Intersezione
         
43° 56’N - 10° 53’EO
         (ferro, foglia di metallo, ottone)
         
Andrea Dami
         2009



Andrea Dami

    L’artista ha detto: il viaggio è una linea ideale, come la linea tracciata dalla grafite sul foglio di carta è un’ideale successione di punti. I passi del viaggiatore sul nostro pianeta Terra sono gli invisibili punti che segnano la linea della rotta tracciata. Le impronte sono punti misurabili e quindi da segnare sulla carta geografica, permettendo così la ripercorribilità di quel viaggio.


“Intersezione" (particolare) 


“Intersezione” (particolare) 


“Intersezione” 


“Intersezione” 


“Intersezione” (particolare della campana Est) 


“Intersezione” 


“Intersezione”  (particolare)


“Intersezione” (particolare) 


“Intersezione” (particolare) 


    “Intersezione” è un punto all’interno di un edificio che ospita le antiche testimonianze dei viaggi fatti dai Fabroni. Questo punto, le cui coordinate geografiche sono: 43° 56’N - 10° 53’EO, è luogo di arrivo e di partenza. Da questo “luogo”, ora segnato, partono le quattro direttrici essenziali perché ognuno possa liberamente scegliere la direzione da esplorare; a Est e a Ovest ci sono due campane che, con il loro diverso suono, indicano l’alba e il tramonto: due punti che segnano il percorso del sole che illumina il nostro viaggio, ma anche quello che compiamo tutti, chiamato vita. Il punto geografico (particolare) Il punto geografico è formato da farfalle perché, come ci ricorda Dante, noi siam vermi Nati a formar l’angelica farfalla. La farfalla è simbolo di rinascita (per la trasformazione da bruco a farfalla); anche il viaggio ci trasforma. La farfalla, oltre ad essere un indicatore ecologico, è servita a Edward Lorenz (meteorologo inglese, considerato il padre della teoria del caos 1, per illustrare la sua teoria: «Può una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?», come a dire che a volte minuscoli cambiamenti portano a conseguenze colossali. Ecco che anch’io ho preso in prestito questo simpatico lepidottero per rappresentarci in questa società mondiale, ormai società del “rischio” (sia nel senso che tutto si trasforma in decisioni le cui conseguenze diventano imprevedibili, sia nel senso delle società della gestione del rischio, o delle società del discorso sul rischio). Società del rischio, com’è stato detto, perché l’idea che guida la modernità, cioè l’idea della controllabilità degli effetti collaterali e dei pericoli prodotti dalle decisioni, è diventata problematica; il nuovo sapere serve a trasformare i rischi imprevedibili in rischi calcolabili, ma in questo modo a sua volta produce nuove imprevedibilità e ciò costringe alla riflessione sui rischi. Per questo il mio lepidottero è immobile nel nostro presente: impone una riflessione per ridefinire la nostra concezione della società e i nostri concetti sociologici. La staticità delle farfalle ha un valore positivo, come la sosta del viaggiatore è riposo del fisico, ma anche momento di considerazioni e di consapevolezza. Davanti al punto geografico “fabroniano” si aprono varie strade da affrontare perché il nostro viaggio possa proseguire. D’ora in poi ciò che accade non è più un evento soltanto locale, come ci ricorda Lorenz, tutti i pericoli locali sono diventati pericoli mondiali, la situazione d’ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il risultato e l’origine della situazione dell’umanità 2.

Anna Brancolini

    Il critico d’arte Anna Brancolini ha precisato: Dami ci parla della società del rischio (come è stato detto). Il rischio - ci insegna Luhman - è legato alla conseguenza delle azioni umane, a differenza del pericolo che può scaturire da ciò che ci circonda e sovrasta, nostro malgrado, e può essere arginabile solo con la fiducia, diversa dal confidare, atteggiamento che è legato alla consapevolezza che le cose conservino una loro stabilità. La fiducia no: è fluida, va mantenuta e ri-conquistata volta per volta ed è ciò che può tenere vive le relazioni umane nell’epoca della nostra modernità radicale, come dice Giddens. La fiducia chiama in causa l’uomo, così come il rischio e ci invita a riflettere su questa nostra epoca imprevedibile, in cui c’è sempre una nuova emergenza di rischi, in cui si vive nell’indeterminatezza e nell’imprevedibilità. Quando dico che Dami si fa acuto e sottile interprete della contemporaneità intendo proprio questo; che riesce ad esprimere con elementi formali, con il suo linguaggio d’artista quella condizione di modernita’ liquida 3 che descrive - hic et nunc - la nostra dimensione: la dimensione di eterni nomadi che devono essere sempre pronti a cambiare la rotta, perché non c’è modello, valore o strategia, oggi, che superi - spesso - la soglia dell’effimero. Viviamo in un mondo in cui tutto sembra liquefarsi: viviamo di attimi che sono già passato, di frammenti che si dileguano e ci lasciano disorientati, soli (con noi stessi, con le nostre forze, con le nostre responsabilità). A questi vagabondi della modernità l’artista indica un dialogo, ma soprattutto vuol fornire una sorta di bussola, nella speranza che l’occhio cada sulla lancetta prima che la bussola si dissolva. Ecco allora “Intersezione”. Un’opera sull’orientamento. “Intersezione” è solo un abbozzo di percorso che si dissolve nello spazio così come le tramature delle superfici, così come i varchi che tramano l’insieme dell’opera, il cui centro è un centro frammentato… punto di partenza o punto di arrivo?... Guardiamo questo centro. Queste farfalle sideree, immote - sono la sosta del viandante, la sosta della riflessione? - ma sono farfalle!! Ricordiamo Dante, ci dice Dami. Ricordiamo che la farfalla allude alla metamorfosi, al dinamismo, alla libertà dello spazio… E troveremo che anche questa volta Dami ci lascia balenare una speranza che risiede nella nostra responsabilità individuale e nella sete di libertà e di infinito che sempre trama i nostri viaggi, reali e simbolici.


