Piatti
(turchi), tam-tam, violini di ferro, tamburi, campane (a lastra) sono
strumenti musicali.
I parallelepipedi di metallo, il cubo, le forme che
evocano primitive barche sono delle sculture, le cui forme sono state
ottenute piegando e assemblando lamiere di ferro, che sono segnate da
una serie di linee oblique (segno della casualità e della
precarietà) ottenute con il fuoco (saldatrice a filo). Forme
che
a loro volta sono divenute cassa di risonanza per lamelle, tasti di
metallo, violini di ferro, chitarre, o per la semplice corda di un
nuovo berimbau, trasformandosi così in “sculture
sonore”, i cui suoni, per essere prodotti, necessitano
dell’intervento dell’uomo.
Un lavoro che porto avanti da anni e che unisce
diverse
discipline artistiche, perché oggi l’arte non
può
non passare attraverso linguaggi che vanno oltre quello visuale.
I suoni sono i veri “colori”
della scultura e
con le loro vibrazioni cromatiche invadono lo spazio, oltre
l’opera, diventando la “voce”
dell’opera
stessa. Questi “ferri” sonori, se sollecitati,
rispondono
al loro interlocutore. Si innesca un dialogo intimo, talvolta
liberatorio e anche rassicurante. Se poi l’interlocutore
è
anche musicista e per di più percussionista, il discorso
può diventare complesso e anche le risposte, sotto i colpi
lenti
o veloci delle bacchette di lana, o di gomma, o di legno, non sono
più intime e personali, ma possono coinvolgere tutti.
La fortificata Smilea, con le sue grandi torri a
guardia
del territorio, è un segnale forte, anche se i merli sono
nascosti dalle falde del tetto. Oggi è un
“faro”. Un
punto di riferimento tra due strade: una antica e l’altra
(parallela) moderna, ma tutte e due frequentate.
La torre Nord ospita un lavoro complesso:
l’installazione Presente-passato, che si articola in
verticale,
sui tre piani della massiccia struttura, i cui scalini hanno visto
salire e scendere uomini intenti al mantenimento e alla difesa di
questo antico edificio passato intorno al 1427 ai Panciatichi. Nel 1611
la roccaforte fu acquistata dai nobili Covoni e fu trasformata in
villa. Dopo vari passaggi di proprietà nel 2003 il Comune di
Montale ne è entrato in possesso, ha restaurato
l’edificio
e nel 2008 lo ha restituito alla collettività. Ospita la
biblioteca, opere dello scultore Jorio Vivarelli, locali per
conferenze, concerti ed esposizioni d’arte.
Al primo piano
l’installazione inizia con
l’opera Perimetro
sonoro, legata alla nostra storia, agli insediamenti etrusco-romani
lungo la strada che da Fiesole portava a Pistoia passando per
l’odierna Prato. La “città”,
evocata nel
perimetro quadrato, presenta un “muro” sonoro fatto
di
“voci” (piatti musicali della Ufip), che possono
essere
prodotte sia dall’esterno, sia dall’interno, o
viceversa,
per sottolineare l’importanza dell’accoglienza e
del
dialogo. Nel centro dell’opera ancora un quadrato, una
superficie
che vuol riportare l’attenzione, attraverso
quell’antico
impianto urbanistico, su un fondamentale concetto nato nella cultura
greca nella quale era la città ad avere il primato
sull’individuo e non l’individuo sulla
società
(nascita della democrazia). Sopra vi sono alcune pietre che formano un
cerchio: l’inizio di un’architettura, come ebbe a
dire
l’architetto Giovanni Michelucci durante il funerale di don
Milani. Un invito alla riflessione sul concetto di architettura
all’interno della città.
La piccola farfalla rossa ci ricorda che questo
lepidottero è un indicatore ecologico e quindi la sua
assenza
è un avvertimento.
La mia farfalla, sinonimo di leggerezza, ma
soprattutto di
rinascita (da bruco a farfalla), vuole inoltre ricordare Edward Lorenz
che ha usato il lepidottero per illustrare la sua teoria del caos.
Per questo, alla fine degli antichi e ripidi scalini
di
pietra, prima di entrare nella sala, ci accoglie la sedia: Farfalle
rosse e queste farfalle-pittogrammi saranno le accompagnatrici nel
viaggio all’interno della torre, come lo sono nel mio lavoro.
Da una delle finestre della stanza si vede una
porzione di
campagna, il cui lavoro veniva regolato dalle fasi lunari, ecco quindi
l’opera Lune di farfalle (due collage di Pvc, alle pareti).
Farfalle come speranza, come sogno, come utopia, che occupano una
superficie non ancora completata nella sua sfericità lunare
(inizio e fine di un ciclo), per ricordare un lavoro antico che si
svolgeva fuori dalle mura. Lavoro fatto di fatica, di sacrificio, di
dedizione, di competenza, per ottenere un frutto finale e vitale, ma
anche “continuità” quando si piantavano
nuovi alberi
da frutto o da olio: lo sguardo nella luna e nel futuro.
Le strisce mobili (di ottone) della scultura
Sussurri
vogliono essere come la leggera brezza che attraversa le canne
sull’argine del rio e che asciugava il sudore del contadino,
o lo
invitava a sognare dopo la stanchezza, mentre la campanella ricorda il
tempo dell’uomo e quello della preghiera.
Al secondo piano
c’è l’incontro
virtuale tra la terra e l’acqua dell’installazione:
Presente-passato.
Le prime sono sculture-barche (un violino di ferro e
reco-reco e un tamburo) e la seconda è un elemento verticale
(con tam, corde e chiodi del violino di ferro) che ci richiamano alla
mente che questo edificio storico, con la sua prima torre, era
sentinella ma anche punto di riferimento tra la pianura
dell’Ombrone (pistoiese) e i monti, a memoria di un antico
tracciato suddiviso in miglia romane che costeggiava l’antico
bacino. Torre-faro è il titolo di quest’opera
metallica
che, grazie ai suoni che può produrre, è aperta
al
colloquio con i viaggiatori che oggi attraversano i nuovi
“sentieri” di pumbleo asfalto.
Il terzo piano
è caratterizzato dalle aperture tra i
merli della
torre, oggi protette da vetri che ricordano quelli di un faro che
vigila sornione sul territorio circostante. Fuori
c’è un
mare di molte tonalità di verde e marrone, punteggiato di
casolari bianchi e nocciola. Laggiù, un tempo,
c’era
l’acqua, un acquitrino, una zona palustre, dovuta
all’invaso naturale dell’Ombrone, alimentato anche
da
ruscelli che scendevano dalle colline attorno. Zona ricca di
vegetazione e di selvaggina. Terra coltivabile a beneficio dei suoi
abitanti etruschi che vivevano intorno a questo
“lago”.
Ecco perché l’installazione
è fatta di
sculture-barche, per richiamare alla nostra mente quell’acqua
genitrice di cibo e quindi di prosperità, che
potrà
continuare a essere generosa se riusciremo a mantenerla
“pulita”, a non inquinarla.
La barca evoca il mezzo che ci permette di
effettuare il
viaggio, anche onirico, di oltrepassare l’infinito;
oltrepassare
territori immaginari. Un viaggio di vita. Ogni barca di questa
ulteriore installazione: Al centro volano le farfalle ha una sua
“voce” particolare e quindi diviene strumento
musicale per
raccontare, oltre le parole, antiche storie di viaggi, oltre i nostri
occhi, oltre l’orizzonte del “faro
smileo”, o
navigare all’interno di noi stessi.
Andrea Da(mi) Pistoia
Scultore
|