
Andrea Dami
L’artista ha detto: il viaggio è una linea ideale,
come la linea tracciata dalla grafite sul foglio di carta è
un’ideale successione di punti. I passi del viaggiatore sul
nostro pianeta Terra sono gli invisibili punti che segnano la linea
della rotta tracciata. Le impronte sono punti misurabili e quindi da
segnare sulla carta geografica, permettendo così la
ripercorribilità di quel viaggio.

“Intersezione"
(particolare)

“Intersezione”
(particolare)

“Intersezione”

“Intersezione”

“Intersezione” (particolare
della campana Est)

“Intersezione”

“Intersezione”
(particolare)

“Intersezione”
(particolare)

“Intersezione”
(particolare)
“Intersezione”
è un punto all’interno di un edificio che ospita
le antiche testimonianze dei viaggi fatti dai Fabroni. Questo punto, le
cui coordinate geografiche sono: 43° 56’N -
10° 53’EO, è luogo di arrivo e di
partenza. Da questo “luogo”, ora segnato, partono
le quattro direttrici essenziali perché ognuno possa
liberamente scegliere la direzione da esplorare; a Est e a Ovest ci
sono due campane che, con il loro diverso suono, indicano
l’alba e il tramonto: due punti che segnano il percorso del
sole che illumina il nostro viaggio, ma anche quello che compiamo
tutti, chiamato vita.
Il punto geografico (particolare)
Il punto geografico è formato da farfalle perché,
come ci ricorda Dante, noi siam vermi Nati a formar
l’angelica farfalla. La farfalla è simbolo di
rinascita (per la trasformazione da bruco a farfalla); anche il viaggio
ci trasforma. La farfalla, oltre ad essere un indicatore ecologico,
è servita a Edward Lorenz (meteorologo inglese, considerato
il padre della teoria del caos 1, per
illustrare la sua teoria: «Può una farfalla in
Brasile provocare un tornado in Texas?», come a dire che a
volte minuscoli cambiamenti portano a conseguenze colossali. Ecco che anch’io
ho preso in prestito questo simpatico lepidottero per rappresentarci in
questa società mondiale, ormai società del
“rischio” (sia nel senso che tutto si trasforma in
decisioni le cui conseguenze diventano imprevedibili, sia nel senso
delle società della gestione del rischio, o delle
società del discorso sul rischio). Società del
rischio, com’è stato detto, perché
l’idea che guida la modernità, cioè
l’idea della controllabilità degli effetti
collaterali e dei pericoli prodotti dalle decisioni, è
diventata problematica; il nuovo sapere serve a trasformare i rischi
imprevedibili in rischi calcolabili, ma in questo modo a sua volta
produce nuove imprevedibilità e ciò costringe
alla riflessione sui rischi. Per questo il mio lepidottero è
immobile nel nostro presente: impone una riflessione per ridefinire la
nostra concezione della società e i nostri concetti
sociologici. La staticità delle farfalle ha un valore
positivo, come la sosta del viaggiatore è riposo del fisico,
ma anche momento di considerazioni e di consapevolezza.
Davanti al punto geografico “fabroniano” si aprono
varie strade da affrontare perché il nostro viaggio possa
proseguire. D’ora in poi ciò che accade non
è più un evento soltanto locale, come ci ricorda
Lorenz, tutti i pericoli locali sono diventati pericoli mondiali, la
situazione d’ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione,
di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il
risultato e l’origine della situazione
dell’umanità 2.
Anna Brancolini
Il critico d’arte Anna Brancolini ha precisato: Dami ci parla
della società del rischio (come è stato detto).
Il rischio - ci insegna Luhman - è legato alla conseguenza
delle azioni umane, a differenza del pericolo che può
scaturire da ciò che ci circonda e sovrasta, nostro
malgrado, e può essere arginabile solo con la fiducia,
diversa dal confidare, atteggiamento che è legato alla
consapevolezza che le cose conservino una loro stabilità. La
fiducia no: è fluida, va mantenuta e ri-conquistata volta
per volta ed è ciò che può tenere vive
le relazioni umane nell’epoca della nostra
modernità radicale, come dice Giddens.
La fiducia chiama in causa l’uomo, così come il
rischio e ci invita a riflettere su questa nostra epoca imprevedibile,
in cui c’è sempre una nuova emergenza di rischi,
in cui si vive nell’indeterminatezza e
nell’imprevedibilità.
Quando dico che Dami si fa acuto e sottile interprete della
contemporaneità intendo proprio questo; che riesce ad
esprimere con elementi formali, con il suo linguaggio
d’artista quella condizione di modernita’ liquida 3 che
descrive - hic et nunc - la nostra dimensione: la dimensione di eterni
nomadi che devono essere sempre pronti a cambiare la rotta,
perché non c’è modello, valore o
strategia, oggi, che superi - spesso - la soglia
dell’effimero. Viviamo in un mondo in cui tutto sembra
liquefarsi: viviamo di attimi che sono già passato, di
frammenti che si dileguano e ci lasciano disorientati, soli (con noi
stessi, con le nostre forze, con le nostre responsabilità).
A questi vagabondi della modernità l’artista
indica un dialogo, ma soprattutto vuol fornire una sorta di bussola,
nella speranza che l’occhio cada sulla lancetta prima che la
bussola si dissolva. Ecco allora “Intersezione”.
Un’opera sull’orientamento.
“Intersezione” è solo un abbozzo di
percorso che si dissolve nello spazio così come le tramature
delle superfici, così come i varchi che tramano
l’insieme dell’opera, il cui centro è un
centro frammentato… punto di partenza o punto di arrivo?...
Guardiamo questo centro. Queste farfalle sideree, immote - sono la
sosta del viandante, la sosta della riflessione? - ma sono farfalle!!
Ricordiamo Dante, ci dice Dami.
Ricordiamo che la farfalla allude alla metamorfosi, al dinamismo, alla
libertà dello spazio…
E troveremo che anche questa volta Dami ci lascia balenare una speranza
che risiede nella nostra responsabilità individuale e nella
sete di libertà e di infinito che sempre trama i nostri
viaggi, reali e simbolici.

