

Il collezionista è un
uomo che raccoglie in maniera sistematica delle cose che, secondo lui,
non hanno soltanto un particolare interesse, ma anche un valore, nel
mio caso artistico.
Sono un collezionista che raccoglie pensieri e sensazioni che cataloga
nella sua memoria, poi traccia su carta gli aspetti più
interessanti, o più emotivi, che sono emersi dalla e nella
riflessione, per realizzarli, in tempi successivi, magari con il
metallo e in forma tridimensionale.
“Oggetti” da aggiungere alla mia collana di opere
d’arte; una collana che in realtà è un accumulo di
lavori, che al visitatore potrà sembrare la realizzazione di un
disordine, ma che in realtà è tenuta insieme da un
filo, visibile solo al collezionista, con il quale ha legato
pazientemente pezzo dopo pezzo, opera dopo opera, come un bravo
archivista di biblioteca.
Come in tutte le collezioni, la catalogazione è costituita da
una o più sottocatalogazioni, nel mio caso per temi, per
tecniche, per materiali, per cui sono molti i fili che legano le varie
opere e sono molti i colori di quei fili che si intrecciano tra loro.
La passione per il collezionismo è iniziata molto tempo fa,
quando mio padre, su suggerimento della maestra elementare, di quelle
che oggi non si vedono più, piccola di statura ma grande di
circonferenza, insomma un morbido “nido”, mi iscrisse alla
Scuola d’Arte di Pistoia, poi diventata Istituto.
Lì ho trovato degli amici-insegnanti ai quali devo la mia
formazione giovanile. Lì ho appreso, attraverso i lavori
pittorici di Alfiero Cappellini, dal maglione bianco e la sigaretta
sempre accesa, che la creatività, la fantasia non si possono
disgiungere dalla vita dell’uomo, dalle sue necessità,
soprattutto sociali, come dal suo lavoro. Così l’arte per
l’arte, il segno che si accosta armoniosamente all’altro, o
il colore che dialoga con quello della campitura vicina, cominciarono a
diventare sempre meno interessanti; insomma quella forma di
collezionismo cominciò a interessarmi sempre meno a favore
dell’arte come espressione di un pensiero che fosse legato ad un
fatto sociale, o ad alcuni problemi della città, o alla storia,
o, perché no, all’utopia. E a proposito di utopia e di
città, ho cercato di esprimere il concetto di quest’ultima
con il segno del “quadrato”, evocando periodi antichi come
punto di riflessione e di ri-partenza, per disegnare, o ridisegnare le
nostre città che, senza un progetto chiaro, o dove molti
progetti chiari si sono sommati tra loro per interessi che non avevano
niente a che vedere con le idee originarie, venendone stravolti, sono
diventate espressione di caos, di disorientamento, di isolamento. Ecco
che il quadrato è una delle componenti che caratterizza la mia
collezione.
Ripensando alla mia formazione, sia di operatore nel mondo dei colori,
della stoffa e della creta, sia di uomo, ringrazio i miei
insegnati-artisti-artigiani e colgo l’occasione per ringraziare,
di cuore, anche i molti amici che consapevolmente o incosciamente mi
hanno aiutato e continuano ad aiutarmi in questo percorso.
Un ringraziamento particolare ad Anna Brancolini, critica d’arte,
che mi ha seguito nella raccolta sistematica dei miei lavori. La
professoressa Brancolini, anche ottima insegnante, ha lasciato numerose
tracce scritte di questo mio percorso. L’ultimo lavoro è
il libro on line, edito dalla Carla Rossi Academy - International
Institut of Italian Studies, dal titolo: “Forme, materiali e
suoni per un’arte del dialogo. Un possibile percorso
nell’arte di Andrea Dami”, che potete leggere, o
riprodurre, digitando il sito dell’ Istituto Internazionale di
studi italiani Carla Rossi.
Ritornando al collezionismo, di solito il raccoglitore guarda
ciò che “fanno” gli altri collezionisti e
anch’io sono curioso di quello che c’è nelle altre
collezioni e non disdegno, come ho avuto modo di dimostrare, di
compiere con alcuni colleghi dei percorsi di ricerca perché
è bello fare delle “strade” in compagnia, tra i fili
colorati degli altri, dove ognuno è responsabile dei propri
segni, come dei propri sogni.
La mia collezione, oltre al “quadrato” e al
“cubo”, è caratterizzata anche dalla linea
diagonale, o meglio da una serie di linee tracciate diagonalmente tra
loro, quasi un fondo sabbioso, quello che vediamo nell’acqua
trasparente, vicinissimo alla battigia, creato casualmente dal continuo
movimento dell’acqua, perché quelle increspature sono i
nostri movimenti di eterni nomadi, pronti a cambiare rotta in questa
“modernità liquida”, in quanto, come ha detto Anna
Brancolini: «non c’è modello, valore o strategia,
oggi, che superi - spesso - la soglia dell’effimero. Viviamo in
un mondo in cui tutto sembra liquefarsi: viviamo di attimi che sono
già passato, di frammenti che si dileguano e ci lasciano
disorientati, soli. Soli con noi stessi. Soli con le nostre forze. Soli
con la nostra responsabilità».
In questi ultimi anni la collezione si è arricchita di lavori che presentano un grazioso pittogramma: la farfalla.
La farfalla-pittogramma prese forma tanto tempo fa, ma fu con
Liù, mon amour” - 1924 / 2007 - viaggio nell’arte
contemporanea - omaggio a Giacomo Puccini che, ricordandomi alcune
parole che il poeta Pascoli scrisse su una cartolina indirizzata al
grande musicista: la farfallina volerà: ha l’ali sparse di
polvere (…) Vola, vola, farfallina (…) Canta, canta,
farfallina… che la farfalla ritornò sui miei fogli di
carta per raccontare nuovamente quello che per me rappresentava questa
forma-farfalla; insomma riprese il suo posto insieme a linee e spazi
ora “vuoti”, ora “pieni”.
Le farfalle hanno sempre volato nei campi e anche sulle mie
materializzazioni di carta e rami, di carta e pietre, di carta e
videoimmagini, di carta e suoni.
Sono felice quando le vedo volteggiare nel piccolo spazio verde del mio
studio, o in un giardino, ma anche in una galleria d’arte:
ultimamente quelle bianche sulla tela bianca di Bunga Merah, o quelle
di Kolar, ma anche quelle nere che Andrea Mastrovito ha installato
nella boutique Dior Homme a Parigi. Ma ecco le motivazioni per cui ho
inserito la farfalla-segno nella mia collezione:
1) è un indicatore ecologico,
2) è servita a Edward Lorenz (meteorologo inglese), padre della
teoria del caos, per illustrare con una battuta la sua teoria:
«Può una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?
3) è anche un simbolo di rinascita, per la trasformazione da
bruco a farfalla, come ci ricorda il sommo Dante, noi siam vermi Nati a
formar l’angelica farfalla.
Il mio lepidottero, di metallo o di carta non importa, è la
rappresentazione di noi stessi in questa “società del
rischio”, perché l’idea che guida la
modernità dovrebbe trasformare i rischi imprevedibili in rischi
calcolabili, invece a sua volta produce nuove imprevedibilità.
Ciò che accade non è più un evento soltanto
locale, per citare ancora Lorenz, tutti i pericoli locali sono
diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni
etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo
è anche il risultato e l’origine della situazione
dell’umanità ed è per questo motivo che la mia
farfalla è immobile nel nostro presente-quadro-scultura ma
questa staticità ha un valore positivo perché il riposo
del corpo ci permette la riflessione, una riflessione per ridefinire la
nostra concezione della società.
La collezione, di tanto in tanto, si arricchisce di altre figure
geometriche dal triangolo al rettangolo aureo sonante che, grazie alla
campana, può parlare a tutti noi. Dal quadrato al cubo il passo
è breve. Il “cubo”, perché nella mia
collezione è l’immagine mentale della totalità
articolata e immagine cosmica e del Sé, come avrebbe detto Jung,
il Sé quale principio e archetipo dell’orientamento e del
significato.
L’immagine del cubo si è formata nella nostra mente prima
del numero, per aiutarci ad orientarsi nello spazio. L’alto e il
basso del cubo simboleggiano il cielo e la terra e le quattro facce
verticali sono i quattro livelli prima dell’esperienza: avanti e
indietro, destra e sinistra.
Il “cubo”, alcune volte, è di tre metri di lato ed
è attraversabile: insomma un’archiscultura, altre volte,
come in questa libreria-galleria d’arte in via dell’Ospizio
n° 26, è di circa tre centimetri di lato ed è da
indossare, perché questa piccola scultura segna il tempo, non
per correre, ma per fermarsi a riflettere su quale direzione prendere.
Il suo nome è T3.