Giuliano Gori, Anna Brancolini e Andrea Dami 

Pubblico 

Siliano Simoncini, Lorenzo Maffucci, Alessandro Andreini e Maurizio Tuci 


Roberto Agnoletti, Luigi Tronci, Giuliano Mencarelli e Mario Girolami

1) La teoria del caos è nata inizialmente come branca della matematica grazie al lavoro di Lorenz nel 1961. Applicata nel 1963 e formulata organicamente nel 1979). 2) Ulrich Beck, sociologo, Conditio humana. Il rischio nell’età globale, Laterza) 3) Il termine è stato coniato da Z. Bauman 


La Biblioteca Fabroniana 

La Biblioteca e i Fabroni Nella Piazzetta S. Filippo, a Pistoia, a due passi da Piazza S. Francesco, si trova la Biblioteca Capitolare Fabroniana. L’edificio risale ai primi anni del 1700, innestato sulla vecchia chiesa risalente al sec. XII, poi modificata nel 1622 per volontà della famiglia Rospigliosi e dedicata ai S.S. Prospero e Filippo; nel sec. XVIII fu rialzato per ospitare la biblioteca del cardinale Carlo Agostino Fabroni (nato a Pistoia il 1651 e morto a Roma nel 1727). Alla grande sala di lettura, che mantiene gli arredi originali con i suoi 14.000 volumi, si accede da un salone illuminato da finestroni che danno sul giardino, mentre i due gruppi marmorei settecenteschi di Agostino Cornacchini accolgono i visitatori e ora l’installazione di Andrea Dami. Fabroni era una nobile famiglia pistoiese che, nel corso dei secoli, dette numerosi cavalieri all’Ordine di Santo Stefano (Pistoia ebbe 439 cavalieri), che ricoprirono alte cariche come quella di Gran Conservatore e di Capitano di galera e proprio il capitano Domenico Fabroni ci ha lasciato il manoscritto il cui titolo inizia: Viaggi fatti sopra le Galere della sacra, et Ill.ma Religione… una descrizione di viaggi tra il 1664 e il 1700, con notizie degli sbarchi e della vita di bordo. Anche Ignazio, suo fratello, fu cavaliere e scrisse: Album di ricordi di viaggi e di navigazioni sulle galere toscane dall’anno 1664 all’anno 1687. La Biblioteca, affidata ad Anna Agostini, storica e scrittrice di saggi, ha organizzato Fabroniana eventi 2009, un viaggio nell’arte in ricordo di Domenico e Ignazio Fabroni perché quest’ultimo ci ha lasciato descrizioni e considerazioni non solo di carattere geografico e naturalistico sui luoghi visitati, ma anche sulle abitudini delle popolazioni che vi abitavano. L’Ordine di Santo Stefano, riconoscibile dalla croce ottagona rossa in campo bianco, colori invertiti rispetto ai Cavalieri di Malta, fu istituito nel 1561 da Cosimo I dei Medici con l’approvazione del pontefice Pio IV, per la difesa della fede cattolica e, grazie alla creazione di una flotta, poteva proteggere le coste tirreniche, dare la caccia alle navi pirate, liberare gli schiavi cristiani nelle acque del Nord Africa e catturare prigionieri da destinare “al remo”, o trasportare truppe per offensive di rappresaglia contro insediamenti musulmani e partecipare a operazioni di guerra contro la potenza ottomana. I Cavalieri del Sacro Militare Ordine di Santo Stefano parteciparono a numerose battaglie, come quella del 1571 a Lepanto; certamente non sempre furono dei modelli di virtù. Nel 1775 Pietro Leopoldo I abolì il servizio sulle navi dei cavalieri e nella sede dell’Ordine, a Pisa, nell’attuale Piazza dei Cavalieri, si iniziarono a studiare materie umanitarie e scientifiche. L’ordine dei cavalieri fu soppresso nel 1809 da Napoleone, poi ripristinato da Ferdinando III nel 1815, per essere abolito nel 1859. Alla fine del 1930 prese forma l’“Istituzione dei cavalieri di S. Stefano”, il cui compito era quello di proseguire nelle iniziative storico-scientifiche e perpetuare il ricordo dell’Ordine di Santo Stefano. 

Per saperne di più: Anna Agostini, Pistoia sul mare, I Cavalieri di Santo Stefano e Pistoia, Settegiorni Editore, 2008.

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