Giuliano
Gori, Anna Brancolini e Andrea Dami
Pubblico
Siliano
Simoncini, Lorenzo Maffucci, Alessandro Andreini e Maurizio
Tuci

Roberto
Agnoletti, Luigi Tronci, Giuliano Mencarelli e Mario Girolami
1)
La teoria del caos è nata inizialmente come branca della
matematica grazie al
lavoro di Lorenz nel 1961. Applicata nel 1963 e formulata organicamente
nel 1979).
2) Ulrich Beck, sociologo, Conditio humana. Il rischio
nell’età globale, Laterza)
3) Il termine è stato coniato da Z. Bauman

La
Biblioteca Fabroniana
La Biblioteca e i Fabroni
Nella Piazzetta S. Filippo, a Pistoia, a due passi da Piazza S.
Francesco, si trova la Biblioteca Capitolare Fabroniana.
L’edificio risale ai primi anni del 1700, innestato sulla
vecchia chiesa risalente al sec. XII, poi modificata nel 1622 per
volontà della famiglia Rospigliosi e dedicata ai S.S.
Prospero e Filippo; nel sec. XVIII fu rialzato per ospitare la
biblioteca del cardinale Carlo Agostino Fabroni (nato a Pistoia il 1651
e morto a Roma nel 1727).
Alla grande sala di lettura, che mantiene gli arredi originali con i
suoi 14.000 volumi, si accede da un salone illuminato da finestroni che
danno sul giardino, mentre i due gruppi marmorei settecenteschi di
Agostino Cornacchini accolgono i visitatori e ora
l’installazione di Andrea Dami.
Fabroni era una nobile famiglia pistoiese che, nel corso dei secoli,
dette numerosi cavalieri all’Ordine di Santo Stefano (Pistoia
ebbe 439 cavalieri), che ricoprirono alte cariche come quella di Gran
Conservatore e di Capitano di galera e proprio il capitano Domenico
Fabroni ci ha lasciato il manoscritto il cui titolo inizia: Viaggi
fatti sopra le Galere della sacra, et Ill.ma Religione… una
descrizione di viaggi tra il 1664 e il 1700, con notizie degli sbarchi
e della vita di bordo. Anche Ignazio, suo fratello, fu cavaliere e
scrisse: Album di ricordi di viaggi e di navigazioni sulle galere
toscane dall’anno 1664 all’anno 1687.
La Biblioteca, affidata ad Anna Agostini, storica e scrittrice di
saggi, ha organizzato Fabroniana eventi 2009, un viaggio
nell’arte in ricordo di Domenico e Ignazio Fabroni
perché quest’ultimo ci ha lasciato descrizioni e
considerazioni non solo di carattere geografico e naturalistico sui
luoghi visitati, ma anche sulle abitudini delle popolazioni che vi
abitavano.
L’Ordine di Santo Stefano, riconoscibile dalla croce ottagona
rossa in campo bianco, colori invertiti rispetto ai Cavalieri di Malta,
fu istituito nel 1561 da Cosimo I dei Medici con
l’approvazione del pontefice Pio IV, per la difesa della fede
cattolica e, grazie alla creazione di una flotta, poteva proteggere le
coste tirreniche, dare la caccia alle navi pirate, liberare gli schiavi
cristiani nelle acque del Nord Africa e catturare prigionieri da
destinare “al remo”, o trasportare truppe per
offensive di rappresaglia contro insediamenti musulmani e partecipare a
operazioni di guerra contro la potenza ottomana.
I Cavalieri del Sacro Militare Ordine di Santo Stefano parteciparono a
numerose battaglie, come quella del 1571 a Lepanto; certamente non
sempre furono dei modelli di virtù.
Nel 1775 Pietro Leopoldo I abolì il servizio sulle navi dei
cavalieri e nella sede dell’Ordine, a Pisa,
nell’attuale Piazza dei Cavalieri, si iniziarono a studiare
materie umanitarie e scientifiche. L’ordine dei cavalieri fu
soppresso nel 1809 da Napoleone, poi ripristinato da Ferdinando III nel
1815, per essere abolito nel 1859. Alla fine del 1930 prese forma
l’“Istituzione dei cavalieri di S.
Stefano”, il cui compito era quello di proseguire nelle
iniziative storico-scientifiche e perpetuare il ricordo
dell’Ordine di Santo Stefano.
Per saperne di più:
Anna Agostini, Pistoia sul mare, I Cavalieri di Santo Stefano e
Pistoia, Settegiorni Editore, 2008.

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