Alcuni T3
Possiamo dire che il tempo è la rappresentazione della
modalità secondo la quale i singoli eventi si susseguono, ma per
noi il tempo è anche una successione di istanti misurabili,
passando dal tempo solare, al tempo civile con i suoi 24 fusi orari, al
tempo legale misurabile con uno strumento fatto di ruote dentate,
molle, organi oscillanti, oppure circuiti integrati e micromotori che
sono nel piedistallo di questa piccola scultura: T3. T = tempo e 3 =
cubo. Insomma T3, grazie alle sue lancette nell’interno del
“dado” trasparente, ci segnala il tempo che inesorabilmente
“scorre”: panta rei, come avrebbe detto Eraclito.
T3 ha il cubo di cristallo ed è stato possibile realizzarlo
grazie all’abilità di Giuliano Bandinelli, uomo di antica
esperienza, mentre la parte meccanica è stata assemblata da Lisa
e da Daniele Bugelli, artigiani del tempo, come è giusto
definirli per la professionalità che dimostrano nel loro lavoro
di antichi orologiai (T3 ha la cassa di acciaio 316 L, impermeabile 3
ATM, con fondo a scatto e corona impermeabile a pressione in acciaio
satinato, o in acciaio lucido, o in pvd oro giallo 8 micron; movimento
svizzero al quarzo Ronda S.A. cal.763, misura 6,3/4 x 8'''; quadrante
di smalto colorato e castoni in oro bianco con brillanti vs j;
cinturino in pelle BROS). Anche la scatola, che contiene la scultura,
non poteva essere un prodotto di serie infatti è frutto della
sapienza artigianale acquisita anno dopo anno da Vezio Bartoli.
Quest’opera d’arte, avvolta dall’artigianalità
che ancora possiamo trovare in questa bella terra di Toscana, è
stata realizzata in 6 esemplari (più una prova d’artista).
Andrea Da(mi) Pistoia


Una farfalla, oltre (particolare)



Un momento dell’inaugurazione


Paolo Nesi legge la presentazione di Dami











V. Sgrilli, A. Dami, A. Andreini