e, dice Papotto, è la manifestazione di una vibrazione sonora che assume nello spazio una sensualità quasi femminea, permettendo allo spettatore lla possibilità di scoprirla attraverso una interazione con le de-forme: possibili note nello spazio? L'artista ha disegnato nello spazio, con il filo di ferro, il suo pensiero creativo che è diventato ora La mano di Puccini - Proiezione, ora L'ombra dell'albero, l'ultimo albero del globo, sottolinea l'autore, causa della perdita della memoria nei confronti della natura.

Silvia Percussi
lavora su trame geometriche: specchio di un ordine interiore? Dissemina l’opera di elementi figurativi, tracce indiziali di un contingente fenomenico sia in una composizione di quattro elementi: Pentagramma, dove il passato si fonde con attualità e futuro in un tempo fermo, quello della tela, per farci raggiungere da quello rallentato della meditazione, sia in una sequenza verticale di dodici piccoli quadri: Giocando. In mostra anche due lavori dal titolo: Carta musicale.

Giordano Pini
lavora con i metalli e usa anche le tecniche dell’arte fusoria, a cera persa, secondo composizioni orafe leggere e microscopiche e ha voluto rendere omaggio a Puccini con Pianeta musicante - Turandot. La natura è la sua musa ispiratrice. Alghe, conchiglie, cortecce di alberi che si fondono in sinuosi movimenti di sabbia appena toccata dall’acqua marina che lentamente si ritira dalla battigia che diventa il suono delle Sirene... mentre i colori del metallo rimandano al tempo eterno della sedimentazione primordiale come sulla fibbia Isola felice e sul bassorilievo di materiali vari Luna nascente con numeri magici.

Emanuele Nistri
nelle sue elaborazioni dal titolo: Puccini: note a colori ha usato le melodie e le armonie di Puccini come segni, che ha poi rivestito dei colori timbrici messi a disposizione dall’infinita tavolozza che la musica elettronica offre, creando così un’atmosfera emozionale attraverso la dilatazione spazio-temporale, riuscendo ad unire la visione onirica e la realtà uditiva dello spettatore per provocare la dilatazione del suo mondo interiore.

Luigi Tronci
La famiglia Tronci iniziò a lavorare costruendo organi da chiesa dal 1700, lavoro che non si è mai interrotto, anche se nel tempo si è modificato: dagli organi agli idiofoni di metallo, continuando la produzione di campanelli per organi, aggiungendo la lavorazione di piatti sinfonici, tam tam, gong, campane a lastra e tubolari.
Oggi questo lavoro viene eseguito dalla ditta Ufip, nata dall’associazione di artigiani pistoiesi, di cui fa parte Luigi Tronci, nipote di Filippo al quale Giacomo Puccini ordinò una serie di strumenti per le sue opere, come le Campanelle giapponesi, quattro lamine di bronzo su risuonatori a forma di borraccia, sospesi a un telaio di bambù, Madama Butterfly, I atto, n° 82, batt. 4; le Campane tubolari che vengono usate per ravvivare timbricamente gli accordi delicati e le linee melodiche lente, Turandot , atto II, quadro I, batt. 6 prima del n° 19; la Campanella che produce un suono ricco di armonici, Suor Angelica campanella Do4, In Tosca campane in Fa1 e Sib1, insieme alle campane tubolari; il Gong intonato per ottenere effetti di colore esotico -la serie di gong venne indicata come gioco di tam tam- Puccini li chiamò tam tam giapponesi, nella Madama Butterfly si usano nove gong (suonati insieme alle campane); due Tam tam, forse il nome venne adottato per indicare strumenti di origine turca dal suono simile a quelli orientali -quelli di cm 90 - 120 esprimono un’atmosfera di profonda tragedia- l'opera Madama Butterfly prevede l’uso di un tam tam grave, I atto, batt. 4 e 6, del n°100 e II atto, parte seconda, batt. 10, del n° 55 e alla batt. 4 del n° 56; la Campana a calotta che viene usata in alternativa alla campana da chiesa.
Strumenti eseguiti a mano, allora come oggi, a Pistoia, che sono ambiti sia dai musicisti (classici e contemporanei), sia da importanti teatri italiani ed esteri; una tradizione che rende orgogliosi gli artigiani che li realizzano, un lavoro che continua grazie alla passione e all’esperienza che si è accumulata nel tempo e che dovrebbe essere non solo salvaguardata, ma protetta, come qualsiasi altro prodotto di alta qualità.

 

 


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