ANDREA DAMI
Il collezionista di farfalle
LO SPAZIO DI VIA DELL’OSPIZIO
Pistoia - via dell’Ospizio - 26-28
19 APRILE 2009


Quadri di metallo, foglia d’oro e d’argento, farfalle (anche di carta) e una piccola scultura (metallo, vetro, pelle).

Il collezionista è un uomo che raccoglie in maniera sistematica delle cose che, secondo lui, non hanno soltanto un particolare interesse, ma anche un valore, nel mio caso artistico.

Sono un collezionista che raccoglie pensieri e sensazioni che cataloga nella sua memoria,  poi traccia su carta gli aspetti più interessanti, o più emotivi, che sono emersi dalla e nella riflessione, per realizzarli, in tempi successivi, magari con il metallo e in forma tridimensionale.
“Oggetti” da aggiungere alla mia collana di opere d’arte; una collana che in realtà è un accumulo di lavori, che al visitatore potrà sembrare la realizzazione di un disordine, ma che in realtà è  tenuta insieme da un filo, visibile solo al collezionista, con il quale ha legato pazientemente pezzo dopo pezzo, opera dopo opera, come un bravo archivista di biblioteca.
Come in tutte le collezioni, la catalogazione è costituita da una o più sottocatalogazioni, nel mio caso per temi, per tecniche, per materiali, per cui sono molti i fili che legano le varie opere e sono molti i colori di quei fili che si intrecciano tra loro.

La passione per il collezionismo è iniziata molto tempo fa, quando mio padre, su suggerimento della maestra elementare, di quelle che oggi non si vedono più, piccola di statura ma grande di circonferenza, insomma un morbido “nido”, mi iscrisse alla Scuola d’Arte di Pistoia, poi diventata Istituto.
Lì ho trovato degli amici-insegnanti ai quali devo la mia formazione giovanile. Lì ho appreso, attraverso i lavori pittorici di Alfiero Cappellini, dal maglione bianco e la sigaretta sempre accesa, che la creatività, la fantasia non si possono disgiungere dalla vita dell’uomo, dalle sue necessità, soprattutto sociali, come dal suo lavoro. Così l’arte per l’arte, il segno che si accosta armoniosamente all’altro, o il colore che dialoga con quello della campitura vicina, cominciarono a diventare sempre meno interessanti; insomma quella forma di collezionismo cominciò a interessarmi sempre meno a favore dell’arte come espressione di un pensiero che fosse legato ad un fatto sociale, o ad alcuni problemi della città, o alla storia, o, perché no, all’utopia. E a proposito di utopia e di città, ho cercato di esprimere il concetto di quest’ultima con il segno del “quadrato”, evocando periodi antichi come punto di riflessione e di ri-partenza, per disegnare, o ridisegnare le nostre città che, senza un progetto chiaro, o dove molti progetti chiari si sono sommati tra loro per interessi che non avevano niente a che vedere con le idee originarie, venendone stravolti, sono diventate espressione di caos, di disorientamento, di isolamento. Ecco che il quadrato è una delle componenti che caratterizza la mia collezione.

Ripensando alla mia formazione, sia di operatore nel mondo dei colori, della stoffa e della creta, sia di uomo, ringrazio i miei insegnati-artisti-artigiani e colgo l’occasione per ringraziare, di cuore, anche i molti amici che consapevolmente o incosciamente mi hanno aiutato e continuano ad aiutarmi in questo percorso.
Un ringraziamento particolare ad Anna Brancolini, critica d’arte, che mi ha seguito nella raccolta sistematica dei miei lavori. La professoressa Brancolini, anche ottima insegnante, ha lasciato numerose tracce scritte di questo mio percorso. L’ultimo lavoro è il libro on line, edito dalla Carla Rossi Academy - International Institut of Italian Studies, dal titolo: “Forme, materiali e suoni per un’arte del dialogo. Un possibile percorso nell’arte di Andrea Dami”, che potete leggere, o riprodurre, digitando il sito dell’ Istituto Internazionale di studi italiani Carla Rossi.

Ritornando al collezionismo, di solito il raccoglitore guarda ciò che “fanno” gli altri collezionisti e anch’io sono curioso di quello che c’è nelle altre collezioni e non disdegno, come ho avuto modo di dimostrare, di compiere con alcuni colleghi dei percorsi di ricerca perché è bello fare delle “strade” in compagnia, tra i fili colorati degli altri, dove ognuno è responsabile dei propri segni, come dei propri sogni.

La mia collezione, oltre al “quadrato” e al “cubo”, è caratterizzata anche dalla linea diagonale, o meglio da una serie di linee tracciate diagonalmente tra loro, quasi un fondo sabbioso, quello che vediamo nell’acqua trasparente, vicinissimo alla battigia, creato casualmente dal continuo movimento dell’acqua, perché quelle increspature sono i nostri movimenti di eterni nomadi, pronti a cambiare rotta in questa “modernità liquida”, in quanto, come ha detto Anna Brancolini: «non c’è modello, valore o strategia, oggi, che superi - spesso - la soglia dell’effimero. Viviamo in un mondo in cui tutto sembra liquefarsi: viviamo di attimi che sono già passato, di frammenti che si dileguano e ci lasciano disorientati, soli. Soli con noi stessi. Soli con le nostre forze. Soli con la nostra responsabilità».

In questi ultimi anni la collezione si è arricchita di lavori che presentano un grazioso pittogramma: la farfalla.
La farfalla-pittogramma prese forma tanto tempo fa, ma fu con Liù, mon amour” - 1924 / 2007 - viaggio nell’arte contemporanea - omaggio a Giacomo Puccini che, ricordandomi alcune parole che il poeta Pascoli scrisse su una cartolina indirizzata al grande musicista: la farfallina volerà: ha l’ali sparse di polvere (…) Vola, vola, farfallina (…) Canta, canta, farfallina… che la farfalla ritornò sui miei fogli di carta per raccontare nuovamente quello che per me rappresentava questa forma-farfalla; insomma riprese il suo posto insieme a linee e spazi ora “vuoti”, ora “pieni”.
Le farfalle hanno sempre volato nei campi e anche sulle mie materializzazioni di carta e rami, di carta e pietre, di carta e videoimmagini, di carta e suoni.
Sono felice quando le vedo volteggiare nel piccolo spazio verde del mio studio, o in un giardino, ma anche in una galleria d’arte: ultimamente quelle bianche sulla tela bianca di Bunga Merah, o quelle di Kolar, ma anche quelle nere che Andrea Mastrovito ha installato nella boutique Dior Homme a Parigi. Ma ecco le motivazioni per cui ho inserito la farfalla-segno nella mia collezione:
1) è un indicatore ecologico,
2) è servita a Edward Lorenz (meteorologo inglese), padre della teoria del caos, per illustrare con una battuta la sua teoria: «Può una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?
3) è anche un simbolo di rinascita, per la trasformazione da bruco a farfalla, come ci ricorda il sommo Dante, noi siam vermi Nati a formar l’angelica farfalla.

Il mio lepidottero, di metallo o di carta non importa, è la rappresentazione di noi stessi in questa “società del rischio”, perché l’idea che guida la modernità dovrebbe trasformare i rischi imprevedibili in rischi calcolabili, invece a sua volta produce nuove imprevedibilità. Ciò che accade non è più un evento soltanto locale, per citare ancora Lorenz, tutti i pericoli locali sono diventati pericoli mondiali, la situazione di ogni nazione, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni classe, di ogni singolo individuo è anche il risultato e l’origine della situazione dell’umanità ed è per questo motivo che la mia farfalla è immobile nel nostro presente-quadro-scultura ma questa staticità ha un valore positivo perché il riposo del corpo ci permette la riflessione, una riflessione per ridefinire la nostra concezione della società.

La collezione, di tanto in tanto, si arricchisce di altre figure geometriche dal triangolo al rettangolo aureo sonante che, grazie alla campana, può parlare a tutti noi. Dal quadrato al cubo il passo è breve. Il “cubo”, perché nella mia collezione è l’immagine mentale della totalità articolata e immagine cosmica e del Sé, come avrebbe detto Jung, il Sé quale principio e archetipo dell’orientamento e del significato.
L’immagine del cubo si è formata nella nostra mente prima del numero, per aiutarci ad orientarsi nello spazio. L’alto e il basso del cubo simboleggiano il cielo e la terra e le quattro facce verticali sono i quattro livelli prima dell’esperienza: avanti e indietro, destra e sinistra.
Il “cubo”, alcune volte, è di tre metri di lato ed è attraversabile: insomma un’archiscultura, altre volte, come in questa libreria-galleria d’arte in via dell’Ospizio n° 26, è di circa tre centimetri di lato ed è da indossare, perché questa piccola scultura segna il tempo, non per correre, ma per fermarsi a riflettere su quale direzione prendere. Il suo nome è T3.

Alcuni T3

Possiamo dire che il tempo è la rappresentazione della modalità secondo la quale i singoli eventi si susseguono, ma per noi il tempo è anche una successione di istanti misurabili, passando dal tempo solare, al tempo civile con i suoi 24 fusi orari, al tempo legale misurabile con uno strumento fatto di ruote dentate, molle, organi oscillanti, oppure circuiti integrati e micromotori che sono nel piedistallo di questa piccola scultura: T3. T = tempo e 3 = cubo. Insomma T3, grazie alle sue lancette nell’interno del “dado” trasparente, ci segnala il tempo che inesorabilmente “scorre”: panta rei, come avrebbe detto Eraclito.

T3 ha il cubo di cristallo ed è stato possibile realizzarlo grazie all’abilità di Giuliano Bandinelli, uomo di antica esperienza, mentre la parte meccanica è stata assemblata da Lisa e da Daniele Bugelli, artigiani del tempo, come è giusto definirli per la professionalità che dimostrano nel loro lavoro di antichi orologiai (T3 ha la cassa di acciaio 316 L, impermeabile 3 ATM, con fondo a scatto e corona impermeabile a pressione in acciaio satinato, o in acciaio lucido, o in pvd oro giallo 8 micron; movimento svizzero al quarzo Ronda S.A. cal.763, misura 6,3/4 x 8'''; quadrante di smalto colorato e castoni in oro bianco con brillanti vs j; cinturino in pelle BROS). Anche la scatola, che contiene la scultura, non poteva essere un prodotto di serie infatti è frutto della sapienza artigianale acquisita anno dopo anno da Vezio Bartoli.
Quest’opera d’arte, avvolta dall’artigianalità che ancora possiamo trovare in questa bella terra di Toscana, è stata realizzata in 6 esemplari (più una prova d’artista).
Andrea Da(mi) Pistoia


Una farfalla, oltre (particolare)

Un momento dell’inaugurazione


Paolo Nesi legge la presentazione di Dami

V. Sgrilli, A. Dami, A. Andreini


 

 


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